GOVERNO MONTI/ 2. Dini: Prof, se vuol durare si scordi patrimoniale e sindacati

- int. Lamberto Dini

L’ex premier tecnico LAMBERTO DINI illustra le sfide principali che il nuovo governo guidato da Monti dovrà affrontare avere qualche chance di sanare l’economia italiana

dinimontiR400
Mario Monti e Lamberto Dini (Ansa)

Dei parlamentari in vita, è tra i pochi a potersi fregiare del titolo di politico di “lungo corso” e, assieme  a Giuliano Amato, l’unico che, all’occorrenza, possa dismettere le vesti del politico per indossare quelle del “tecnico”; Lamberto Dini, oggi senatore del Pdl, infatti, oltre a vantare un curriculum double-face di tutto rispetto – Direttore generale di Bankitalia dal ’79 al ’94; poi, ministro del Tesoro (’94-’96) e degli Esteri (‘96-2001) –, fu nominato, nel gennaio del ’95, a capo di un esecutivo tecnico che durò fino al maggio del ’96. Chi meglio di lui, quindi, per commentare l’evolversi della situazione politica, in seguito all’ascesa di Mario Monti alla guida del Paese? Tanto più che – per inciso – non si era escluso, sino all’ultimo, che l’ex premier potesse varcare una seconda volta la soglia di Palazzo Chigi nelle vesti di inquilino principale. O che, quantomeno, gli fosse assegnato un ministero di peso. Questa pare fosse la richiesta di Berlusconi. Ma, alla fine, niente da fare.

Senatore, perché non si è deciso di nominarla premier o ministro?

Semplice: l’accordo politico tra le parti prevedeva di varare un esecutivo composto unicamente da soli tecnici.

Cosa ne pensa dei nuovi ministri?

Si tratta di una buona compagine tecnica; persone rispettabili, rispettate ed esperte nei propri settori.

Quali sono, secondo lei, le priorità del nuovo governo?

Dobbiamo rispondere positivamente alle richieste dell’Unione Europea, varando quelle riforme che possano garantire l’equilibrio del bilancio nel 2013. E, in secondo luogo, ridurre il debito pubblico.

Come?

Tanto per cominciare, al di là di aggiustamenti nelle imposte di consumo, sarebbe un grave errore pensare a nuovi balzelli. La tassazione dei redditi e della ricchezza, infatti, è già estremamente elevata.

Quindi, niente patrimoniale?

Per carità! La pressione tributaria si attesta già intorno al 46%, mentre i redditi più alti subiscono già una tassazione che, se consideriamo anche tutte le addizionali comunali e regionali, arriva al 55%. Altri aumenti, come effetto, deprimerebbero ulteriormente i consumi e l’economia. Non è di certo, infatti, aggravando la pressione che diminuirà lo spread e che i mercati riacquisteranno fiducia nell’Italia.

Allora, quali sono i passi da fare?

La priorità è ridurre la spesa con riforme strutturali. Una necessità cui nessuno, finora, ha fatto il minimo cenno. Per far questo occorre procedere, anzitutto, con una spending review, un’operazione strutturale che comporti una revisione fondamentale di tutti gli strumenti di spesa dell’amministrazione pubblica e che metta mano alla loro organizzazione. Si deve, inoltre, arrivare all’abolizione graduale delle pensioni di anzianità e adottare il meccanismo del “pro rata contributivo” per tutti i lavoratori.

Pare che, in effetti, sia questo quello che intende fare il nuovo governo. Sempre che goda del sostegno dei sindacati…

Lasci stare i sindacati! Se questo governo deve avere il sostegno di tutti, non andrà da nessuna parte. Tanto valeva tenersi il governo politico…

Come si abbatte, invece, il debito pubblico?

Procedendo con la vendita del patrimonio immobile dello Stato – si tratti di terreni o edifici -, di tutta quella parte, ovviamente, che non abbia un interesse strategico per il funzionamento dell’amministrazione pubblica; e realizzando un massiccio programma di privatizzazioni. Vendendo, ad esempio, Bancoposta. O le municipalizzate, aziende che spesso rappresentano una fonte di un sottobosco politico, ma pur sempre in grado di produrre e distribuire energia, dotate di grande valore e non di rado quotate in borsa. Ebbene, lo Stato non ne ha bisogno. Le venda. Con queste operazioni deve puntare a recuperare, entro il 2013, 200 miliardi di euro.

Non trova che l’esecutivo guidato da Monti possa arrischiarsi anche in misure che non siano di natura strettamente economica?

L’agenda del governo deve essere economica. Lo ha, del resto, ribadito il Pdl che rimane ancora il partito di maggioranza relativa e che, in Senato, assieme alla Lega, gode di un’ampia maggioranza. Tuttavia, se si trova l’intesa tra i partiti che appoggiano il governo, sarà possibile affrontare alcune riforme istituzionali.

Si riferisce a quella della riforma elettorale?

No, quella sarebbe bocciata immediatamente da Pdl e Lega. Non potrà far parte del programma di governo.

Di quali riforme parla, allora?

Occorre riproporre e realizzare, concretamente, l’abolizione delle Province. Sarà, necessario, inoltre ridurre la dimensione del Parlamento e distinguere le funzioni di Camera e Senato: si tratta di provvedimenti da sempre all’ordine del giorno, ma mai portati a termine.

Il governo Monti non rischia di inciampare proprio per la sua assenza di connotazioni politiche?

Ha bisogno di una forte maggioranza parlamentare. Può darsi che alcuni singoli provvedimenti non trovino la convergenza di tutti i partiti maggiori. Ma credo che ci sia, da parte di tutti, la volontà di fare uno sforzo per mettere al sicuro la nostra economia e, in particolare, i conti pubblici.

(Paolo Nessi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori