SCENARIO/ 1. Napolitano serve a Monti un “tris d’assi” per il 2013?

- Ugo Finetti

I prossimi giorni ci diranno se l’accordo di Bruxelles e la manovra del governo riusciranno a reggere l’assalto finanziario. I partiti però dovranno fare la propria parte. UGO FINETTI

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Foto Imagoeconomica

I prossimi giorni ci diranno se l’accordo di Bruxelles e la manovra del governo italiano riusciranno a reggere l’assalto finanziario. Certamente l’avvenire immediato per l’Italia è quello di una fase recessiva. Una prospettiva vista con piacere dall’opposizione di destra e di sinistra che considerano il governo Monti una diminuzione del proprio peso politico e del diritto di interdizione finora esercitato gli uni sul Pdl e gli altri sul Pd. Ma l’emergenza finanziaria è comunque destinata a richiedere un’unità nazionale priva di soggetti estremisti che non sono in grado di assumere la responsabilità di alcun serio provvedimento.

Quando nell’agosto scorso Mario Monti dalle colonne del Corriere della Sera scrisse che «è ora che l’azione del governo, delle opposizioni e delle parti sociali dovrà concentrarsi, con un comune impegno come auspica il Presidente Napolitano», la reazione fu generalmente di scetticismo. Da sinistra si apprezzò il giudizio critico sull’azione del governo, ma per allungare le distanze da esso e schiacciare l’acceleratore della contrapposizione frontale; da destra si trasse l’occasione per evocare la congiura dei “poteri forti” e si continuò imperterriti a concentrarsi soprattutto nella campagna contro Tremonti con l’infantilismo sullo “spacchettamento” del ministero dell’Economia.

Ora che il governo Monti, voluto da Napolitano e votato da Berlusconi e Bersani, è una realtà a livello dei mass media di entrambi i campi si sostiene invece che politicamente nulla è cambiato nella dialettica politica e si pensa ancora a una caduta del governo a fine aprile in tempo utile per elezioni a fine giugno: da sinistra si definisce la politica del governo iniqua e da destra inutile.

A livello meno appariscente invece la dialettica politica sembra aver imboccato un percorso diverso destinato a durare fino al 2013 con alternative in campo alle prossime elezioni che potrebbero essere ben altre. Innanzitutto c’è il dato che lo scenario delle “convergenze parallele”, dell’appoggio dato a Monti da Pd e Pdl senza guardarsi in faccia, non regge più e  si sta aprendo la fase di un confronto aperto e diretto. Gli incontri tra i vertici di Pd, Pdl e “terzo polo” di Casini sono sempre meno occulti e più frequenti.

Se ciò che sembrava quasi fantascienza fino ad ottobre oggi non lo è più dipende soprattutto dal fatto che la serietà della crisi economica ha fatto sciogliere come neve al sole molte sicurezze e soprattutto il modo in cui i leader politici l’hanno interpretata e gestita in questi anni.
La sinistra è apparsa completamente accecata e disarmata dall’antiberlusconismo: in sostanza ha continuato a seguire l’aggravamento della situazione come se tutto dipendesse da Berlusconi e dovesse evaporare di colpo (ad esempio lo spread con la Germania) con l’uscita di scena del premier. A destra è prevalsa la compagnia dei “Semper Alegher” che illudeva il premier con soluzioni a portata di mano, ma ostacolate da “niet” personali del ministro dell’economia.

Abbiamo così vissuto con una sinistra che pensava solo a rovesciare Berlusconi con alleanze ingestibili e un Pdl che aveva in testa solo di liberarsi di Tremonti portando al governo e valorizzando le persone più improbabili.
È evidente che in una situazione simile non poteva che crescere il ruolo del Quirinale che invece considerava la crisi non una bega locale, ma un macigno che richiedeva una soluzione concertata in Europa e che quindi dava priorità alla credibilità europea del governo italiano.

Da tempo gli ammonimenti di Napolitano avevano un significato univoco. Nel maggio scorso aveva insistito sul fatto che «la sinistra italiana o si mostra credibile, affidabile e praticabile oppure resta all’opposizione» e aveva spronato il Pd a uscire dalla morsa di un cartello ossessivamente antiberlusconiano con estremisti e giustizialisti. Così come dopo aver “salvato” Berlusconi dalla sfiducia nell’autunno del 2010, da allora lo aveva ripetutamente sollecitato a muoversi con una maggioranza sicura e una politica economica coerente.

Bersani è invece andato dietro al “popolo di Santoro” e il Pdl ha fatto il “raccattacicche” in Parlamento insistendo nello screditare la politica economica del proprio governo mentre l’Italia veniva messa nel mirino internazionale.
Il Parlamento che elegge un governo extraparlamentare quindi il risultato non di tradimenti e congiure, ma di un deliberato autoaffondamento.

Ora, dopo il vertice europeo, è sempre più evidente la necessità che in Italia chi ha un minimo di senso di responsabilità nazionale “faccia quadrato”. Nell’immediato la ragionevolezza dovrebbe portare a uscire appunto dalla fase delle “convergenze parallele” e a dar vita a una maggioranza tripartita alla luce del sole restituendo dignità al Parlamento.

I futuri sbocchi possibili possono essere poi diversi: dal ritorno alla proporzionale, che consolidi questa alleanza se essa dovesse rendersi ancora necessaria per fronteggiare l’emergenza finanziaria al di là della primavera del 2013, oppure un rinnovato bipolarismo imperniato su soggetti contrapposti, ma liberi da diritti di veto estremistici. Con Monti infatti la divaricazione tra Pdl e Lega e tra Pd e Sel e Idv è destinata a cristallizzarsi.

In conclusione: non è vero che il governo Monti messo in campo da Napolitano sia la vittoria di una tecnocrazia antipolitica, ma, al contrario, esso sembra essere l’inizio di un ritorno alla politica, un bisogno di sana “professionalità” dopo un avvelenamento di “nuovismo” tutto semplificazioni e improvvisazioni.

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