SCENARIO/ Ecco perchè lo “scatto” sulla giustizia impantana ancora il governo

- int. Paolo Franchi

In vista del processo del 6 aprile, la tensione tra maggioranza, opposizione, governo e istituzioni si acuisce ogni giorno di più. PAOLO FRANCHI commenta l’impasse

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Foto Imagoeconomica

La politica è esclusa dalla scena pubblica dove, ormai,  sovrasta il tutti contro  tutti: dallo scranno del presidente della Camera piovono accuse  su Berlusconi di corruttore, lo scontro tra il premier e la magistratura si acuisce di giorno in giorno, il caso Ruby ha invaso gli spazi di azione residui e il processo incombente toglie fiato alle migliori intenzioni. Sullo sfondo, proposte roboanti di rilancio dell’economia, annunci di riforme e la messa in cantiere di un Ddl sulla giustizia che risulta, dato il contesto, uno schiaffo ai giudici. Lo scenario è infuocato. Ma nulla si muove. Un paradosso, uno «stallo di lungo periodo» in cui, secondo Paolo Franchi, non rimane che ricorrere alla urne anticipate.

Fini attacca Berlusconi: meglio non mettersi contro il suo «potere finanziario e mediatico». L’accusa è di essersi comprato dei parlamentari. Cosa ne pensa del fatto che la terza carica dello Stato esterni in tal modo le sue “considerazioni” sulla quarta?

Siamo di fronte a un inedito assoluto nella seconda e nella prima Repubblica; non si è mai visto una maggioranza rimpolparsi in maniera così “curiosa”. La questione posta da Fini può porla chiunque. L’inaudita disparità di mezzi, che segna la lotta politica, è sotto gli occhi di tutti. Detto ciò, è ancora più inedito un giudizio del genere sul presunto compratore, ma anche sui presunti comprati. Che, tra l’altro, fino a prova contraria, sono membri di quella Camera di cui Fini è presidente. Il fatto che Fini non abbia alcuna intenzione di dimettersi acuisce quello scontro tra le istituzioni e la politica di cui aveva parlato nella sua famosa nota il presidente della Repubblica. Scontro che mina la possibilità che la legislatura continui.

È in cantiere la riforma della giustizia. La relazione del ministro Alfano sulla bozza è stata approvata all’unanimità dal Cdm. Dato il clima politico, può essere intesa come una ritorsione contro la magistratura?

Sicuramente così la interpreta larga parte dei magistrati. Penso che il problema della riforma della giustizia esista, che la separazione delle carriere non sia da considerarsi peccato, né lo sia una forma di responsabilità civile più significativa di quella attuale. Tuttavia, essendo una di quelle riforme che dà il segno all’attività di un governo, di norma si mette in agenda all’inizio di legislatura. Non basta la giustificazione secondo cui in precedenza era Fini a impedirne la calendarizzazione.

Nella riforma, però, non ci sono elementi in evidente connessione con il processo del 6 aprile. Cos’ha da guadagnarci Berlusconi, quindi?  

È evidente che non ci sia un nesso immediato tra la riforma e il procedimento giudiziario di Milano in cui Berlusconi è imputato per concussione e prostituzione minorile. Si tratta di una sua bandiera, una battaglia personale. Nel braccio di ferro con la magistratura, con questo atto riguadagna la sua primazia. Il messaggio è: “A tal punto non mi sento sotto scacco dalla magistratura, che in questo momento metto all’ordine del giorno la riforma della Giustizia”. Del resto non sarebbe stato possibile, a poco più di un mese dal processo, attuare misure che lo evitassero. Salvo un decreto ad personam che dicesse che il presidente del Consiglio non è tout court perseguibile…

Il governo sostiene che l’allargamento della maggioranza renda realistico il rilancio delle riforme. È credibile tale rilancio?

Federalismo a parte e questo annuncio di riforma delle Giustizia, in cosa consistano esattamente queste riforme non è chiaro. Certo, in Consiglio dei ministri si è parlato di rilancio dell’economia. Tuttavia, sia per questo che per tutte le altre riforme (che quando la maggioranza era più larga, neanche sono state messe in cantiere), non credo che ci sia il clima politico adeguato.

Al di là delle riforme, esistono margini di manovra per tornare a far politica e occuparsi del Paese?

Personalmente penso di no. Facendo finta che il processo sia ponibile tra parentesi, persiste un intricato problema di fondo: siamo in una situazione tipica da fine legislatura. Dove, storicamente, non si è mai combinato nulla. Ma che rischia di durare due anni. Basterebbe questo a rendere lo stallo preoccupante. Si aggiunga quanto abbiamo messo tra parentesi per comodità di discussione, e il quadro rende improbabile ogni mossa.

Quindi? Si deve ricorrere alla elezioni anticipate? 

Le vedrei, perlomeno, come il male minore. Certo, si svolgerebbero in un clima pessimo, non risolverebbero granché, ma ci tirerebbero fuori dall’impasse. Il fatto è che Berlusconi non ha alcuna intenzione di dimettersi.

Chi potrebbe, in tal senso, accelerare i tempi?

La Lega. Non penso, tuttavia, che finché non abbia incassato il federalismo staccherà la spina. E i tempi non sono per nulla brevi. È una situazione “incartata”, di lungo stallo. In cui, però, divampano incendi. Per intenderci, non è una situazione di lungo stallo doroteo…

Non crede che il processo del 6 aprile forzerà le vicende, obbligando di fatto al ricorso alla urne?

Rito immediato significa che il processo inizia rapidamente, non che finisce rapidamente. Si potrebbe protrarre per mesi. Ogni previsione, quindi, lascia il tempo che trova. Considerando, soprattutto, che se da una parte c’è una forte spinta alle elezioni, dall’altra Berlusconi non ha alcuna intenzione di dimettersi.

Cosa dovrebbe in sostanza fare il governo per il bene del Paese?

 
In questo quadro, dove tutto assume un significato distorto (come la riforma della giustizia), il ritorno di fronte al popolo sovrano sarebbe l’atto più limpido possibile. Credo che la società civile sia più “pacata” dei politici che la governano.  Dal popolo, quindi, potrebbe venire ancora una volta una prova di saggezza. Del resto il contesto è profondamente cambiato rispetto al 2008. Allora ne emerse una sorta di semi-bipartitismo tendenziale.  Ora la legislatura è andata da tutt’altra parte.   

Follini propone, come candidato premier di una larga coalizione di sinistra, Mario Monti. Che significato politico assume la sua candidatura?

C’è un ragionamento ben preciso dietro la proposta. La politica, nel corso degli anni invece che risolvere i problemi, ne è diventata parte. Va, dunque, ridimensionata. È necessario ricreare le condizioni per dar vita a maggioranze relativamente ampie che possano dar risposte alla società civile. Bisogna, per questo, trovare una figura relativamente fuori da questi giochi, con una personalità spendibile internazionalmente. È un ragionamento speculare a quello che indica in Tremonti il successore di Berlusconi. Parte dallo stesso giudizio di fondo sulla crisi del sistema politico.

Perché, invece, Nichi Vendola propone la Bindi?

Per sparigliare le carte in tavola. Da un lato è forte di un consenso notevole e in costante crescita; dall’altro vuole affermarsi come protagonista politico nei confronti del Pd. Con una mossa come questa, riafferma il suo peso; fa capire che è lui a dare il tono al dibattito politico. Da tre giorni, non a caso, i giornali si affannano sul tema “Bindi sì, Bindi no”.

(Paolo Nessi)

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