IL CASO/ 1. Quelle tangenti rosse “nascoste” da più di dieci anni

- Andrea Pamparana

Che fine ha fatto l’inchiesta sulla cosiddetta tangentopoli rossa? E perchè Antonio Di Pietro appoggiò la candidatura di Penati in Regione? Il commento di ANDREA PAMPARANA

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Filippo Penati (Foto Ansa)

Pronzato,  Tedesco, Penati? Compagni, mi vien da ridere! Ma davvero pensavano di essere geneticamente diversi, incorruttibili in un Paese in cui la corruzione è dilagante? Un’Italia in cui furbi e soprattutto furbetti, questi ultimi peggiori perché cercano di arraffare oggi e subito senza alcuna prospettiva, sono da mezzo secolo i protagonisti del mondo degli affari legati a doppio filo alla politica? È davvero incredibile e inquietante sentire di nuovo parlare di collettori di tangenti, di politici di riferimento per certi affari, di spartizioni di lucrose commesse utili quasi solo esclusivamente a finanziare la voracità della casta e non certo lo sviluppo economico di una nazione.

Quando poi certi nomi sono gli stessi degli ufficiali pagatori del 1992 e anni seguenti, i protagonisti loro malgrado della tangentopoli milanese, vedi ad esempio il vecchio Binasco, l’imprenditore che avrebbe aiutato il famoso e strepitoso mister G, il compagno Primo Greganti, viene da pensare che la nostra classe politica o è composta da idioti o da furbi piuttosto maldestri.

Leggo di dirigenti stupiti e indignati! Suggerisco a Bersani di non smacchiare i leopardi ma di comprare su Internet o di far cercare in qualche bancarella di libri usati il mio vecchio “Gli impuniti”, edito nel 2000 da Bietti editore. In quelle pagine, atti e documenti rigorosamente riportati, c’è tutta la storia di come il vecchio Partito comunista e le sue propaggini post Ottantanove berlinese, siano stati finanziati in modo illecito dal sistema della cooperazione, utilizzando i riferimenti del partito presenti nei consigli di amministrazione di tutte le aziende a partecipazione pubblica.

Ma secondo voi, che siete cittadini non sprovveduti, perché i partiti ci tengono così tanto ad avere propri uomini nei Cda delle aziende più importanti, a livello comunale, regionale e nazionale? A chi riferiscono le proprie azioni? A chi rendono conto degli affari che vedono svolgersi sotto i loro occhi?

Una lettura interessante potrebbe essere ad esempio quella delle relazioni pericolose di nomi di spicco della cooperazione con attività e imprese, come si usa dire, in odore di criminalità organizzata. Che fine ha fatto il rapporto dei Ros dei Carabinieri redatto per il dottor Agostino Cordova alla fine degli anni Novanta? Che fine ha fatto la corposa inchiesta del Procuratore veneto Carlo Nordio proprio su quella che fu definita la tangentopoli rossa?

L’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, sentì odore di bruciato sull’operazione Falk di Sesto San Giovanni che vedeva il coinvolgimento proprio di Filippo Penati. Mostrò le carte ad Antonio Di Pietro, che avrà i suoi difetti, ma di certe cose ha fatto discreta esperienza, insomma le carte che cantano le sa leggere e capisce che ci azzeccano. Suggerì correttamente ad Albertini di rivolgersi alla Procura di Milano. Perché allora quando si rese conto che non ci sarebbero stati sviluppi a quelle osservazioni del sindaco milanese non avverti subito l’alleato Bersani? Perché appoggiò la candidatura di Penati alla presidenza della Provincia?

Intendiamoci: stiamo parlando di cittadini presunti innocenti, che dovranno attendere, speriamo non per anni, che un Tribunale giustifichi queste accuse con prove documentate e inoppugnabili. Altrimenti siamo alle solite, ci troveremmo di fronte a un nuovo gioco al massacro. Solo che con l’aria che tira e con certi gnomi che nei salotti ovattati della superfinanza manovrano per “fottere” il nostro povero Paese, ci sarà da stare davvero ben poco allegri.

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