CAOS LEGA/ Jori: la lotta tra Maroni e il cerchio magico non finirà a Varese

- int. Francesco Jori

La battaglia interna alla Lega Nord per la successione alla leadership di Umberto Bossi cela, in realtà, due visioni contrapposte della politica. Ce le spiega FRANCESCO JORI

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Foto Imagoeconomica

Anche la Lega è in subbuglio. Al suo interno le divisioni si stanno facendo sempre più manifeste. Pochi giorni fa il sindaco di Verona, Flavio Tosi, aveva liquidato concetti come la Padania e la secessione a mera filosofia.  Il ministro Calderoli, ricevuto l’imprimatur da Bossi, aveva reagito minacciando Tosi di scomunica. Peggio, di espulsione dal partito, dato il contrasto delle dichiarazioni del primo cittadino con l’articolo uno dello statuto leghista. Il titolare del Viminale, Roberto Maroni, ha preso la palla al balzo, ed è volato a Verona per esprimere tutta la sua stima nei confronti di chi lavora sodo: i sindaci. Un atto di ribellione esplicita per sottolineare l’esistenza effettiva di due fazioni opposte? «Più che di due correnti, si tratta di un gruppo di potere contrapposto a un gruppo con una linea politica: i cerchisti, da una parte, che si occupano della successione; i maroniani dall’altra, che intendono salvare il progetto iniziale di Lega, salvaguardando, al contempo, l’alleanza con il centrodestra», rivela, interpellato da IlSussidiario.net, Francesco Jori, Vice direttore del Centro studi interdipartimentale sul Nordest “Giorgio Lago” dell’università di Padova. Tale contrapposizione rischia di acuirsi nel congresso di Varese, dove si decidono i delegati provinciali.
Alcuni di loro saranno esponenti del cosiddetto “cerchio magico” (Bossi, la moglie, il figlio e Reguzzoni) altri saranno maroniani. «Sta di fatto che questi ultimi – dice Jori –, tra i quali ci sono moltissimi sindaci, pongono un problema molto concreto: la Lega si trova al governo per fare le riforme. E, oltre a non portare a casa niente, è costretta a subire i tagli che penalizzano i Comuni. Il che obbliga i primi cittadini a far pagare di più i servizi o a tagliarli. Tutto l’insieme, secondo questa corrente, mina la credibilità del Carroccio». Resta da capire fino a che punto il ministro dell’Interno intende inasprire lo scontro. «Maroni – continua – si sta muovendo con prudenza e abilità. Sa benissimo che uno strappo vero e proprio non sarebbe proponibile. Tuttavia, è chiaro che sta pensando alla successione. Umberto Bossi, del resto, è in manifesta difficoltà. Politica e fisica». 

Rispetto alla volata di Maroni dal sindaco di Verona, c’è un’altra ipotesi: «può darsi che si sia recato da Tosi per conferirgli uno scudo, certo. Ma anche per invitarlo alla cautela».  Facendo un passo indietro, l’anatema, scagliato contro il sindaco di Verona fa emergere l’esasperarsi di alcune criticità: «C’è un gruppo di potere talmente preoccupato e spaventato dal dissenso interno da aver cominciato a emanare diktat contro chi è in disaccordo. E non solo contro Tosi. Capita anche nelle realtà di provincia, dove la dirigenza locale spesso impedisce a sindaci o assessori leghisti di dire la propria, se in distonia con il partito».
Tornando al congresso, Jori non è così convinto che sarà in grado di alterare radicalmente gli equilibri. «Non credo, tuttavia, che un singolo congresso provinciale possa decretare le sorti di un partito. Al limite, un potere simile ce l’ha il congresso regionale. Che, tuttavia, non si terrà a breve. Nel caso di Varese, inoltre, abbiamo a che fare, più che altro, con liturgie esteriori.  La vera battaglia si consumerà all’interno del partito».



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