SCENARIO/ Letta (Pd): il referendum? Un’altra spallata, poi elezioni con Bersani premier

- int. Enrico Letta

Dopo la vittoria delle elezioni amministrative il Partito Democratico potrà essere il “partito guida” di un centrosinistra che si prepara a governare. L’analisi di ENRICO LETTA

BersaniLettaBindiR400
Pier Luigi Bersani in festa (Imagoeconomica)

Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ha le idee chiare sul futuro del centrosinistra all’indomani della vittoria alle elezioni amministrative. «Questo voto archivia Berlusconi e Bossi», dice Letta invitando i suoi a prepararsi a governare. «Serve un attacco a tre punte: con il Pd al centro, Vendola e Di Pietro alla sinistra e il Terzo Polo sul lato destro».

Onorevole Letta, prima del voto nell’opposizione erano in pochi a credere di poter costruire un centrosinistra “da Casini a Vendola”. È davvero convinto che questa vittoria vi permetterà di realizzare un’alleanza addirittura da Fini fino al leader di Sinistra e Libertà?

Queste elezioni hanno dimostrato che i formalismi e le logiche politiciste non portano da nessuna parte e che le alleanze non si costruiscono utilizzando le sigle politiche come se fossero mattoncini del Lego.
Ora serve una riflessione politica e culturale sulla missione che l’Italia ha oggi nel mondo. Per questo dico che dobbiamo aprire nel centrosinistra una discussione sui grandi temi: dalla crescita che ancora non si vede, alle soluzioni per poterla stimolare, fino ai conti da tenere in ordine. A mio avviso è naturale che per fare questo, almeno in una fase iniziale, si possa partire da chi ha fatto opposizione in questi mesi e perciò dall’area politica che lei ha sintetizzato.

Come si evitano gli errori del passato? Spesso nel Pd si evoca lo spettro del caravanserraglio dell’Unione…

Intanto c’è una differenza di fondo con quel tipo di esperienza: per la prima volta nella storia delle coalizioni di centrosinistra il futuro premier non sarà un federatore. Sarà invece espressione di un partito largamente maggioritario nella coalizione, capace di rappresentare più dei due terzi dei suoi consensi.
Una novità non da poco, dato che all’epoca dell’Unione nessun partito della coalizione, preso singolarmente, superava il 20% dei voti. Non si verificherà più, quindi, un’alleanza tra 11 o 12 partiti medio-piccoli, ci sarà invece un “partito guida”, il Partito Democratico, affiancato da due e tre alleati.

Se si parla di contenuti la strada per un’alleanza stabile sembra però ancora lunga. Poco tempo fa, parlando di politica estera, lei disse che “Di Pietro sembra aver poca voglia di governare”. L’entusiasmo della vittoria aiuterà a colmare anche alcune significative differenze programmatiche? 

Bisognerà sicuramente fare chiarezza su quali sono i punti su cui sarà irrinunciabile essere d’accordo.
Riguardo alla politica estera è giusto dire che si tratta di un tema complesso per sua natura, anche perché ormai riguarda l’impiego delle nostre forze militari. Prendo atto anche del fatto che il centrodestra, che fino a poco tempo fa su questi temi parlava a una sola voce, oggi non può più farlo per colpa della Lega.

Secondo la sua visione sarà però il ruolo forte del Pd a garantire che non ci saranno sbandamenti e a indicare quali saranno i punti che non possono essere messi in discussione, dalla Libia al caso Fiat?

Costruire una coalizione obbliga tutti a un impegno comune. Il mandato degli elettori d’altra parte è stato chiaro: deve prevalere l’unità sugli interessi di parte. Non penso comunque che avremo più problemi di chi in questi anni ha dovuto conciliare Calderoli con Scajola.
L’esperienza dell’Unione insegna poi un’altra cosa: tutti quei partiti che hanno voluto distinguersi su ogni singolo tema per metterci sopra la propria bandierina sono spariti.

Se il Partito Democratico farà da baricentro, la leadership della coalizione spetterà naturalmente a un esponente del Pd e, anzi, proprio al suo segretario?

Sono molto rispettoso dei tempi che Pier Luigi Bersani si è voluto dare e del fatto che non voglia “mettere il carro davanti ai buoi”. Ritengo però che stia pian piano venendo fuori in maniera evidente che il candidato del Pd e dell’intera coalizione sarà lui.

Sull’economia lei ha indicato chiaramente l’ultima relazione di Draghi come bussola per il programma del nuovo centrosinistra: no al conservatorismo, no alle corporazioni, più libertà nei servizi, più liberalizzazioni…

In una parola shakerare l’economia e la società italiana. Grazie ai talenti e alle energie già presenti nel Paese sarà possibile farlo anche in tutti quegli ambiti della nostra economia e della nostra società che oggi sono ancora bloccati.

Questo approccio non entra in contraddizione, ad esempio, con le posizioni espresse dal Pd sul referendum sull’acqua?

Non bisogna confondere privatizzazioni e liberalizzazioni perché sono due processi completamente diversi. Si possono fare liberalizzazioni pur mantenendo la proprietà pubblica, senza che questo comporti privatizzazioni.

Anche questo sarà comunque un voto sul governo secondo lei?

Sì, penso che sarà il “terzo tempo” delle elezioni. D’altronde, i temi in questione, legittimo impedimento in primis, sono molto chiari in questo senso.

Se il governo dovesse andare in crisi quale sarebbe a suo avviso la migliore soluzione per il Paese: voto o governo di transizione?

La legislatura per noi è già finita, bisogna perciò andare alle elezioni al più presto. Questa è senza dubbio la strada maestra, anche se si può ragionare sull’eventualità di un governo provvisorio che in pochi mesi cambi la legge elettorale e permetta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti.

(Carlo Melato)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori