SCENARIO/ Governo Monti, una “parentesi” già decisa negli anni ’90

- Gianluigi Da Rold

La crisi economica non è certo passata. Anzi, in questo 2011 ha permesso l’affermarsi, come avvenuto in Italia, del potere dei tecnocrati. L’analisi di GIANLUIGI DA ROLD

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Foto Imagoeconomica

Strano Natale e strano fine 2011 per l’Italia e per il mondo intero? A guardare le facce delle persone, e soprattutto dei personaggi che rappresentano le classi dirigenti , si direbbe di si. Però, se si ragiona con un minimo di freddezza, senza filtri ideologici, e si mettono in fila fatti, dichiarazioni di esponenti politici e analisi dei dati non c’è alcuna stranezza. Solo gli sciocchi e chi non vuole vedere la realtà potevano immaginare che il 2011 fosse l’anno della ripresa economica, anche se piccola e timida. Proprio nel gennaio del 2011, appena un anno fa, il Segretario al Tesoro americano, Timothy Geitnher, affermava ufficialmente che gli Stati Uniti, la più grande potenza del pianeta, potevano rischiare il collasso finanziario in conseguenza della crisi del 2007-2008. Quasi nessuno ci fece caso. In estate i conti hanno cominciato a farli tutti e oggi l’economia di tutto il mondo è di nuovo in frenata, tutte le stime di non crescita sono da rivedere al ribasso e intanto il sistema finanziario mondiale (o forse sarebbe meglio dire l’oligopolio finanziario mondiale gestore di questo sistema) non funziona più.

I due processi di deindustrializzazione e di finanziarizzazione, combinati insieme, che caratterizzano la cosiddetta società postindustriale, sono andati letteralmente in tilt come i vecchi flipper degli anni Sessanta. Aggiustarli con scrollate pesanti, oppure rimetterli in moto con pesanti iniezioni di monetine (liquidità stampata a tutto spiano) non sembra, sinora, la terapia giusta. Una persona ragionevole e moderata nei giudizi come l’economista Luigi Campiglio spiega che bisognerà pure rendersi conto, una volta per tutte, che siamo in una situazione paragonabile a quella degli anni Trenta, gli anni della “Grande Depressione”. Quello fu un periodo durissimo, collocato nel mezzo di due guerre mondiali. Eppure fu un periodo di grandi riforme, che permisero al mondo, dopo l’ultimo Dopoguerra, di risorgere dal baratro dalla follia.

La storia è oggi materia di studio spesso trascurata se non manipolata, ma una ripassata a quegli anni potrebbe servire a molti analisti e tuttologi che “predicano” nei consessi internazionali e scrivono sui grandi giornali di tutto il mondo. Il problema principale è il riordino, la riforma del sistema finanziario internazionale, altrimenti non si va da nessuna parte. Chi può fare una simile operazione? Qui la risposta coinvolge la politica, i protagonisti della politica mondiale, degli organismi internazionali e dei singoli Stati nazionali. E lo spettacolo che questi personaggi offrono non pare dei migliori. Ma lasciamo alla storia giudicare. Vediamo piuttosto che tendenze emergono in queste democrazie occidentali del ventunesimo secolo.

L’impressione è che le nuove ragioni economiche e finanziarie del mondo occidentale abbiano prodotto una classe transnazionale di tecnocrati che, per la loro supposta competenza, hanno l’ultima parola sulla stessa agenda politica. Non è ormai chiaro a tutti, dati alla mano, che i conti dello Stato siano quasi più importanti di una disoccupazione altissima che sta diventando quasi fisiologica? Se all’inizio degli anni Venti del secolo scorso una pressione fiscale al 20% era ritenuta intollerabile e se ancora negli anni Novanta si discuteva sulla tollerabilità o meno di una tassazione al 30%, come è possibile oggi accettare di pagare il 46% del reddito che ciascun cittadino produce? Non dovrebbero essere gli esponenti dell’arte politica a far funzionare, senza traumi una comunità stressata, oberata di tasse e balzelli? Le democrazie moderne non sono nate forse sul principio del “No taxation, without representation”?

L’impressione è che i politici oggi si pieghino, si autosospendano addirittura, di fronte alle competenze dei grandi tecnocrati transnazionali. Ma tutti quanti, antropologicamente, dovremmo ricordare che tante competenze distinte non hanno mai fatto una visione d’insieme, cioè non sono mai state in grado di strutturare una grande democrazia con la partecipazione attiva dei cittadini. Le glorie della “Serenissima” di Venezia e quella dell’Inghilterra elisabettiana sono tramontate, con le loro oligarchie, di fronte alla partecipazione dei cittadini nella vita pubblica. Stiamo citando i casi più illuminati di governi del passato con grandi oligarchie storiche che hanno trasformato il mondo in quei tempi.

Alla fine, l’impressione è, oggi, che questa tecnocrazia illuminata abbia fatto una scelta autoreferenziale e voglia trasformarsi in una sorta di oligarchia mondiale, con tanti “vassalli” negli Stati nazionali, che a loro volta hanno il piglio di una più piccola oligarchia. Questa impressione generale, questa spinta oligarchica avviene, pur nel rispetto delle regole costituzionali, anche in Italia. I fallimenti di venti anni di bipolarismo anomalo, di governi Berlusconi e Prodi, sono sempre stati il risultato di problemi di credibilità economica e finanziaria internazionale.

Che cosa fece Giuliano Amato di fronte alla speculazione contro la lira? Che cosa fece Romano Prodi per l’ingresso, come primo turnista, nell’euro? Come è caduto il governo di Berlusconi e Giulio Tremonti? L’aspetto ancora più inquietante è che sia a destra dello schieramento politico italiano, sia a sinistra non ci sia stato alcun partito che abbia pensato, elaborato e cercato di attuare soluzioni credibili e ragionevoli per la nuova realtà economica e sociale che si trasformava. Tutti lì, chiusi in un bozzolo, a straparlare di “passati ideologici”, a immergersi e a dividersi su squallide vicende giudiziarie, a litigare sulle riforme da fare, mentre il mondo cambiava completamente.

E sullo stesso piano dei partiti, i sindacati e il mondo della Confindustria, preoccupati più della presenza al tavolo di trattative inconcludenti, alla cosiddetta concertazione, piuttosto che al mondo in piena evoluzione e alle nuove esigenze delle persone che costituiscono quello che un tempo si chiamava il popolo e di cui ci si sentiva rappresentanti. Comunque lo si veda (per ragioni di emergenza, per stato di necessità, per salvezza nazionale), il Governo di Mario Monti, nominato con tutto lo scrupolo costituzionale possibile, è una sconfitta della politica e della democrazia. È la ripetizione, magari in toni più morbidi, di una spinta oligarchica che si coglie in tutti i paesi occidentali.

Si dice, e a ragione, che il Governo Monti sia popolare, abbia un ampio consenso nel Paese. Ma lo è solo per i fallimenti di una generazione ventennale di politici e perché la democrazia paretecipata, attiva dei cittadini, è stata quasi sepolta dai nuovi partiti nati con la morte della “Prima Repubblica”. Lo è anche per l’assurdità e la faziosità dell’informazione politica di questi anni. Il problema vero che si presenta anche a noi italiani non è quello di sapere la durata di questo Governo o se esso avrà la capacità di varare la cosiddetta “seconda tranche” relativa allo sviluppo e alla crescita. La questione da capire è se Monti sia una “parentesi” necessaria, oppure se una formula istituzionale che è funzionale al nuovo schema oligarchico mondiale.

Uno schema dove partecipazione popolare, valorizzazione dell’impresa e del lavoro, difesa dell’occupazione, difesa del ceto medio sembrano fastidi di fronte al grande business internazionale. Toccherà a nuovi partiti, a leader moderni interpretare le nuove esigenze di una società in trasformazione che vuole difendere e aggiornare le sue istituzioni democratiche. Se questa partita non verrà considerata in tutta la sua ampiezza e la sua profondità, le future generazioni (senza neppure la pensione) dovranno piegarsi alle razionalizzazioni di un “governo di ottimati”. Che con la democrazia liberale ha ben poco da spartire.

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