SCENARIO/ Leghisti in salsa democristiana: la Festa a metà di Bossi & Co.

- Marco Alfieri

Nel giorno che celebra i 150 anni dell’unità d’Italia le cerimonie non si contano. Come si comporterà lo stato maggiore leghista? L’analisi di MARCO ALFIERI

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Foto Imagoeconomica

Niente strappi al centro, con il Quirinale. La ricreazione va bene in periferia, o in regioni e città importanti dove non si governa, ma si vorrebbe farlo presto. Oggi i big leghisti saranno presenti alla Camera per la seduta solenne del 150esimo dell’Unità d’Italia. Nessuna fronda plateale. Il tridente Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli sarà regolarmente ai loro banchi.

Certo, non per amor patrio, solo per rispetto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con cui non è il caso di aprire un fronte polemico. Sarebbe politicamente suicida. È un gesto minimo, tirato per la giacca, non senza demagogia da sempiterna forza di lotta e di governo: ad esempio la pattuglia dei parlamentari leghisti sarà ridotta al lumicino, non ci saranno probabilmente i capogruppo (Reguzzoni e Bricolo), altri lavoreranno sul territorio o nei loro uffici per segnare la contrarietà ai festeggiamenti, mentre Maroni arriverà direttamente da Bruxelles, dove in mattinata incontrerà il commissario per gli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, per discutere di immigrazione.

Ma almeno il protocollo è salvo. Altra cosa in periferia. Ieri in comune a Milano, e in altre città e province minori, i Lumbard non si sono nemmeno fatti vedere. I 4 consiglieri regionali emiliani del Carroccio hanno invece disertato le commemorazioni di Bologna. In aula è partito l’inno e loro sono usciti dall’emiciclo per il solito cappuccino. Sulla scia dei loro colleghi lombardi, capitanati da Renzo Bossi, il “Trota”: martedì mattina sulle prime note di Mameli sono andati al bar, tra le polemiche di tutto l’arco costituzionale. Apriti cielo.

Come leggere la guerriglia leghista ai festeggiamenti tricolore? Fragorosi in una regione come la Lombardia, ancora non governata dal Carroccio, molto meno in posti dove la Lega è sulla poltrona di comando, come Piemonte e Veneto. Qualche manfrina, ma sostanzialmente galateo istituzionale rispettato.

Perché? In realtà la fuga al bar risponde a una precisa strategia del Carroccio. I Lumbard non hanno smesso di accarezzare il sogno di prendersi molto presto anche la Lombardia. Da via Bellerio, ad esempio, fanno filtrare l’idea che la vicenda delle firme false legate alla presentazione della lista Formigoni alle scorse regionali, potrebbe essere una bomba pronta ad esplodere.

C’è chi sta lavorando alacremente al post Pdl, nonostante manchino quattro anni alla scadenza e ci sia stato il voto appena la scorsa primavera. Poi le polemiche di Davide Boni (capogruppo verde in consiglio regionale) contro il governatore e le recenti stoccate del vice ministro Roberto Castelli sull’iter dell’autostrada Pedemontana.

Troppe circostanze per non fare una prova. Prendersi sul medio termine anche la Lombardia, dopo Piemonte e Veneto, potrebbe essere lo sbocco «bavarese» della strategia bossiana, il vero baratto con Silvio Berlusconi in cambio dell’appoggio senza se e senza ma al premier alle prese con il Rubygate.

In questo senso per molti leghisti le amministrative di maggio saranno un banco di prova per il sorpasso degli alleati rivali. L’ambizione è ripetere l’exploit veneto 2010 di Luca Zaia, che ha schiantato il Pdl trasformando il Carroccio nel primo partito in regione. Non sarà facile in Lombardia, ma se questo è lo scenario, è ovvio che i padani non perdano occasione per smarcarsi, segnare il territorio e la propria identità. Anche a costo di destare scandalo (ma mai fino ad arrivare a rompere con il Colle). Leghisti sì, in salsa democristiana…



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