LEGGE ELETTORALE/ Pasquino: il sistema spagnolo? Un “regalo” del Pdl alla Lega

Per Gianfranco Pasquino, il Pdl propone il sistema elettorale spagnolo per recuperare l’alleanza con la Lega nord, senza cui è destinato a perdere, e svuotare il referendum

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Bossi con Calderoli, ideatore del Porcellum

Fa discutere la legge elettorale, ispirata al modello spagnolo, proposta dal Pdl che sta tentando di ottenere l’appoggio di Pd, Udc e Lega nord. Il nuovo sistema danneggerebbe i partiti più piccoli, tanto è vero che Francesco Storace de La Destra si è subito detto contrario. Per Gianfranco Pasquino, professore ordinario di Scienza della politica all’Università di Bologna, l’obiettivo del Pdl è duplice: recuperare l’alleanza con la Lega, senza cui Alfano sa di essere destinato a perdere, e svuotare il referendum che per gli azzurri rappresenta un grave pericolo. Secondo Pasquino, intervistato da Ilsussidiario.net, ad ogni modo il sistema elettorale spagnolo è accettabile, anche se “è il caso di ricordare che in Spagna i deputati sono 350, contro i 630 dell’Italia. E il Senato di Madrid conta pochissimo, mentre quello di Roma ha le stesse identiche funzioni della Camera dei deputati. Insomma, se si importa il sistema elettorale spagnolo occorre farlo nella sua interezza”.
In Spagna per esempio la soglia di sbarramento è del 3% e l’elettorato è pari ai due terzi di quello italiano. Inoltre, ricorda sempre Pasquino, nel parlamento di Madrid “esiste la sfiducia costruttiva, un elemento che completa la legge elettorale consentendo di formare e disfare le maggioranze all’interno dell’aula. Un modo insomma per istituzionalizzare i ribaltoni”.
Il professore di Scienza della politica sottolinea che “preso nella sua interezza, il sistema elettorale spagnolo è accettabile. Non dobbiamo però dimenticare il concentrarsi di un elettorato nazionalista in Catalogna e nei Paesi Baschi. Anche questo ha delle conseguenze sull’esito del sistema elettorale, perché favorisce i partiti nazionalisti. Ricordo che dal 1996 al 2000 José Maria Aznar non aveva la maggioranza, e ha potuto governare grazie all’appoggio di Convergenza e Unione, il partito nazionalista catalano, che nell’ultima fase ha tenuto in piedi lo stesso Zapatero. Se la Lega si dice disposta a firmare la nuova legge elettorale, significa che ha tenuto conto di questi elementi, e devo quindi complimentarmi con gli strateghi del Carroccio, Calderoli in testa”.

A chi gli chiede se la legge elettorale spagnola favorisca o meno la stabilità dei governi, Pasquino risponde: “La stabilità dei governi non dipende mai dai sistemi elettorali, ma dalla capacità dei partiti e dei loro dirigenti di creare delle coalizioni sufficientemente omogenee ed efficaci”. La proposta del Pdl non nasce quindi dal desiderio di rafforzare la tenuta degli esecutivi, bensì da “una necessità impellente, che è quella di svuotare un eventuale referendum. Ma esiste anche una motivazione strutturale: attrarre nuovamente la Lega nella sua orbita, e magari nello stesso tempo soddisfare Casini. Infatti il Pdl senza il Carroccio non ha alcuna probabilità di vincere, e per essere sicuro di un successo ha bisogno anche di Casini, Fini e Rutelli”.
Come spiega sempre il politologo, “gli effetti del referendum per il Pdl sarebbero tremendi. Se approvato reintrodurrebbe infatti il Mattarellum, imponendo al Pdl di trattare con la Lega. Come abbiamo visto Forza Italia ha vinto le elezioni del 1994 e del 2001 grazie all’alleanza con la Lega, mentre nel 1996 presentandosi senza il Carroccio le ha perse. La Lega quindi è decisiva. Inoltre il Pdl è contrario al referendum perché convinto del fatto che nei collegi uninominali determinanti avrà molte a difficoltà a individuare candidati in grado di spostare qualche voto. Il Pdl infatti di rado ha saputo individuare candidati attraenti, capaci e insediati politicamente. Quindi con il Mattarellum rischierebbe di più”.
Infine per Pasquino “il referendum incentiva i partiti a scegliere candidati con un’effettiva presenza sul territorio e una certa capacità di fare politica. Non quelli scelti sulla base della subordinazione al leader, e che una volta eletti debbano tutto al partito, ma che possano dire: ‘Sono in parlamento grazie ai miei elettori e faccio solo quello che vogliono loro”.

(Pietro Vernizzi)

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