LIBIA/ Frattini: vi spiego cosa farà l’Italia per fermare la guerra

- int. Franco Frattini

Dopo il vertice di Londra, il ministro degli Esteri FRANCO FRATTINI spiega a ilsussidiario.net che strada intende seguire l’Italia (e l’Europa) nell’affrontare la questione libica

Londra_Conferenza_LibiaR400
I lavori della Conferenza di Londra sulla Libia (Foto Ansa)

«Occorre giungere al più presto a un cessare il fuoco in Libia, per porre le premesse di un dialogo politico e inclusivo di riconciliazione nazionale». Lo rivela il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nel corso di un’intervista esclusiva a ilsussidiario.net rilasciata all’indomani della Conferenza di Londra. Nel corso del summit con 37 ministri degli Esteri di Europa, Africa e Medio Oriente, martedì nella City si è tracciata una road map per il dopo Gheddafi. Frattini spiega le ragioni per cui il Governo italiano ha deciso di intervenire al fianco di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, sottolineando che quanto sta avvenendo nel Nord Africa è l’occasione per costruire «non un’Italia più forte contro qualcun altro, ma un’Europa più forte, perché più consapevole di sé e più aperta verso la sponda Sud».

Ministro Frattini, quali sono gli obiettivi dell’intervento militare dell’Italia in Libia?

Intanto vorrei precisare che non è un intervento “dell’ Italia”, ma della Comunità Internazionale, e il cui comando operativo è esercitato dalla Nato. Gli obiettivi sono quelli fissati dalle Risoluzioni 1970 e 1973 delle Nazioni Unite, e si riassumono nella necessità di proteggere in modo imparziale la popolazione civile libica, nella convinzione che la soluzione della crisi passa per il dialogo nazionale e per un processo costituente. Non è possibile rimanere indifferenti di fronte a violazioni sistematiche dei diritti umani, né di fronte a un leader che massacra il suo popolo. L’azione militare messa in atto dalla coalizione è servita a evitare danni gravissimi alla popolazione libica. E ieri (martedì, ndr) a Londra si è concordato di continuare gli sforzi bellici finché non sarà attuata la Risoluzione 1973.

Fino a che punto c’è ancora spazio per il dialogo come alternativa a una soluzione armata?

Vogliamo arrivare a costruire, con tutte le forze della società libica che rispondono a parametri di democraticità, una Libia democratica, sovrana e unita, senza imposizioni dall’esterno. Questo percorso passa per il cessate il fuoco e per un confronto inclusivo fra tutte le componenti della popolazione libica. È evidente, però, che la Libia non potrà voltare pagina se non dopo che Gheddafi avrà lasciato il potere. È significativo che martedì, alla Conferenza di Londra, si sia registrato un consenso unanime sulla necessità che Gheddafi se ne vada: ha perso ogni credibilità e non può più essere considerato un interlocutore politico. L’esilio, naturalmente senza salvacondotti, potrebbe essere una buona soluzione, ed è uno dei temi dei quali si è discusso martedì a Londra.

Quali sono le ipotesi per una soluzione pacifica del conflitto cui sta lavorando l’Italia?

Non ci sono piani, meno che mai ricette miracolose. Martedì abbiamo discusso con i nostri principali partner di idee e proposte per un orientamento della Comunità Internazionale sul dopo Gheddafi. È fondamentale la discussione collegiale e multilaterale, come lo è la convergenza sui principi di fondo. Intanto è stato messo a segno un risultato notevole: il gruppo di contatto sulla Libia, che si è riunito per la prima volta a Londra a livello dei Ministri degli Esteri, diventa un punto di riferimento stabile. Nella riunione è stato infatti deciso di istituire un gruppo di lavoro, a livello di alti funzionari, composto da una ventina di Paesi, che si riunirà periodicamente alternando le sedi tra capitali arabe e occidentali. E i prossimi appuntamenti saranno Qatar e, prima fra le capitali occidentali, Roma, quale riconoscimento del contributo imprescindibile dell’Italia per la soluzione della crisi libica.

Come valuta la posizione della Germania? E perché l’Italia non ha potuto tenere la stessa linea?

Conta quel che unisce: i principali Paesi europei, insieme con gli Stati Uniti, la Turchia, la Lega Araba e l’ Unione Africana – della cui assenza da Londra abbiamo preso atto con rammarico, ma che ci auguriamo si risolva a presentare le sue proposte partecipando alle riunioni con gli altri attori internazionali – debbono elaborare una strategia politica unitaria e condivisa. Siamo tutti d’accordo nel considerare la missione militare un mezzo per proteggere i civili, laddove il fine è la costruzione di una nuova Libia unita con il coinvolgimento di tutte le forze che vogliono costruire un cambiamento fondato sulla democrazia, il dialogo e il rispetto dei diritti umani. Ciò detto, l’Italia non poteva certo sottrarsi alle responsabilità che le derivano dalla sua naturale funzione di ponte – politico e culturale, più e prima ancora che militare – fra le due sponde del Mediterraneo.

I ribelli di Bengasi non hanno ancora espresso una valida alternativa a Gheddafi. Ritiene che questo problema potrà essere facilmente superato?

Noi sosteniamo che il popolo libico è e deve rimanere padrone del suo futuro. Per questo insistiamo molto sulla necessità di giungere al più presto a un cessate il fuoco e alla fine delle violenze sui civili: in tal modo si potranno porre le premesse per l’avvio di un dialogo politico e inclusivo di riconciliazione nazionale e per la successiva ricostruzione economica e sociale del Paese. Per quanto riguarda il Comitato Nazionale di Transizione di Bengasi, è un interlocutore sempre più credibile. Ha presentato una serie di punti, quali elezioni libere, uno stato laico, rispetto dei diritti, e ha confermato che saranno rispettati gli accordi assunti a livello internazionale. Penso che potrà contribuire a una continuità nell’azione del Paese, ma con la necessaria discontinuità nell’azione di governo. Sto valutando la possibilità di invitarlo in via informale alla riunione dei 5+5 che si svolgerà a Napoli il 13 aprile.

La comunità internazionale, e soprattutto la Francia, ha deciso di appoggiare la rivolta in Libia, ma non quelle contro altre dittature del Medio Oriente. Quali sono le ragioni di questa scelta?

Il principio di fondo che anima la comunità euro-atlantica è sempre lo stesso: favorire transizioni pacifiche e ordinate verso nuovi assetti democratici rispondenti alle legittime aspirazioni di partecipazione politica e promozione sociale espresse dai popoli della regione. Purtroppo Gheddafi ha deciso di sparare contro il suo popolo, e la Comunità Internazionale non poteva restare inerte. E, visto che Lei cita la Francia, tengo a sottolineare che a Londra il mio omologo Juppé è stato correttissimo e molto costruttivo, accettando la costituzione del Gruppo di Contatto e condividendo che non sia sovrapposto al comando della Nato.

Il conflitto in Libia è un’occasione per ridefinire le posizioni di forza tra i Paesi occidentali. A quale ruolo ambisce l’Italia?

Le rispondo con una domanda: il perseguimento degli egoismi nazionali ha mai costruito pace e prosperità? No, guardi, abbiamo tutti, non solo l’Italia, imparato che l’unica strada da seguire è quella dell’integrazione e della cooperazione. Vogliamo che ad affacciarsi sul Mediterraneo sia non un’Italia più forte contro qualcun altro, ma un’Europa più forte, perché più consapevole di sé e più aperta verso la sponda Sud, che merita altrettanta attenzione e risorse di quelle dedicate ai popoli a Est dell’Unione.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori