VERSO PONTIDA/ 1. Moncalvo (ex Padania): la Lega è in crisi, manca un’idea forte

- int. Luigi Moncalvo

Si avvicina il raduno di Pontida. Soprattutto quest’anno l’appuntamento è carico di attese circa il futuro della maggioranza e – quindi – del Paese. Ma GIGI MONCALVO spegne gli entusiasmi

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Mario Borghezio (Imagoeconomica)

«Vedrete, sul pratone di Pontida andrà in scena il solito teatrino. La trama è scritta e ben collaudata: Borghezio in mezzo alla folla a scaldare gli animi e sul palco la nomenclatura leghista a dire le sue bugie». Gigi Moncalvo, già direttore de La Padania tra il 2002 e il 2004, non va troppo per il sottile quando si parla di Carroccio. A suo dire, chi nella Lega non ha voluto fare il “servo sciocco” negli anni è stato accantonato. «Perché non danno il microfono alla base e lasciano che la gente intervenga prima del comizio? Sarebbe una rivoluzione. La base leghista, infatti, è sempre imbavagliata, nonostante la favola della linea diretta e senza filtri di Radio Padania. La verità è che la Lega Nord sta attraversando una crisi profonda. In queste ore i vertici non hanno ancora trovato un’idea forte, a parte il solito federalismo e l’eterna lotta all’immigrazione. D’altra parte in questi anni hanno pensato più a lottizzare che a realizzare ciò che avevano promesso e la gente li ha puniti nel segreto delle urne».

Quali sono gli errori che rimprovera alle Lega e che giustificano delle accuse così pesanti?

La base leghista va rispettata due volte perché non è una base qualunque. È fatta di persone semplici e per bene, con i calli sulle mani. Gente che per intenderci non si fa mantenere da nessuno e che in alcuni casi è persino disposta a dare la vita per Umberto Bossi. Non sopporto che venga presa in giro.
Devo dire che fa un certo effetto vedere chi si mantiene da solo rappresentato da mantegnù e poltronisti che raggiungeranno Pontida con le scorte e le auto blu.

Quali sono secondo lei le promesse più importanti che non sono diventate realtà?

Di contraddizioni ce ne sono fin troppe a partire da un federalismo che esiste solo sulla carta e che in questo Paese non diventerà mai realtà. Riguardo alla sicurezza non è cambiato nulla nel Paese, anche se le notizie sugli stupri e sui furti non vengono più date. In questi giorni poi sentiamo il ministro Maroni che critica quella stessa missione in Libia che dovrebbe fermare i barconi di Gheddafi, mentre non sappiamo ancora cos’è andato a fare a Tunisi e quanto ci è costato l’“accordo” per fermare i tunisini. Se poi volessimo ripescare le vecchie battaglie rimaste aria fritta si potrebbe passare dall’abolizione del pedaggio alla barriera di Milano alle gabbie salariali. Sinceramente il partito di Bossi oggi mi ricorda sia la Democrazia Cristiana che la prima Forza Italia.

Cosa intende dire?

Da un lato la Lega è ancora più brava della Dc a lottizzare, ma sa anche nascondere le sue correnti. Dall’altro non fa un congresso da dieci anni e per questo ricorda il primo partito di Berlusconi, o il Pdl senza Fini.

Quali sono le correnti del Carroccio? 

La prima è quella dell’ormai famoso “cerchio magico” (Reguzzoni, Bricolo, Renzo Bossi e Rosy Mauro). Poi c’è quella dei “Roberto C” (Calderoli, Cota e Castelli), quella di Maroni e infine quella dei Giovani Padani, guidata da Matteo Salvini. Quest’ultima è il contrario della prima: pochi posti di potere e sudati a colpi di attacchinaggi, volantini e gazebo. 

Ma, tornando alla giornata di Pontida, lei non si aspetta decisioni vere?

L’unica cosa che secondo me Bossi dovrebbe annunciare domenica è il ritiro della delegazione dal governo e l’appoggio esterno. È il momento di lasciare le poltrone e abbandonare il “papocchio” degli Scilipoti. Non può più bastare il piatto di minestra che viene offerto ad Arcore. Tutto questo però non accadrà.

Per quale motivo?

Bossi ha ancora il fiuto politico di un tempo, ma sul più bello interviene sempre il “cerchio magico” a spingerlo soltanto verso la conservazione del potere. Il Senatur probabilmente oggi finirà di preparare il suo discorso, che vorrà rileggere anche domani e domenica mattina, dal suo solito albergo. Quando però finirà nelle mani dei colonnelli proveranno a far scomparire i passaggi più importanti e, soprattutto, tutti gli elogi a Tremonti.  

E su questo che si consuma la battaglia? L’asse Bossi-Tremonti non si è incrinato?

Bossi che molla Tremonti è una cosa che devo ancora vedere. Tra i due c’è un legame che va al di là della politica. Se vi ricordate, la Lega ha tradito Tremonti solo una volta: quando Bossi era malato e Maroni e Calderoli lo pugnalarono alle spalle.
Se il Senatur potesse indicare il candidato premier che possa prendere il posto di Berlusconi non farebbe certo il nome di un leghista. Meglio l’attuale ministro dell’Economia che un padano che possa fargli ombra.

Quindi non sarà Maroni il delfino?

Se parliamo del successore nel partito, Bossi è come Berlusconi: ciò che ha costruito lo lascerà in eredità ai figli. E non mi riferisco certo al “Trota”, ma a Roberto Libertà Bossi.
Se invece parliamo del candidato premier, insisto, sarà Tremonti, la personalità più interessante della politica italiana. Un esponente del Pdl che però è sostenuto dalla Lega e che in passato ha fatto capire a Berlusconi di avere addirittura i finanziatori (Della Valle in primis) per farsi un proprio partito.
Riguardo a Maroni il Senatur sta usando la “tattica della lepre”, aspetta soltanto che i cacciatori sparino…

Secondo lei comunque, al di là degli ultimatum, domenica non si consumerà la rottura tra la Lega e Berlusconi?  

No. Bossi e Berlusconi sono destinati ad andare d’amore a d’accordo fino a quando uno dei due non lascerà la scena. Come ha detto più volte Rosanna Sapori (ex giornalista di Radio Padania), senza mai essere smentita, nel 2000 tra i due è stato firmato un accordo davvero impegnativo davanti a un notaio.

Di cosa si trattava?

La Lega aveva delle cause pendenti di alcuni miliardi, anche perché La Padania ogni giorno dava del mafioso al Cavaliere. I debiti poi non mancavano. Convinto del fatto che la maggioranza degli italiani non fosse di sinistra, ma che un centrodestra senza la Lega sarebbe comunque stato condannato per sempre alla sconfitta, Berlusconi decise di azzerare tutto e aiutò addirittura il Carroccio a pagare la sede di Via Bellerio. In cambio però volle che il simbolo della Lega fosse sotto il suo controllo. Se la Sapori ha ragione anche l’Alberto da Giussano è di Silvio Berlusconi…

(Carlo Melato)

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