REPLICA/ Antonini: basta con gli intellettuali della Costituzione che ci vogliono in serie B

- Luca Antonini

LUCA ANTONINI commenta l’editoriale di Michele Ainis su Il Sole 24 Ore di ieri per spiegare la bontà della proposta governativa di riforma costituzionale

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Foto Imagoeconomica

L’articolo di Michele Ainis su Il Sole 24 Ore di ieri sconcerta davvero: tenta di sostenere che non c’è alcun nesso tra la proposta governativa di riforma degli articoli 41, 97 e 118 della Costituzione e il rilancio dell’economia. Si dimostra così la schizofrenia che assale alcuni intellettuali italiani appena si cerca di riformare qualche aspetto della Costituzione.

Da un lato, la Costituzione è un tabù intoccabile, anche rispetto a qualsiasi intervento che cercasse solo di aggiornarla senza incidere sui suoi sacrosanti valori di fondo. Dall’altro, qualsiasi cambiamento sarebbe inutile, perché tanto le cause di quello che non funziona non stanno nella Costituzione. Schizofrenia, appunto. Se è vera la seconda deduzione, perché tanto attaccamento sulla prima?

La proposta del Governo di modifica degli artt. 41, 97 e 118 non tocca nessuno dei grandi valori di fondo che sono alla base della Costituzione italiana. Anzi, è il contrario: va a valorizzare quei valori che ne sono l’essenza più efficace e che sono rimasti spesso inattuati in forza di interpretazioni che sono andate in altre direzioni.

Più precisamente, l’intervento del Governo va nella direzione di valorizzare quella antropologia positiva che si può ritenere fosse già alla base del principio personalista dell’art. 2. La valorizza e la riafferma contrastando una serie di interpretazioni che sono andate in una direzione opposta (ad esempio, lo statalismo), proprio a dispetto di quanto Aldo Moro affermò presentando l’articolo 2 in Assemblea costituente: “Lo Stato assicura veramente la sua democraticità, ponendo a base del suo ordinamento il rispetto dell’uomo che non è soltanto individuo, ma che è società nelle sue varie forme, società che non si esaurisce nello Stato”.

È sorprendente che Ainis possa affermare che “nessuno ci ha capito un fico secco” delle affermazioni del Ministro Sacconi sulla antropologia positiva e sul rapporto tra Stato e società. Forse non si è reso conto che il principio di sussidiarietà è nel DNA più genuino della nostra tradizione, che costituisce il segreto del nostro sviluppo e che ora è ripreso con forza dalle nuove teorie che si stanno affermando in Europa, come quella della Big Society di Cameron.

A parte la prova di provincialismo, forse Ainis non si rende ben conto che il nostro Paese si colloca al 78° posto in termini di libertà di impresa, secondo l’ultima classifica del Doing Business 2010 (World Bank). Che continuando così, in un contesto globale dove la competizione non è più solo tra imprese ma tra interi sistemi, l’alternativa è tra il declino e lo sviluppo.

 

Non si rende ben conto che una alluvione di regole spesso inutili e vessatorie frena il nostro sviluppo economico e sociale, che, ad esempio, in nome del “culto dell’albero” o del “vecchio” che si è insinuato in alcune burocrazie statali, in Italia a volte ci vogliono tre o quattro anni per ottenere una VIA (Valutazione impatto ambientale), mesi e mesi per aprire una pizzeria (consiglio la lettura del libro di Furini, Volevo solo vender la pizza. Le disavventure di un piccolo imprenditore), o che una Sopraintendenza e un ufficio ministeriale possono bloccare per un oltre decennio la realizzazione di una strada strategica di qualche km (vedasi la realizzazione del tratto stradale di 5 km tra Sequas e Gemona, funzionale ad agganciare in Friuli il collegamento con gli assi verso il Veneto e l’Austria). Salvo poi scoprire che mentre l’alluvione di regole bloccava chi voleva darsi da fare onestamente, in Italia venivano alla luce le 2 milioni di case fantasma scoperte dalle mappature aeree della Agenzia del Territorio.

 

È plausibile questa schizofrenia? La soluzione del Governo appare quindi quanto mai opportuna: proporre una modifica degli artt. 41, 97 e 118 della Costituzione per tagliare, in nome di una antropologia positiva, il nodo gordiano dell’eccesso di burocrazia statale, regionale o locale: quando ogni altro tentativo sembra fallire l’unica soluzione è quella di agire al livello del patto costituzionale, rinnovandolo e aggiornandolo in modo da superare alla radice l’ostacolo.

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