IL PALAZZO/ Ecco perché Napolitano ha scelto Monti

- Ugo Finetti

L’incarico di Monti da parte del Quirinale non è stato il frutto di un’improvvisazione. Per comprenderlo bisogna ripercorrere gli ultimi mesi del governo Berlusconi. L’analisi di UGO FINETTI

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Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

La nomina di Mario Monti a senatore a vita per la guida di un governo con Pdl e Pd non è stata un’improvvisazione. È evidente che da tempo il Quirinale si preparava a fronteggiare un Berlusconi costretto alle dimissioni in una situazione di tempesta finanziaria. Per comprendere le ragioni di fondo che muovono il Capo dello Stato vanno ricordati certi antefatti.

Un anno fa Napolitano ha letteralmente salvato Berlusconi da un sicuro voto di sfiducia imponendo a Fini di far prima votare la legge finanziaria. È così che Berlusconi ebbe due mesi di tempo per recuperare un sia pur risicato margine di maggioranza. Anche allora Napolitano dette la precedenza alla messa al riparo della situazione finanziaria. Ma era ben evidente che ormai gli equilibri politici e parlamentari erano stati minati e che si poteva profilare un improvviso collasso in un quadro di incontrollata agitazione dei mercati.

Alla rottura con il Presidente della Camera che determinava numeri incerti per la maggioranza si era aggiunto il “caso Ruby” che induceva Berlusconi a non chiedere più elezioni anticipate e metteva in agitazione la Lega che si trovava a condividere la perdita di consenso elettorale “carismatico”. Infine vi è stata la rottura con Tremonti (con una martellante campagna di discredito della politica economica del governo da parte della stessa maggioranza) che si è conclusa con totale perdita di credibilità e isolamento di Berlusconi in coppia con Tremonti nell’ultimo vertice europeo.

Quel che più conta nell’azione del Presidente della Repubblica è che dalle sue stesse parole emerge che la crisi richiede una svolta radicale sul terreno politico-parlamentare in quanto sebbene vi sia un contesto critico internazionale la fragilità italiana ha connotazioni specifiche soprattutto politiche. secondo una riflessione molto critica sull’ultimo ventennio. Il testo più esplicito e illuminante è stato il discorso che Napolitano fece al Meeting di Rimini e in particolare i due passi in cui definiva la negatività del ventennio trascorso: il degrado economico ed il degrado politico.

“È un fatto – sottolineò Napolitano – che da due decenni è in aumento la diseguaglianza nella distribuzione del reddito dopo una marcia secolare in senso opposto e lo stesso può dirsi del tasso di povertà. Si impone perciò una svolta”.

Alla denuncia del declino economico e sociale avvenuto con la “Seconda Repubblica” si saldò quindi quella del degrado politico: “Non fatevi condizionare – disse a Rimini – da quel che si è sedimentato in meno di due decenni: chiusure, arroccamenti, faziosità, obiettivi di potere e anche personalismi dilaganti in seno ad ogni parte”.

E cioè al fondo del procedere di Napolitano, ben attento a essere ineccepibile sul piano formale, sembra esservi una valutazione politica di fondo: l’impossibilità che l’Italia possa affrontare situazioni serie con la palla al piede di un regime del maggioritario in cui i due schieramenti sembrano impossibilitati ad affrontare l’emergenza a causa del diritto di veto da parte di gruppi tendenzialmente piromani che entrambi nutrono in seno.

In tutto il mondo il maggioritario si traduce nel prevalere di spinte realistiche da entrambe le parti per la conquista del centro dell’elettorato. In Italia al contrario – nel maggioritario nato sull’onda di una dissoluzione giudiziaria a furor di popolo – abbiamo coalizioni alla mercé di estremistiche perseguono il proprio successo incendiando il paese e i due principali partiti alternativi inseguono così nostalgici dell’Urss e della Repubblica Sociale, giustizialisti e secessionisti e sembrano esposti al diritto di veto sulla sinistra dei macro antagonismi di “lotta di classe” e sulla destra dei micro particolarismi lobbistici e territoriali.

Il varo di un governo con il voto di Pdl e Pd potrebbe essere il punto di passaggio positivo per dare stabilità all’Italia, riacquistare fiducia internazionale e soprattutto per preparare le condizioni di una campagna elettorale tra schieramenti alternativi con i piedi per terra e la testa sulle spalle.

Occorre cioè una emancipazione  dei principali soggetti del maggioritario dagli estremismi inconcludenti e irresponsabili, da quanti cioè si rifiutano di prendere sul serio la crisi e che, sia a destra sia a sinistra, considerano i richiami europei e la reazione dei mercati solo esagerazioni e complotti e agitano il miraggio di inesistenti rinegoziazioni e sdrammatizzazioni.

Il dato certo infatti è che oggi in Parlamento nessun contendente ha la forza di prendere unilateralmente provvedimenti seri e se si va al voto anticipato rischiamo una campagna elettorale basata non su ciò che l’Europa ci chiede di fare, ma sull’esatto contrario e quindi sul cercare voti prendendo impegni elettoralistici sulle cose da non fare.

Si tratta cioè di creare le condizioni per dar vita poi a un confronto elettorale in futuro tra una sinistra in sostanza tendenzialmente socialdemocratica e un polo democratico-liberale che non facciano più vivere gli italiani in un cartone animato tra due contrapposti e speculari bullismi.

Ma per far questo occorre un governo che abbia chiaro rilievo politico e non un governo tecnico. È solo così che ha senso la nomina di Monti a senatore a vita. Se invece si verificherà l’assenza di ministri politici che diano il segno della condivisione nazionale del programma di risanamento in un quadro di reciproca sdemonizzazione tra i protagonisti del maggioritario significa che avrà nuovamente vinto “la Repubblica dei bulli”. Non c’era allora bisogno di nominare Monti senatore in quanto il risultato sarà un governo votato nel generale disimpegno politico, con le misure richieste dalla Bce  affidate a un gruppo di “volontari del Quirinale”, mentre la tensione sociale salirà con i partiti che faranno a gara nel cavalcarla.

Il governo Monti rischia di essere un governo tecnico con in Parlamento il convinto sostegno solo dei peones che temono la non rielezione. Vivacchierà finché il Parlamento lo ignorerà e poi finirà come governo tecnico-elettorale gestendo l’ennesima campagna elettorale da “guerra civile”.







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