SCENARIO/ 1. Il dopo Berlusconi? Dei Napoleone senza esercito

- int. Giulio Sapelli

I risultati dei ballottaggi di Milano e Napoli hanno cambiato la geografia politica del Paese confermando le tendenze del primo turno. GIULIO SAPELLI analizza le conseguenze del voto

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Luigi De Magistris (Foto Imagoeconomica)

«Siamo alla Repubblica di Weimar!», dice Giulio Sapelli a IlSussidiario.net, tornando ad analizzare il risultato dei ballottaggi. «Si avverte la spinta di poteri carismatici che difficilmente riusciranno a coniugarsi a quei poteri non carismatici che sono i partiti. Sia a Milano che a Napoli, infatti, hanno vinto le elezioni dei candidati sprovvisti di esercito. E così, nel capoluogo lombardo il Pd non riesce nemmeno a parlare con Giuliano Pisapia, il quale ha già detto che farà da solo, mentre a Napoli ha vinto il populismo di Luigi De Magistris. L’ex pm per certi versi ricorda quel Comandante Lauro che girava per i vicoli della città distribuendo pasta, anche se lui può soltanto regalare sogni. In pratica, non solo le culture politiche che hanno eletto questi sindaci sono in conflitto tra di loro, ma questi stessi sindaci sono in conflitto con le culture politiche che li hanno eletti. Per questo ci attende una drammatica fase d’instabilità politica».

Quali sono le cause principali di tutto ciò?

L’elezione diretta dei sindaci presuppone la verticalità del potere, mentre i partiti, che sono organizzazioni territoriali, l’orizzontalità. I problemi non sorgono quando sono gli stessi partiti a designare chi sta al vertice, ma quando questi vengono delegittimati, magari attraverso lo strumento delle primarie. Questo è accaduto sia a Milano, dove il Pd è stato scavalcato da un candidato esterno, sia a Napoli, dove ha prevalso in modo cesaristico un candidato che non aveva neanche partecipato alle primarie, peraltro annullate per brogli. Paradossalmente questo problema non si pone quando a vincere è il centrodestra.

Cosa intende dire?

Nello schieramento di Berlusconi, in qualche modo, il problema è stato risolto. Il partito principale della coalizione, essendo carismatico, riproduce al suo interno la verticalità del potere. Se adesso è in grave crisi. infatti, è proprio per il graduale sgretolamento del suo carisma fondante.

Prima di passare a Berlusconi, come mai non la convincono queste due importanti vittorie del centrosinistra?

Non credo in questa retorica del “nuovo che avanza” perché in Italia sembra proprio che non si possano operare dei cambiamenti. Tutto è “rivoluzione passiva”, come diceva Gramsci. Si annuncia una grande novità, anche se in realtà si torna indietro riproponendo idee che non sono rivolte al futuro, ma al passato: no al nucleare, no ai termovalorizzatori… Pisapia, ad esempio, non propone di chiudere il centro storico rivitalizzando i parcheggi esterni, alla maniera di Tognoli, ma di andare tutti in bicicletta, imbianchini compresi, magari con il pennello in una mano e il barattolo della vernice nell’altra. De Magistris invece sogna di risolvere il problema della spazzatura senza costruire termovalorizzatori. Forse cambierà idea quando la monnezza arriverà al quinto piano dei palazzi napoletani.

Come si spiega invece la sconfitta del Cavaliere e dei suoi candidati?

Per la borghesia Berlusconi ha rappresentato in tutti questi anni una specie di “guardia bianca”, anche se mal sopportata, che le ha permesso però di perseguire il massacro sociale. Un “utile incomodo” che per motivi estetici non è mai stato integrato nei salotti buoni. Oggi non serve più all’establishment. Gli scandali sessuali, invece, hanno tolto a Berlusconi quel voto cattolico su cui aveva sempre potuto contare.

Qualcuno adesso chiede che faccia un passo indietro.

Non accadrà mai. Berlusconi è un rivoluzionario combattente, alla Gheddafi. Si chiuderà nel suo bunker, aspettando la fine. Non mollerà fino a quando avrà la fiducia del Parlamento e non credo nemmeno che muoia dalla voglia di indicare delfini. Il suo è un partito personale che non ha ancora espresso possibili successori. Ne vedo di più nella Lega, a cominciare da Maroni. Tremonti, ad esempio, non è un politico, ma un Cardinal Mazzarino. Quelli come lui difficilmente raccolgono l’entusiasmo delle folle. Al massimo possono comandare dietro le quinte, all’interno di regimi oligarchici.
I post-berlusconiani, in ogni caso, dovranno affrontare anche un altro problema.

Quale?

A differenza del Pd, il Pdl non ha alle spalle un potere economico collegato con mille fili e newtork. Il Popolo della Libertà senza Berlusconi ha dalla sua le partite iva, le piccolissime imprese e quel potere molecolare e peristaltico che si può chiamare microcapitalismo. Detto questo, sconsiglierei comunque ai pidiellini di cercare il futuro nelle primarie, che andrebbero abolite anche a sinistra. Se si vogliono rifare i partiti bisogna ispirarsi all’ultimo rimasto in vita: la Lega Nord.

È questo il futuro?

Chi vuol fare politica riparta dalla sezione di paese, passando poi alla circoscrizione, all’assemblea regionale e così via. D’altra parte i partiti sono la democrazia che si organizza e se non si ricostruisce una partecipazione politica organizzata e dotata di una cultura politica forte si continuerà a cadere in mano al primo demagogo che passa. Ci aspettano diversi anni di Weimar, anche se fortunatamente non troveremo Hitler alla fine del tunnel.

Cosa significa?

Il rischio più grosso che corriamo è un disordine politico permanente, uno stato di fibrillazione e di paralisi. Illudersi però che il ghigno di De Magistris, un giustizialista che ha cercato di mettere in galera persino Romano Prodi, è il nuovo che è già arrivato significa scambiare il cesarismo con la democrazia.

(Carlo Melato)

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