SCENARIO/ 2. Berlusconi e quelle tre “S” che hanno affossato il centrodestra

- Angelo Picariello

I segnali politici arrivati dalle amministrative continuano a scuotere gli opinionisti e gli analisti politici. ANGELO PICARIELLO mette a fuoco la situazione di uno scenario che cambia…

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Sandro Sallusti

Alla fine ha parlato, anzi secondo qualcuno è straripato a reti unificate. In ogni caso: ci ha messo la faccia. Sì, a un certo punto era stato anche tentato, Silvio Berlusconi, dall’idea di scansarsi così da poter pensare – in caso, più che probabile, di sconfitta a Milano – di poter  scaricare sulla Moratti, o magari su Bossi. Ma poi ha capito che l’operazione, oltre a essere autolesionista, forse sarebbe risultata anche impraticabile. Sia chiaro, non credo che in molti nel Pdl, e Berlusconi non è da meno, sarebbero disposti oggi a giocarsi qualcosa di importante dei loro averi sulla rimonta a  Milano.

La ritengono possibile, come ogni persona di buon senso, appena al venti per cento delle possibilità. Ma intanto, trattandosi di un miracolo, praticamente, sono tutti consapevoli che sarà possibile solo se tutte le componenti saranno presenti. Ma comunque, anche in caso più che probabile di sconfitta al secondo turno, meglio poter dire di esserci stati, con la faccia e con la presenza, così da non salire dopo sul banco degli imputati che sarebbero cercati fra i disertori. Credo che in molti, nel Pdl, oggi, abbiano il problema di mettere ora a verbale il fatto di esserci stati, a Milano, a futura memoria. Almeno farsi vedere. E forse è anche il problema di Berlusconi che non a caso avverte: se anche perdo non lascio, e l’intesa fra me e Bossi non ha alternative.

Vedremo. Resta il dato stupefacente di partenza: l’asse Pdl-Lega, nella città da cui tutto partì, al primo turno è sotto di sei punti dal candidato indicato dalla sinistra radicale. Il Pd vince al primo turno a Bologna e Torino; a Napoli il candidato di IdV al secondo turno se la gioca alla pari con quello del Pdl.

Non so, ora, come andrà a finire: i ballottaggi sono una nuova campagna elettorale e il centrodestra ha ancora, almeno in astratto, la possibilità di rimettersi in carreggiata. Ma il primo turno ha sancito già due sconfitti. Il primo – salvo a vedere se riesce a risalire la china, ora – non può che essere considerato, al momento, Silvio Berlusconi. La sua voglia di non parlare partiva certamente dalla paura dell’effetto-Dorina Bianchi. La candidata a Crotone dell’Udc (omai ex, dopo essere stata ex del Pd) si era infatti fatta incoronare dal premier, a prezzo di essere cacciata dal suo partito (per aver assistito impassibile agli attacchi a Casini) ma si è ritrovata alla fine con un misero 20 per cento. Tanto da lasciare seri dubbi, nello stesso premier, sul reale effetto positivo suscitato dal suo appoggio.

E anche a Milano, d’altronde, si era candidato capolista, Berlusconi, per dare la spinta alla Moratti, ma ha poi scoperto che quella spinta, nella sua città, ha contato appena 27mila voti di preferenza, la metà di cinque anni fa. Ora vedremo se la nuova offensiva del premier avrà avuto maggiori e migliori effetti, ma a oggi è lecito nutrire dei dubbi.

L’altro sconfitto, questo senza appello, è chiaramente l’asse delle tre “S”, Sallusti-Santanché-Sgarbi. Il loro candidato di riferimento, il temerario Lassini “manifestante” contro i giudici brigatisti, ha preso poco più di 800 voti e – paradossalmente – sarà eletto solo se vincerà la Moratti che ha così fortemente contribuito a far perdere con la sua scellerata iniziativa e con la ancor più scellerata difesa che ha ottenuto da ambienti importanti del Pdl molto, troppo, vicini al capo.

Che Sgarbi, poi, alla prima uscita televisiva, lo abbiano visto solo quattro gatti (uno per milione di euro sborsato dalla Rai) è un fatto che non c’entra, ma solo in apparenza. È infatti ampiamente indicativo di un clima, di un errore di strategia, o quantomeno di sondaggisti da cambiare. Berlusconi insomma raccoglie il frutto amaro di un progressivo arroccamento su posizioni oltranziste: sedotto, coccolato, e rovinato, dai suoi tifosi. Un po’ come la Curva Sud, che si aggrega e si auto-compiace di slogan e cori impresentabili, e poi grida “tutto-lo-sta-dio” per chiedere anche agli altri settori di spettatori di venirgli dietro e si accorge di essere isolata, minoranza. Rumorosa, ma pur sempre minoranza.

In questi ultimi giorni, comunque, si gioca o la possibilità di un recupero del centrodestra, se non “senza” quanto meno “oltre” Berlusconi. O l’apertura di una nuova fase dirompente, senza che però, in tal caso, un’alternativa ancora si intraveda. Il Nuovo (o Terzo) Polo, infatti, tranne che a Napoli e in centri minori, non esce bene dalla competizione. Gli elettori moderati mostrano poca fiducia in un centrodestra impazzito nella versione attuale, è vero, ma anche in quella alternativa rappresentata da Fini e Casini.

Se la minestra bipolare non piace, insomma, l’alternativa appare ancora velleitaria. Fini e Casini, soprattutto, pagano – con queste elezioni – la loro scelta di aristocratico distacco dalle contese locali, convinti come sono che gli amministratori locali siano portatori di un pericoloso virus di attrazione verso i poli dominanti, mentre la barra, a loro avviso, deve essere tenuta al centro, puntando tutto sull’obiettivo finale del voto politico. 

Disegno strategico che ha un suo fondamento, ma comporta un prezzo enorme da pagare in termini di formazione di una nuova classe dirigente. Insomma, Fini e Casini – che pure hanno detto cose giuste e profetiche contro il partito azienda e l’egemonia della Lega – rischiano di arrivare senza forze e con poche truppe all’appuntamento con la storia. In questo quadro la grande vittoria di Fassino a Torino dovrebbe funzionare da monito per tutti: conviene ancora, investire sul buon governo locale più che sulle grandi strategie pensate a Roma e male applicate sul territorio, è questo l’insegnamento che viene da sotto la Mole.

Alludo al ruolo positivo e discreto svolto da Chiamparino, e alla sua onda lunga che Fassino ha abilmente saputo sfruttare. I proclami non contano, è questa la lezione di Torino, o contano solo nel breve periodo in cui vengono pronunciati. Altro che ministeri da trasferire. Conta di più il buon governo, andare oltre i toni gridati, oltre le ideologie che vivono, e muoiono anche, sui preconcetti. Il bene comune, insomma: almeno abbiamo il diritto di sperarlo e auspicarlo. Da qui i dubbi sulla reale efficacia di certe offensive mediatiche, specie se condotte in spregio evidente delle norme sulla par condicio, a rischio di produrre reazioni nella pubblica opinione più forti dei consensi che si riteneva di suscitare.

Vince, insomma, chi riuscirà a catturare l’attenzione e il consenso della maggioranza silenziosa dei moderati disillusi dalla politica, e che ormai preferiscono occuparsi d’altro. Lasciare alla Lega il ruolo di forza moderata è un fatto un po’ comico e un po’ tragico: denota un deficit politico, segnatamente il deficit politico di un leader che ha segnato la politica italiana degli ultimi 17 anni e ancora gioca al ruolo di campione dell’anti-politica di cui è indiscusso protagonista: il gioco non regge più e non so se sia in tempo a cambiare registro. Lo vedremo.

Il centrodestra ha, come dicevo, circa 20 possibilità su cento di mantenere Milano, e poco più del 50 per cento di conquistare Napoli. Lì i margini di recupero sul Terzo Polo, per il Pdl a Napoli, sono maggiori, troppo evidente essendo il fallimento del centrosinistra ed essendo in piedi un’alleanza a livello regionale e provinciale che indurrà giocoforza molti dirigenti di Fli e Udc a schierarsi, sia pur sotto banco, col centrodestra. Ma è Milano che era e resta la madre di tutte le battaglie.

A Pisapia però basterà confermare i voti del primo turno, puntando sulla riduzione dei votanti al secondo turno, per diventare sindaco di Milano, e questo dà la misura della difficoltà della rimonta. Il centrodestra può solo sperare che i grillini restino a casa (perché, se voteranno, non potranno che scegliere Pisapia) e rivolgersi agli elettori del Terzo polo e agli astenuti garantendo loro una fase nuova, “oltre” Berlusconi. Se però l’operazione non dovesse riuscire sarà lo stesso Berlusconi a doversi interrogare.

Ne è valsa proprio la pena farsi dettare la linea dagli scalmanati? Ed era proprio necessario indicare a un’opposizione divisa e a corto di idee una idea così chiara e precisa: se volete farmi fuori superate le divisioni e votate compatti dall’altra parte? E dovrà anche interrogarsi sulla strategia futura: potrà bastare, per sopravvivere, acquistare al negozio di Volta&Gabbana a Montecitorio? Ma queste domande rimandiamole al dopo. C’è un robusto venti per cento di possibilità che potrebbero non servire.

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