DIBATTITO/ Police: il pareggio di bilancio in Costituzione, rimedio ai guai della politica

- int. Aristide Police

Il dibattito sulla modifica della Costituzione con l’obbligo del pareggio di bilancio prosegue. ARISTIDE POLICE, ordinario di diritto amministrativo a Tor Vergata ne parla a IlSussidiario

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Foto (Ansa)

Introdurre l’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione aumenterebbe la credibilità dell’Italia, messa in discussione dal suo debito abnorme. Ma soprattutto consentirebbe a qualsiasi coalizione al governo di avere non solo l’obbligo, ma anche la scusa di prendere decisioni impopolari ma necessarie, perché vincolate dalla Costituzione. Aristide Police, professore di Diritto amministrativo all’Università Tor Vergata, commenta così il dibattito sulla proposta di inserire nella Costituzione l’obbligo di garantire il pareggio di bilancio.

Professor Police, è la prima volta che in Italia si prende in considerazione un’ipotesi del genere?

Se ne era già discusso a lungo nell’Assemblea costituente, che però decise di non inserirla nella nostra Carta costituzionale nonostante gli sforzi di Luigi Einaudi, che era un grande sostenitore di questo principio. Si pensò però che fosse troppo rigido rispetto alle esigenze politico-finanziarie per la ricostruzione del Paese dopo la guerra. Al suo posto si utilizzò una formulazione più flessibile, che troviamo oggi nell’articolo 81 della Costituzione, dove si dice solo che ogni «legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte», e tra i mezzi si include il ricorso all’indebitamento.

Quali sono stati gli effetti di quella scelta?

L’Assemblea costituente ritenne che con quella formulazione c’era il vantaggio di consentire ai governi che via via si sarebbero succeduti di attuare scelte politiche che corrispondessero a bisogni di crescita dell’economia e della società italiana. Ci sono stati però degli eccessi, che la Corte costituzionale ha cercato di correggere con varie sentenze, a partire dalla prima, la numero 1 del 1966. Ma li ha corretti limitatamente, proprio per la discrezionalità della scelta politica e perché il vincolo costituzionale era attenuato. Quindi rafforzare il vincolo costituzionale a scapito delle scelte politiche, coprire e far fronte alle spese un ulteriore indebitamento, avrebbe sicuramente un effetto positivo.

Ma quali sarebbero i costi di questa scelta?

Nel momento in cui si limita la facoltà di spesa dello Stato, questo fa sì che ci sia l’impossibilità di disporre di nuove spese se non vi sono delle risorse per farvi fronte, tra le quali si esclude l’indebitamento. Se si vuole quindi disporre di nuovi mezzi, occorre incrementare il gettito con nuove imposte. A quel punto spetta a chi governa privilegiare un tipo o un altro di imposte, e calcare la mano su una categoria di contribuenti piuttosto che un’altra. Considerata però l’impossibilità di un prelievo fiscale molto più elevato di quello che già abbiamo in Italia, sarà necessaria soprattutto una riduzione delle spese. E questo significa minori vantaggi e minori benefici per tutti noi. In questi giorni si parla molto dei costi della politica, ma in termini economici sono limitati. I veri costi che pesano sul bilancio dello Stato sono quelli dei servizi sociali: istruzione, servizi sanitari, servizi previdenziali. Introdurre il vincolo del pareggio del bilancio significa scegliere di non potere più fare fronte a questo livello così elevato di prestazioni e servizi, come l’accesso semi-gratuito alle università pubbliche, ai servizi sanitari e così via. Non è certo un dramma, deve essere una scelta consapevole.

In Germania l’obbligo di pareggio è presente in Costituzione, ma è interpretato in modo flessibile. Ritiene che vada fatto lo stesso anche in Italia?

Vista la diversità assoluta di comportamenti politico-istituzionali tra noi e la Germania, un vincolo di pareggio del bilancio non rigido in Italia non avrebbe alcun senso. Il vincolo ha un senso nel momento in cui costituisce un elemento non derogabile da parte del governo e del parlamento che salgono al potere di volta in volta. Del resto la sentenza 260/1990 della Corte costituzionale aveva già come implicito il principio del tendenziale pareggio di bilancio. Ma vi si contrapponevano altri principi e valori costituzionali, tra cui il conseguimento di prestazioni sociali necessarie per garantire la crescita soprattutto delle classi sociali più svantaggiate. Solo un parametro rigido può assolvere una funzione di reale limite, ogni ipotesi di pareggio tendenziale ci riporta alla situazione in cui ci troviamo già.

Quali sarebbero gli effetti di un vincolo rigido?

Sarebbero immediati, nel senso che ogni tipo di intervento legislativo che dovesse derogare al preciso obbligo di pareggio determinerebbe l’illegittimità costituzionale della norma. E la Corte costituzionale non avrebbe nessuna discrezionalità: dovrebbe cancellare la legge e basta

Sul piano economico questo che cosa comporterebbe?

Si perderebbe una parte significativa della possibilità di scelte di politica economica e di spesa, per esempio in momenti di recessione. Mentre con l’attuale Costituzione il governo in periodi di recessione, con politiche di spesa aggressive, potrebbe incidere sul ciclo economico.

I benefici supererebbero tutti questi «costi»?

In una situazione come quella attuale un rimedio come questo è assolutamente essenziale, a fronte dei rischi che stiamo correndo. La credibilità del Paese è talmente bassa che non c’è un rimedio meno invasivo e meno costoso di quello proposto. E questo forse è il motivo per cui da parte di forze politiche anche contrapposte tra loro non si sono sentite particolari voci contrarie. Anche perché il vincolo del pareggio di bilancio sarà molto comodo per qualsiasi governo: è la giustificazione, pronta e indipendente dalla propria volontà politica, di dover tenere a freno i conti pubblici. E quindi è il modo per non vedersi imputate scelte dolorose e pesanti, da parte di qualsiasi governo debba trovarsi in carica.

Ma oltre alla certezza del valore dei titoli di Stato, quali altri vantaggi ci sarebbero?

Questo «solo» beneficio, cioè la credibilità e la permanenza della solvibilità dello Stato rispetto al suo debito, ne nasconde molti altri, anzi tutti gli altri. Perché nel momento in cui si assicura al nostro sistema una visibile solvibilità certa nel tempo, tutti coloro che sottoscrivono titoli di Stato continuano a farlo. E in questo modo consentono allo Stato di assolvere ai suoi compiti essenziali, come le prestazioni, i servizi, la tutela dell’ordine pubblico, la partecipazione alle missioni di pace internazionali. Nel momento in cui lo Stato dovesse risultare poco credibile in quanto incapace di fare fronte al debito pubblico, come è avvenuto con il default dell’Argentina, le capacità dello Stato di continuare a svolgere i suoi compiti diminuisce grandemente. E quindi non poter far fronte alle obbligazioni assunte con il titolo del debito, comporta conseguenze gravissime per tutta la collettività.

 

(Pietro Vernizzi)

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