SCENARIO/ Franchi: ora i partiti devono “scippare” le riforme a Monti

- int. Paolo Franchi

PAOLO FRANCHI si interroga sul futuro politico italiano, sull’assetto del sistema, sul ruolo dei partiti in un momento di trasformazione e di cambiamento della politica italiana

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Mario Monti (Imagoeconomica)

Paolo Franchi, editorialista di grandi giornali nazionali, anima inquieta del giornalismo italiano, ma anche di una grande scuola riformista, ragiona e si interroga sul futuro politico italiano, sull’assetto del sistema, sul ruolo dei partiti in un momento di trasformazione e di cambiamento che, vista la radicalità della crisi finanziaria, economica e sociale, può essere epocale, più che storica.

Prima di guardare al futuro, Franchi, esaminiamo questi due mesi, questo momento di estrema emergenza economica e finanziaria, questo periodo in cui la politica cede il passo alle ragioni dell’economia tanto da far dubitare che ci sia stata una sospensione della stessa democrazia. Lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è intervenuto non solo per rassicurare, ma per rivendicare la correttezza e la costituzionalità di questo passaggio con la nomina del governo nazionale di Mario Monti. Lei che ne pensa?

«Si viene da vent’anni di crisi politica, di crisi della democrazia. Ma in questo caso c’è stato un rispetto scrupoloso delle norme costituzionali, una grande correttezza. In vent’anni si è assistito alla nascita e all’incapacità di un bipolarismo che non ha portato da nessuna parte, che non ha risolto dei nodi di fondo e ci pone di fronte a nuovi problemi. Qui non si è sospesa affatto la democrazia e la politica. Diciamo francamente che la politica si è autosospesa per manifesta incapacità di saper affrontare situazioni contingenti e un nuovo problema, che sorge in tutte le società democratiche occidentali, non solo dell’Italia. È il problema della priorità che si è presa l’economia, l’esigenza di risolvere i problemi economici in una società moderna. Quello che accade in Italia accade anche in Germania e altrove».

Mi sta dicendo che alla fine hanno prevalso i tecnici perché voluti da “poteri forti” e dalle banche?

No, questa è una stupidaggine. Qui non c’è stato nessun complotto e nessuna scorrettezza istituzionale. Semplicemente la politica non è sembrata all’altezza della situazione e ha fatto spontanemente un passo indietro. Si è autosospesa.

Ma tutto questo pone una questione per il futuro. Gaurdiamo solo in casa nostra, in Italia, che cosa fa la politica di fronte al Governo dei tecnici di Mario Monti? Come attraverserà questo periodo che molti definiscono di parentesi?

Questo è il vero problema da affrontare. La sensazione che al momento danno i partiti è quella di di esercitare una forma di continuo mugugno. Mugugnano e accettano quello che sta accadendo. È come se si ritraessero dai problemi che stanno sorgendo anche con l’avvento di questo governo e con le conseguenze che porterà nella società italiana.

Lei ritiene che il Governo Monti porterà molti cambiamenti nel Paese?

Ritengo che, non solo per il Governo Monti, ma anche per questo Governo, ci saranno dei profondi mutamenti. Proviamo pensare a una riforma del mercato del lavoro profonda. Pensiamo a una riforma del Welfare, del sistema pensionistico.
E in più del modo di pensare delle persone in conseguenza di queste riforme e davanti a una crisi che può cambiare porofondamente persino i rapporti con gli Stati.

I partiti che stanno facendo, secondo lei?

Oltre a mugugnare, si occupano di altro. Non stiamo neppure a scomodare visioni sul futuro di una società come questa, ma sembrano solo piegati su se stessi, con la volontà di arginare le tensioni che ci sono al loro interno. Pensando soprattutto a non perdere pezzi del loro elettorato. È una posizione, a mio parere, abbastanza miope.

Che cosa dovrebbero fare invece?

Se volessero tenere in peidi questo bipolarismo dovrebbero almeno, invece di stare alla finestra, cercare di interloquire sul serio con questo governo. E poi cominciare a studiare, a immaginare che cosa salterà fuori nella realtà italiana tra un anno e mezzo, a meno che non succedano sfracelli economici internazionali. Come ci si dovrà comportare, a destra come a sinistra sul lavoro, sul welfare? C’è una visione di tutto questo, c’è una sforzo di comprensione? Non mi pare al momento.

Vede compromesse le chances della destra e della sinistra italiana nel futuro, nel giro di un anno e mezzo, di fronte a quello che si preannuncia come un cambiamento epocale?

A destra si è giocata la carta Berlusconi, il classico “arcitaliano”, che alla fine è fallita, non ha retto alla prova. Ma la sinistra, il Pd fino ad ora che cosa contrappone? In genere, regole ed equità. Fa un discorso di metodo. Vorrei ricordare un uomo come Lucio Colletti, che diceva che il metodo è “la scienza dei nullatenenenti”.
Per i partiti, per questi partiti che si sono rivelati dei “fragili contenitori”, questi problemi sono un bel “problemone”, tutto da affrontare.

Sostanzialmente, lei dice che questi partiti non sono in grado, in un prossimo futuro, di interpretare le nuove istanze che nasceranno nella società in varie forme, spinte popoliste comprese?

Si, credo che per quanto fanno al momento, per come si comportano al momento, gli attuali partiti non mi sembrano in grado di affrontare il futuro e di interpretarlo. E, ripeto, non è un fatto solo italiano. Basta vedere l’ultimo discorso che Helmud Schimdt, ex cancelleire di 94 anni, ha fatto una quindicina di giorni fa, con una critica impeitosa nei confronti di Angela Merkel.

Che cosa vede quindi nel futuro prossimo venturo?

Spero che emergano grandi personalità politiche. Non credo che gli attuali protagonisti e gli attuali partiti avranno ancora un ruolo, ma sono diviso tra il timore di una vera crisi della democrazia e la speranza di qualche cosa di nuovo e funzionale.

(Gianluigi Da Rold)

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