IL CASO/ 1. Le monetine contro Craxi, così uguali a quelle contro Berlusconi

- Gianluigi Da Rold

Lo spettacolo offerto dalle prime ore del dopo Berlusconi è il frutto di vent’anni di antipolitica. Sono così lontane le monetine contro Craxi fuori dall’hotel Raphael? GIANLUIGI DA ROLD

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Festa in piazza dopo le dimissioni di Berlusconi (Ansa)

Un week-end senza campionato di calcio permette persino a una delle più sgangherate, anche se ricca di ascolti, trasmissioni della Rai come “Ballarò” di andare in onda il sabato per via straordinaria e di fornire il solito quadro politico da “bar”, con alcuni raffinati commentatori della crisi italiana. C’era pure la bionda Concita De Gregorio, uno degli ultimi fallimenti incarnati di quel grande giornale che fu “l’Unità”.

Naturalmente l’abile conduttore Giovanni Floris inframmezzava il dibattito con le contestazioni al dimissionario Silvio Berlusconi davanti a Palazzo Grazioli e davanti al Quirinale. Subito scattava il paragone tra gli insulti a Berlusconi e le monetine che vennero lanciate a Bettino Craxi, davanti all’Hotel Raphael, il 30 aprile 1993.

Non c’è nulla di strano per gli italiani, in questi paragoni e in queste schematizzazioni. Se si va a vedere i messaggi di quel lontano 1993, spicca il contenuto del primo, citato nelle enciclopedie della rete: “Il momento più bello della storia italiana dopo quello di piazzale Loreto nel ’45”. Un ricordo del 25 aprile, della Liberazione si ascoltava anche sabato sera, davanti a Palazzo Grazioli e al Quirinale. Alla fine usciva una sorta di “comunicato mediatico” di continuità tra la politica di Mussolini, Craxi e Berlusconi. Lasciamo volentieri agli storici (che in Italia sono notoriamente bravissimi e molto competenti nel dimenticare) di declinare in sede storico-scientifica un messaggio di questo genere. Restiamo sulla contestazione a Craxi davanti al Raphael e quella fatta contro Berlusconi. 

Il segretario del Psi era stato coinvolto “perché non poteva non sapere” nell’inchiesta di “Tangentopoli”, quella che ha regalato agli italiani la famosa “seconda repubblica”, la perenne e inconsistente transizione durata un ventennio, una sorta di Araba Fenice che “tutti sanno dov’è ma nessuno lo dice”. Pur avendo fatto alcuni errori negli ultimi anni, Craxi stava ritornando a Palazzo Chigi, non aveva infierito sull’implosione dell’Urss e del comunismo, anzi aveva sdoganato i comunisti italiani nell’Internazionale Socialista (che era molto diffidente) e pensava a un bipartitismo morbido del sistema italiano, con la Dc sul centrodestra e il Psi e l’ex Pci sul centrosinistra.

Gli ex comunisti erano in perenne trepidazione, per l’uscita delle carte da Mosca che dimostravano il loro legame inequivocabile, in una autentica “Tangentopoli” mondiale, con l’Unione Sovietica. Basterebbe ricordare, tra le molte rivelazioni cancellate, il conto ASS 100203939/560 sulla filiale londinese della Bank of Cyprus per capire quali traffici esistessero tra il “partito diverso”, il partito della “questione morale” e l’Unione Sovietica.

Ma la grande stampa italiana (e la magistratura) ignorò il tutto e si accanì contro Craxi e il sistema dei partiti, soprattutto quelli democratici. Davanti al “Raphael” arrivarono missini, leghisti e postcomunisti che ascoltavano un comizio nella vicina piazza Navona di Achille Occhetto, un interprete tra i più sciagurati di quella stagione. Si è visto come quella “liberazione” del 1993 abbia inaugurato una nuova, limpida, trasparente e forte politica italiana, esattamente al contrario.

Quello che spingeva i postcomunisti a contestare platealmente Craxi era solo un sentimento di “pancia” dettato da due fattori: rabbia e paura. La rabbia era alimentata dal non aver capito che il comunismo era fallito definitivamente e che il socialismo riformista aveva vinto sul piano storico; la paura era l’incubo di essere messi sotto accusa e di essere tagliati fuori da qualsiasi futuro politico. Con qualche acrobazia ideologica (guardatevi le tesi di Walter Veltroni al congresso del  Lingotto di Torino, sono un autentico spasso) e molto opportunismo sono riusciti a riciclarsi a cavallo tra pensiero postsocialdemocratico e turbofinanza americana di stampo clintoniano. In più costituendo un “ponte” con gli ex “poteri forti” italiani che non potevano sopportare Craxi e che si trovavano in un nuovo mare di concorrenza per loro inusuale e tempestoso. Ma, nonostante tutte queste contorsioni, nel periodo della transizione infinita, i postcomunisti sono stati sempre perdenti e hanno contribuito a relegare la politica in soffitta.

Silvio Berlusconi ha una storia completamente diversa da quella di Craxi. Direttamente o indirettamente, è il personaggio che meglio ha raccolto dalla stagione di “Tangentopoli”. Anche le sue televisioni hanno cavalcato quella stagione di deliri. Basta ricordare i cronisti di Emilio Fede davanti al Palazzo di giustizia di Milano, le sparate di “Mitraglia-Mentana” e la selezione della sua nuova “classe dirigente”. L’abilità del marketing politico berlusconiano si è concretizzata in una critica, a volte dura e volte bonaria e quasi nostalgica, alla vecchia area democratica della prima repubblica (finita nel frattempo sotto inchiesta o in galera, per essere poi, perlopiù, assolta) e in una promessa politica di vaga riforma liberale, sbandierata ai quattro venti e di fatto mai realizzata. Nel periodo della confusione-transizione, l’antipolitica berlusconiana è stata molto più abile dell’antipolitica della sinistra e di tutti i movimenti trasversali (destra-sinistra insieme) che sono fioriti un po’ dappertutto nell’Italia della seconda repubblica.

Una politica debole, anzi una antipolitica praticata con sistematicità irritante non porta mai lontano. Berlusconi ha pensato che il suo marketing politico fosse invincibile, ma non ha ben compreso che la crisi finanziaria mondiale, la nascita di nuovi poteri forti a livello mondiale, il declino della politica e della stessa democrazia, avrebbero ben presto regolato i conti anche con lui.

Le ragioni e gli interessi dell’oligopolio mondiale finanziario conoscono poche regole e non guardano in faccia nessuno. Questo oligopolio sta vacillando perché il suo sistema finanziario è sostanzialmente fallito, ma non lo vuole riconoscere e soprattutto non vuole rinunciare al suo ruolo predominante e ai suoi privilegi concentrati in una nuova classe sociale transnazionale. Non sono congiurati o complottatori, sono solo portatori di interessi forti che minacciano, spaventano, speculano come è nel loro mestiere e continuano a determinare l’agenda politica ed economica secondo le loro esigenze.

Per contrastare un simile potere ci vorrebbero protagonisti politici forti, capaci almeno di trattare una via d’uscita onorevole per tutti. Ma questo non è il caso di Berlusconi e non sarà, molto presto, neppure il caso di Nicolas Sarkozy, di Angela Merkel e di Barack Obama. Tutte queste “comparse della politica” sono solamente terrorizzate dall’apertura dei mercati ogni lunedì della settimana.

Che in un simile quadro finanziario-politico la sinistra italiana, o i gruppi di destra-sinistra, ben organizzati, vadano a cantare “Bella ciao” al Berlusconi dimissionario è solo un aspetto folkloristico e grottesco, che rivela una ulteriore trasformazione antropologica italiana in peggio. C’è un popolo che, al posto di guardare alle persone, anche quelle sconfitte, con il rispetto che gli si deve, preferisce far festa, cantare, ballare, come fanno i tifosi allo stadio nel famoso “tifo-contro”. In questo caso c’è anche qualche cosa di più. C’è la miopia politica e la negazione di una realtà durissima. Anni di antipolitica non potevano procurare che questo.

Se il governo Monti è una sorta di “ancora di salvezza” per l’ormai famoso spread e una tutela contro la speculazione, come è possibile non porsi domande sulle regole della democrazia che vacillano? Come è possibile piegare alle ragioni dei mercati anche una parte consistente della sovranità nazionale? Si potrebbe almeno rifletterci sopra?

Eppure, il finto decisionista Bersani festeggia, brindando in sezione. Il fantasioso Vendola si sente liberato come il popolo che ballava e insultava. La Bindi, Di Pietro, Franceschini e altri si sentono vincitori di una svolta epocale: la nuova via finanziaria al socialismo. C’è solo da ridere, per non mettersi a piangere.







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