GOVERNO MONTI/ Pasquino: anche se tecnico, dovrà superare lo scoglio del consenso

- int. Gianfranco Pasquino

Che differenza c’è tra un governo tecnico ed uno politico,  quali difficoltà andrà in contro Mario Monti e quali sono le condizioni perché possa governare? Lo spiega GIANFRANCO PASQUINO

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Mario Monti (Foto Imagoeconomica)

Mario Monti scalda i muscoli ai blocchi di partenza. Oggi ha fatto il suo esordio a Palazzo Madama, che poco dopo ha votato la legge di stabilità con il maxiemendamento contenente le misure volute dall’Europa. Avuta anche l’approvazione di Montecitorio, Berlusconi lascerà Palazzo Chigi per far spazio all’uomo indicato dalle euroburocrazie. A quel punto, il nuovo governo giurerà nella mani del capo dello Stato. «Resta da capire gli effettivi margini di manovra che la situazione politica gli consentirà di avere», spiega, raggiunto da ilSussidiario.net Gianfranco Pasquino, professore di Scienze politiche all’Università di Bologna. Il quale precisa una serie di concetti che, negli ultimi giorni, sono apparsi parecchio ridondanti. «Il governo politico dovrebbe essere costituito, fondamentalmente, da Parlamentari, che hanno maturato una carriera politica ed esperienza nelle istituzioni e hanno assunto una certa posizione all’interno dei propri partiti».  Ciò che si accinge ad esser costituito, è l’esatto opposto. «Chi fa parte di un governo tecnico – continua -, invece, non è un parlamentare. Né tantomeno lo è chi lo guida.  Si tratta di persone che, pur avendo, magari, un passato politico non fanno riferimento, al momento della nomina, ad alcun partito. L’unico caso di governo tecnico italiano fu quello del governo Dini. Quello retto da Ciampi era una cosa diversa. Era chiamato, infatti, il governo dei professori».  Quello che sarà formato a breve, dovrebbe avere caratteristiche tecniche, «se ci saranno, come pare, ministri come Saccomanni e Amato. Il primo, infatti, è direttore generale del Tesoro, il secondo, pur avendo un trascorso politico, non appartiene ad alcuno schieramento».

E’ possibile, inoltre, che l’esecutivo mantenga tali peculiarità, anche se al suo interno dovesse annoverare personalità provenienti dai partiti. Ma ad una condizione. «Si deve trattare di personaggi provenienti dalle “terze file” senza, cioè, un ruolo specifico all’interno dei propri partiti». In ogni caso, tra il dire e il fare… «Per guidare un governo occorre averne la capacità. Un grand commis può sapere molte cose, ma non essere in grado di farlo. Potrebbe, inoltre, esser privo del potere politico necessario. I leader dei partiti, laddove il suo operato risultasse loro sgradito, potrebbero sempre ricordagli che hanno del potere, in ragione del proprio consenso politico; lui no. Credo, quindi, che potrebbero verificarsi dei problemi nella gestione del Consiglio dei ministri. Il titolare di un qualunque dicastero potrebbe, infatti, ricordagli che, magari, alle spalle ha degli elettori che lo appoggiano». Anche il governo tecnico, quindi, si poggia sulla rappresentanza politica.

«Non c’è dubbio. Deve, infatti, godere, anzitutto, della fiducia della Camera e del Senato. Questa è la precondizione. Poi, dovrà mantenerla ogni volta che vara un provvedimento». Qualcuno si chiede se i futuri ministri non dovrebbero dare la garanzia di non ricandidarsi. «Sono contrario – replica Pasquino – a qualsiasi rigidità. Chi farà parte di questo governo dovrà potersi ricandidare. Altrimenti, se si ponesse  un limite a eventuali ambizioni politiche, in molti potrebbero rinunciare alla nomina».  Resta da capire su chi ricadrà il costo politico dei futuri provvedimenti. Si parla, infatti, di riforme lacrime e sangue, per far contenta l’Europea e i mercati. «Non credo saranno tali. Ad esempio, se si vive fino a 85 anni non è un dramma andare in pensione a 67. Si tratterà di aver la capacità di motivare tali scelte. Che, anche se non ce le chiedesse l’Europa, dovremmo fare egualmente.  Del resto, se tali riforme funzionano, e lo fanno nel’arco di 3-4 mesi, la borsa riprende a salire e magari anche l’occupazione. E ne beneficeranno tutti». Questa è l’ipotesi positiva. Non dovesse verificarsi, «il prezzo lo pagheranno tutti: Pdl, Pd, Idv e Lega, tutti colpevoli, anche se in parti diverse, di aver contribuito a piombarci nel baratro».

 

(Paolo Nessi)

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