IL PALAZZO/ Monti, se la “stampella” di Napolitano non basta a evitare le elezioni

- Ugo Finetti

Monti si sta rafforzando o si sta avvicinando invece a una crisi che porta direttamente alle elezioni? Sui giornali gli stessi argomenti sostengono due tesi opposte. L’analisi di UGO FINETTI

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Mario Monti (Infophoto)

Monti si sta rafforzando o si va avvicinando una crisi che porterà alle elezioni anticipate? Entrambe le tesi sono state sostenute in questi giorni dai commentatori politici usando – questo è il paradosso della situazione – identici argomenti.

Insieme al declassamento sia la sentenza della Corte Costituzionale sia il voto su Cosentino – abbiamo letto – secondo gli uni hanno stabilizzato il governo mentre secondo gli altri hanno aperto la strada alle elezioni anticipate. Non si tratta di interpretazioni faziose, ma è il segno di un’ambiguità che avvolge il governo sin dalla sua nascita e che però non può durare ancora a lungo. O Monti acquisisce una dimensione politica  oppure è destinato a sciogliersi come neve al sole.

Infatti un governo “tecnico” è un soggetto che ha come obiettivo un numero ristretto di questioni da affrontare in un lasso ristretto di tempo. La tesi del “governo tecnico” in un quadro di democrazia parlamentare occidentale può essere solo una momentanea eccezione in quanto significa che il governo decreta e i deputati ratificano ovvero che il potere esecutivo commissaria e sostituisce di fatto il potere legislativo.  L’enfasi sul “governo tecnico” si basa sulla tesi secondo cui i “politici” sono corrotti, inesperti e ambiziosi mentre i “tecnici” sarebbero competenti, rigorosi e disinteressati. Ammesso che sia vero, a maggior ragione, è altamente improbabile che 400 “Mister Hyde” sostengano a lungo 18 “Dottor Jeckyl”.

È in questo quadro  del tutto magmatico che si apre lo spazio – la necessità – che Monti dia vita a un esecutivo politico. Governare non significa prendere le principali decisioni attraverso il ministero dell’Economia e quello dello Sviluppo. A parte il fatto che esiste una politica estera e una politica interna che non saranno autostrade vuote e senza curve, già quando dai decreti non negoziati si passa alle trattative con forze politiche e parti sociali si registra l’immediato affanno dell’esecutivo.

Né si può pensare che di fronte a ogni difficoltà i tecnici vadano a piangere al Quirinale. Già il fatto che Napolitano faccia interventi diretti sulla Cgil (che non faceva nemmeno quando nella segreteria del Pci era responsabile economico) è irrituale e imbarazzante. Il rischio è che, di questo passo, il Colle dovrà occuparsi personalmente anche dei taxisti e dei farmacisti.

Sostanza: l’idea iniziale di Monti di tirare avanti come una sorta di “monocolore Napolitano” retto da una maggioranza delle “convergenze parallele” di Pd e Pdl non ha un futuro. E il vertice conviviale di oggi con i leader dei partiti della maggioranza è un primo passo in avanti. Siamo infatti di fronte a una sovraesposizione della Presidenza della Repubblica – doverosa e coraggiosa – data la gravità della situazione che si è determinata, ma che non può andare oltre.

Non si tratta di “democrazia sospesa” come tuona la destra del Pdl (e ora anche Di Pietro). Infatti l’anomalia della situazione e l’interventismo del Quirinale sono stati causati da Berlusconi che essendo entrato nel Parlamento con una maggioranza mai vista così vasta l’ha sfasciata e persa. Ha gettato la spugna senza essere stato sfiduciato, ma aveva paura di andare alle urne in quel momento. Che cosa doveva fare Napolitano? Non ha forzato per elezioni anticipate e ha rifiutato di agire come Scalfaro con un ribaltone.  Quindi rimaneva solo la strada di un governo sostenuto da Berlusconi con il principale partito d’opposizione. Soluzione non facile, ma che Napolitano è riuscito a realizzare.

Ma sin dall’inizio Napolitano aveva avvertito il pericolo di una soluzione tecnica che fosse solo un tampone. Per questo aveva nominato Monti  senatore a vita e cioè in vista di circondarlo con esponenti di rilevanza politica (ex ministri del Pdl e del Pd). Mentre Berlusconi aveva dato a Napolitano la sua disponibilità a sostenerlo in tal senso, Bersani – come Occhetto con Ciampi nel 1993 – ha rifiutato persino la partecipazione di politici non parlamentari quali Giuliano Amato e Gianni Letta su cui il Quirinale si è adoperato fino all’ultimo (i ministri degli Esteri e della Difesa sono infatti “tecnici” che erano all’estero non preavvertiti e che hanno giurato successivamente).

Bersani ha cercato di minimizzare al massimo la rilevanza politica del governo Monti coltivando il proposito di mantenere intatta la coalizione di Vasto: “nessun nemico a sinistra”. D’altra parte anche nel Pdl ci si è allora mossi per tenere unita la coalizione con la Lega. Ma ora si avvicina il momento di uscire dalle ambiguità ovvero di decidere se in Italia abbiamo o meno una maggioranza di cartapesta. Se Pd e Pdl non vogliono rompere con i vecchi alleati  punteranno entrambi alle elezioni anticipate (dopo l’ultima collocazione dei titoli di stato a fine marzo) con l’attuale legge elettorale. Il risultato rischia di essere però un ritorno al punto di partenza come nel gioco dell’oca. Infatti il vizio di fondo dell’attuale maggioritario che ha visto autoaffondarsi le maggioranze di destra e di sinistra uscite dalle urne, sono le coalizioni ostaggio delle punte estremiste.

È solo con il proseguimento della collaborazione e dando a essa una dimensione politica che Pd da un lato e Pdl dall’altro possono creare una nuova stagione del bipolarismo italiano imperniato su soggetti svincolati dagli estremismi che in questi anni li hanno bloccati e fatti fallire.

Il doppio no al refendum e all’arresto di Cosentino non ha quindi né stabilizzato, né destabilizzato. Le elezioni anticipate possono essere evitate solo se Monti ha la capacità di fare politica. L’idea di separare tecnica e politica affidando la prima all’esecutivo e la seconda al Parlamento si è dimostrata non di lunga durata, né si può pensare di coinvolgere ancor di più il Quirinale nell’attività dell’esecutivo mettendo a rischio l’intero sistema dei poteri “terzi” della Repubblica.

A meno che non si punti a un “nuovo ’94” e cioè a voler far precipitare il Paese nel caos con un Parlamento imbalsamato in modo da avere le mani libere  per – gridando all’emergenza finanziaria e al rischio default – “rubare” Eni, Enel, Finmeccanica e Rai. Anche a metà degli anni Novanta si disse che tra Tangentopoli e “Fine della Storia” i partiti e la politica erano un peso inutile e che con le privatizzazioni si sarebbe abbattuto il debito pubblico ereditato dalla Prima Repubblica. Lo Stato è stato alleggerito, ma il debito è aumentato.

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