LEGA NORD/ Così il Nord Est vuol “pensionare” Bossi

- int. Francesco Jori

Le tensioni interne continuano a tenere la Lega Nord sulla graticola. Dal caso Milanese al voto sul ministro Romano, la base è inquieta, così come gli amministratori locali. FRANCESCO JORI

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Foto Imagoeconomica

Qual è in questo momento la linea politica della Lega Nord? Secondo: qual è la compattezza del movimento che ha rappresentato, da un punto di vista politico, la spallata più consistente alla “Prima repubblica”? Terzo: come spiegare l’atteggiamento del leader, “padrone” e fondatore della Lega, cioè del Senatùr, Umberto Bossi, in questo momento? Francesco Jori, giornalista del Nord Est, uno dei primi osservatori del fenomeno leghista, quando si poneva con forza l’attenzione sulla nascente “questione settentrionale”, non riesce a spiegare tutte le ragioni della nuova linea di Bossi. «Io vedo in questo momento, parlando dal Nord Est, un partito profondamente spaccato. Se devo essere sincero, penso che “Bobo”, cioè Roberto Maroni, stia quasi aspettando che Bossi si faccia del male da solo. Nelle ultime dichiarazioni di Bossi non trovo più il vecchio acume politico, quasi istintivo e animalesco che lo distingueva da molti nuovi leader. Qui c’è la sua principale base elettorale e lui sembra quasi provocarla con alcuni discorsi. La difesa a oltranza delle pensioni e contemporaneamente un attacco agli imprenditori. Impossibile pensare al Bossi di anni fa, che si rivolgeva direttamente al tessuto imprenditoriale del Nord e del Nord Est in particolare. Che era diventato l’alfiere di una liberalizzazione complessiva della società italiana sul piano economico e politico. Mi pare che abbia quasi dimenticato le cifre del suo elettorato. Fino a cinque anni fa Bossi prendeva il 4%. Il suo elettorato è incrementato perché ha raccolto il voto degli scontenti della Casa della Libertà, del Pdl attuale».

Ma c’è un episodio che l’ha colpita particolarmente ?

Beh, quando si vede che l’assemblea dell’Ance, cioè l’associazione dei costruttori edili si mette a contestare, a fischiare il ministro Altero Matteoli, cioè un ministro del governo Berlusconi-Bossi, vuole dire che un determinato rapporto si è incrinato profondamente. Saranno stati pochi o molti, a secondo dei punti di vista. Ma fino a qualche tempo fa era impensabile.

Che cosa rimproverano, soprattutto, a Bossi nel Nord Est?

Soprattutto il suo legame indistruttibile ormai con Silvio Berlusconi. C’è chi tenta di analizzarlo da diversi punti di vista, anche quello del rapporto umano. Entrambi sono i leader emblematici del “partito personale” della Seconda repubblica.
Bossi forse è preoccupato per sé, per la successione della sua leadership, che mi sembra veda con mezzi dinastici. Questo non viene ben accettato all’interno della Lega. 

Nel Nord Est in particolare, la Lega ha fatto, da cinque anni, una scuola di partito che ha sfornato fior di amministratori locali. Nel momento in cui vede il Senatùr che candida e fa eleggere il figlio a consigliere regionale, la base comincia a deludersi e poi a contestare.

Se si dovessero analizzare le correnti all’interno della Lega Nord, in questo momento, che cosa si potrebbe fotografare?

Una realtà profondamente divisa. Qui Roberto Maroni ha una buona organizzazione e sul territorio si muove bene. Poi c’è un gruppo minoritario che fa riferimento a Roberto Calderoli. Indubbiamente Bossi controlla la maggioranza grazie a Gian Paolo Gobbo, ma le contrapposizioni sono dure, pesanti, come mai è avvenuto in passato.
Il segretario di Treviso (dove la Lega ha il 45%), Gian Antonio Da Re, si preoccupa sempre di salire sul palco dove c’è Bossi seduto, per frammettersi con Rosy Mauro che vuole sempre sedere vicina  al senatùr. Una situazione alla fine imbarazzante, che poi alimenta tutte le polemiche sul “cerchio magico” e via dicendo.

Poi ci sono le dispute con Flavio Tosi, il popolarissimo sindaco di Verona.

E in questo caso Bossi rischia molto. Tosi ha un seguito in voti e in apprezzamenti personali di portata molto vasta. Alla fine non vuole nulla di scandaloso. Soli un centrodestra con un altro premier, cioè senza Berlusconi.
Il dissidio scatta lì e pone Tosi sulla stessa linea di Maroni. Io credo che in questo caso Bossi scherzi con il fuoco, perché Tosi è quello che racoglie il maggiori numero di preferenze nelle elezioni. Almeno, questo è quello che è accaduto sino ad adesso.

Ma i restanti leghisti di un tempo, quelli della Liga Veneta, che facevano sempre il controcanto a Bossi nel momento di unificazione dei vari movimenti locali, dove sono finiti? Hanno uno spazio di manovra in queste divisioni all’interno della Lega Nord?

Direi che sono abbastanza marginali. Franco Rochetta continua a parlare di “Serenissima”, ma credo che non lo ascolti più nessuno. Esiste la Liga Fronte Veneto, i secessionisti che fanno capo a Fabrizio Comencini. Espulso dalla Lega Nord, attualmente capo della battaglia secessionista nel Nord Est, Comencini non credo che abbia agganci ancora con qualcuno all’interno della Lega, cioè che possa riferirisi a qualche leader leghista. Di voti, poi non ne prende molti. La sua percentuale supera di poco l’uno per cento.

Quindi se la Lega è divisa, le colpe vanno cercate all’interno stesso del movimento?

Certamente. E alla fine queste divisioni possono far rischiare anche un collasso alla Lega Nord.

 

(Gianluigi Da Rold)

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