SCENARIO/ Forte: ecco perché la “pace” di Berlusconi non è caduta nel vuoto

- int. Francesco Forte

Secondo FRANCESCO FORTE, non era l’opposizione il vero interlocutore che Berlusconi ha cercato quando lunedì ha proposto un piano per la crescita dell’economia

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Si sapeva già lunedì che il segretario del Pd non avrebbe accolto l’invito di Silvio Berlusconi a lavorare insieme a un “grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana”, e ieri la risposta di Pierluigi Bersani ha reso chiaro a tutti le ragioni del suo no: la proposta è arrivata fuori tempo massimo e “il presidente del Consiglio non è in condizione di aprire una fase nuova: ne è anzi l’impedimento”. Dunque, un buco nell’acqua per il Premier? Non la pensa così Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze, secondo cui «non era l’opposizione il vero interlocutore di Berlusconi, ma le parti sociali e quello che potremmo definire il centro».

Può spiegare meglio Professore?

Il messaggio di Berlusconi al centrosinistra era una sorta di test per chiedere: “Volete o no il dialogo?”. Il Pd avrebbe anche potuto starci, se non fosse che non è più un vero partito della sinistra collegato alle masse popolari: è eterodiretto da intellettuali e da gruppi di interesse economico. Gli organismi sindacali, invece, sono anni che parlano di “Patto per la crescita”. In sostanza, si dicono disponibili ad aumentare produttività e flessibilità, purché vi sia un ugual cambiamento nell’economia pubblica. Finalmente a Berlusconi è venuto in mente di lanciare questo messaggio pubblico, che riprende le richieste delle parti sociali.

E leggendo le dichiarazioni di Bonanni e Marcegaglia sembra che il Cavaliere sia riuscito nel suo intento.

Sì. Possiamo dire che lo scopo era anche quello di “parlare a suocera perché nuora intenda”. Bersani ha parlato di “tempo scaduto” riguardo l’invito di Berlusconi, ma il fatto è che nel Pd non sanno proporre nulla, se non la patrimoniale. Tuttavia, se il messaggio di Berlusconi a sinistra crea dei problemi e dei rischi per la stessa sinistra, per il centro rappresenta una sfida, una domanda: “Volete unirvi al centrodestra per fare questa politica o preferite un’alternativa di sinistra?”.

Perché allora Berlusconi nella sua lettera ha citato solo Bersani, “ignorando” invece il centro?

Per una ragione politica semplice: se il centrodestra parlasse direttamente con il centro, sarebbe più difficile per chi nel centro si sente vicino a queste idee del centrodestra rispondere positivamente. Berlusconi ha voluto portare quindi il dialogo verso il Pd, lasciando che nel centro ci sia più libertà di aderire alla sua proposta. Questa è un’azione politica sfuggita a Bersani, Fini e Casini. Questi ultimi due si sono isolati, mettendosi in una posizione difficile. Penso che per molti dell’Udc, le proposte di Berlusconi rappresentino parte del proprio programma. Anche in Fli c’è chi non può non voler liberalizzazioni, privatizzazioni e crescita. Penso che per loro la cosa più difficile sia scegliere secondo quello in cui si crede, andando oltre le preferenze e le opinioni personali riguardo Berlusconi. In ogni caso la maggioranza è autosufficiente e farà da sé le riforme necessarie per la crescita.

 

Secondo lei, perché la proposta di questo piano è arrivata solo ora? Non poteva essere avviato prima?

 

Come dicevo in precedenza, a Berlusconi finalmente è venuto in mente di lanciare questo messaggio, dopo che per anni si è parlato del “Patto per la crescita” come di una priorità, fermata purtroppo dal federalismo, che la Lega Nord ha trasformato in una bandiera più importante delle liberalizzazioni, della privatizzazione di ciò che non deve essere necessariamente pubblico, delle deregolamentazioni per eliminare gli eccessi di burocrazia, delle forme di tassazione più amiche dell’impresa e delle persone. Credo che bisognasse dare priorità alla crescita per inserire poi il federalismo fiscale, e non viceversa. Anche perché la crescita è fondamentale per l’Italia, specie dopo tre anni di rigore, che certamente ha aiutato il nostro paese a diventare più credibile sul piano internazionale. Prima, infatti, c’era l’ignobile idea di aumentare le tasse per formare un “tesoretto” da spendere: uno spettacolo assurdo, a livello internazionale, per un paese già alle prese con un alto debito.

 

Domani, però, il voto sul federalismo, in caso di esito negativo, potrebbe – si dice – indispettire la Lega e far rischiare le elezioni anticipate. E quindi addio riforme per la crescita…

 

Innanzitutto va detto che all’interno della Lega ci sono due correnti, e quella di Calderoli non ritiene giustificato il ricorso alle urne. Dal punto di vista giuridico e politico, poi, i decreti non corrono tutti i rischi che si dicono, perché la commissione bicamerale è al “pareggio” (che politicamente vuol dire “voto positivo”), e per di più il suo voto è solo consultivo. Infine, per la Lega è più importante il parere dell’Anci, che rappresenta i Comuni, il territorio, il popolo. E qui mi sembra che le cose siano a posto. Non credo ci siano motivi per pensare che ci saranno elezioni anticipate. A meno che…

 

A meno che?

A meno che non si continui a portare avanti il discorso per cui se c’è una lite continua tra le istituzioni il Presidente della Repubblica potrebbe sciogliere le Camere. Secondo me, sarebbe un colpo di mano. Il conflitto tra le istituzioni altrove, come negli Stati Uniti, è normale. Il confronto tra istituzioni fa parte della vita di una democrazia. L’idea per cui bisogna andare a elezioni se c’è un dissenso è come dire che non si può esprimere un dissenso, e questo mi sembra assurdo.

 

In ogni caso, che impatto avrebbero le elezioni anticipate sui titoli del nostro debito pubblico? Finirebbero nel mirino della speculazione internazionale?

 

Se l’Italia ha deciso di andare a elezioni adesso, nessuno ci salverà da una crisi del debito pubblico. Questa scelta dal punto di vista economico sarebbe un suicido. Un conto è se ci fosse la certezza che Berlusconi o Bersani possono vincere, ma siccome si sceglierebbe di andare al voto proprio con lo scopo di creare una situazione gelatinosa, in cui Berlusconi non sarebbe più in grado di essere un leader convincente, con una vittoria magari solo alla Camera e non al Senato, con lo spettro di un Governo di grande coalizione guidato da non si sa chi (di certo non vorranno Berlusconi), si viene a creare uno scenario che, prima ancora che accada, gli analisti economici decidono che è certo. A quel punto, automaticamente, il debito pubblico va in crisi. Se lo scenario è confuso, il giudizio dei mercati è conseguente.

 

Tornando al federalismo, la settimana scorsa, in particolare in un articolo di Dario Di Vico su Il Corriere della Sera, è stato lanciato un allarme: esso aumenterà le tasse. Cosa ne pensa?

 

Di Vico ha senz’altro letto un mio articolo su L’Occidentale, nel quale delineavo il pericolo che la concezione del federalismo “liberale” – che porterebbe vantaggi al paese – venisse distorta dalle concessioni che Calderoli cercava di fare ai sindaci “vampiri” assetati di poteri tributari. Questa tendenza, però, proprio dopo il mio articolo – sia ben chiaro – è cambiata e il testo del decreto è stato modificato. Le osservazioni di Di Vico sono state quindi tardive. Il nuovo testo prevede che le aliquote vadano da un minimo a un massimo. Saranno i sindaci a decidere: chi vorrà fare il federalismo virtuoso diminuendo anche le imposte potrà farlo, gli altri dovranno vedersela con gli elettori. Trovo comunque grottesco che a sinistra ci si lamenti del rischio di un moderato aumento della tassazione sugli immobili delle imprese quando Amato e Capaldo propongono una patrimoniale.

 

Un’ultima considerazione: Berlusconi ha scritto che il fulcro del piano per la crescita è la riforma dell’articolo 41 della Costituzione. Non trova che per dare avvio alla crescita, per favorire imprese e persone, basterebbero leggi ordinarie, senza doversi imbarcare in un impegnativo iter di revisione costituzionale, che oltretutto richiede una maggioranza qualificata che al momento non sembra sussistere?

Per me, l’articolo 41 è di fatto stato modificato dal Trattato di Maastricht – cui l’Italia ha aderito – che contiene regole rigorose di economia di mercato. Tuttavia, molti giuristi, nel nostro Paese, ritengono, a quanto pare, che un Trattato europeo non sia una fonte primaria di diritto. Detto questo, la modifica dell’articolo 41 sarà senz’altro una perdita di tempo e non ci sarà la maggioranza per farla. Si tratta, però, di una sorta di operazione “manifesto”. Mi auguro che oltre a questa, si facciano cose concrete: ad esempio, si eliminino vincoli e ostacoli concreti nel campo delle opere pubbliche e dell’edilizia che limitano la libertà imprenditoriale. Tanto per essere chiari, le vere liberalizzazioni non hanno bisogno di una modifica dell’articolo 41.

 

(Lorenzo Torrisi) 

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