SCENARIO/ Così Berlusconi evita il voto e prepara il suo erede

Il taglio del Milleproroghe ha rimesso al centro delle polemiche Tremonti, mentre continuano le operazioni di allargamento e si avvicina il fatidico 6 aprile. L’analisi di MARCELLO VENEZIANI

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Immagine d'archivio

Il taglio del Milleproroghe, dopo l’altolà del Presidente Napolitano, ha rimesso al centro delle polemiche interne al centrodestra il ministro Giulio Tremonti, colpevole secondo alcuni di aver messo al primo posto, ancora una volta, gli interessi della Lega, a discapito del Sud e della Capitale. Per altri, invece, è il giusto prezzo da pagare al Carroccio per aver saputo resistere alle sirene dell’opposizione nei momenti più delicati. In ogni caso, soprattutto a livello numerico, la maggioranza si è rinsaldata e alla Camera punta a raggiungere addirittura quota 330. «Salvo nuove turbolenze giudiziarie – dice Marcello Veneziani a IlSussidiario.net -, il governo sembra destinato a durare e le elezioni sembrano ormai rimandate all’anno prossimo. In questo quadro, la figura del Ministro dell’Economia può essere intesa come un’ottima carta d’emergenza o come una vera e propria insidia per Silvio Berlusconi. A mio avviso, piuttosto che limitarsi a leggere Tremonti in chiave antagonistica, sarebbe più interessante per il centrodestra iniziare a impostare un discorso di lungo periodo che permetta alla coalizione di essere pronta al passaggio di consegne tra due anni e mezzo».

Sul proseguo della legislatura pesa però l’ombra del 6 aprile, quando Silvio Berlusconi dovrà rispondere del “caso Ruby” davanti ai giudici.

L’appuntamento è annunciato, ma si abbatterà ad ogni modo in maniera impetuosa sul governo. Detto questo, penso che la maggioranza avrà la forza politica per reggere l’urto. Spetterà ai legali del premier identificare la linea di difesa migliore, ciò che è certo è che il Cavaliere deve sforzarsi di smorzare e se possibile sospendere ogni tipo di polemica con la magistratura.
Una volta superato l’ostacolo, sarà però il caso di iniziare a gestire un avvicendamento che senza la dovuta preparazione sarebbe lacerante e potrebbe avere effetti collaterali imprevedibili.

Nel frattempo c’è il clima adatto secondo lei per portare avanti l’annunciata riforma della giustizia?

Penso che sia molto difficile, anche perché l’esecutivo dovrà vedersela con un Presidente della Camera certamente refrattario ad accelerare i tempi e non sarà facile mantenere salda una maggioranza abbastanza ampia, ma sicuramente provata.
Riguardo all’ipotesi di reintrodurre l’immunità parlamentare penso poi che Bossi abbia ragione: meglio blindare le cinque più alte cariche dello Stato, piuttosto che ripristinare un privilegio che, per quanto previsto dalla Costituzione, è avvertito come odioso dalla maggioranza dei cittadini.

E come andrà gestita la successione a cui accennava prima?

Il centrodestra, innanzitutto, dovrebbe proiettare questo passaggio alla scadenza istituzionale e naturale della legislatura, il primo passo dovrà poi essere fatto proprio da Silvio Berlusconi, in cambio di una rinnovata prova di lealtà nei suoi confronti. Ancora due anni e mezzo di governo, poi si passa il testimone. In questa prospettiva è possibile ricostruire un dialogo con Pier Ferdinando Casini.

E come si immagina il centrodestra del futuro?

Dato che non è ancora emerso un leader in grado di raccogliere da solo tutto il consenso del Cavaliere sono convinto che, almeno in partenza, sia necessario un “ticket” o una terna di leader che possa rappresentare l’asse produttivo del Nord, la destra e il mondo cattolico. Solo in un secondo tempo si potrà individuare il primus inter pares.

Che nomi ha in mente?

Giulio Tremonti ha un’esperienza di governo ai massimi livelli, può garantire una continuità dal punto di vista della politica economica ed è il referente della Lega e del Nord produttivo. Casini potrebbe rappresentare l’area cattolica, anche se non è il solo in grado di farlo. Nel campo della destra, invece, non c’è ancora un nome su cui tutti possono convergere, ma alcune ipotesi. Si tratta di far convivere la destra sociale e quella di provenienza tatarelliana. Per ora si parla di Alemanno, La Russa e pochi altri, ma anche in questo campo è il momento di fare delle scelte. Non penso che la destra possa rassegnarsi al ruolo di portatrice d’acqua al mulino degli altri.
Ad ogni modo una coalizione che si sappia rinnovare a partire da questo schema penso che possa raccogliere consensi larghi e maggioritari.

Lei ha in mente comunque una destra che si sappia ricomporre a prescindere da Fini e che si renda autonoma dal Pdl?

Non è detto, ma penso che sia molto probabile, soprattutto quando verrà meno il collante essenziale di Silvio Berlusconi.    

Il progetto politico di Gianfranco Fini secondo lei invece è definitivamente fallito?

Direi di sì, anche perché è stato concepito nei termini estremi di un’autonomia conflittuale dal centrodestra, senza alcuna possibilità di convergenza. Una strada senza ritorno. Non è immaginabile, infatti, che personaggi come Fini e  Bocchino possano giocare un ruolo nuovo all’interno del centrodestra che verrà.

Tra le critiche che l’attuale Presidente della Camera aveva rivolto al Pdl alcune andavano secondo lei salvate?

Quando Fini criticava l’inconsistenza politica del Pdl come partito e l’infelice scelta dei coordinatori aveva ragione.Detto questo, oltre all’impostazione di fondo che spiegavo prima ha completamente sbagliato i tempi. Da un lato si è mosso tardi, perché se aveva certe convinzioni non avrebbe dovuto sciogliere Alleanza Nazionale, dall’altro doveva avere la pazienza di aspettare la scadenza elettorale. Se alle defezioni eccellenti di questi giorni dovessero aggiungersi gli ultimi annunciati abbandoni, penso che Fini dovrà davvero ripensare alla sua avventura politica, ripartendo però da zero.

Da ultimo, un suo commento sullo scontro al vertice del quotidiano storico della destra, il Secolo d’Italia.

Il Secolo fa riferimento principalmente al suo editore, più che a un esiguo numero di lettori. Detto questo, mi sembra giusto che il gruppo di Futuro e Libertà abbia un suo organo di stampa, così com’è giusto che lo abbia la componente della destra di governo. La cosa migliore sarebbe la convivenza delle due anime, evitando epurazioni e traumi. Se questo non sarà possibile non vedo altre alternative alla chiusura. Dopodiché, ognuno per la sua strada…

(Carlo Melato)

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