NAPOLITANO/ Cosa c’è dietro la mano tesa alla Camusso?

- Angelo Picariello

Il tradizionale discorso di fine anno del Capo dello Stato ha confermato la preoccupazione principale del Colle: il consenso sociale al governo Monti. Il racconto di ANGELO PICARIELLO

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Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

In un colloquio prima delle ferie natalizie con i giornalisti Giorgio Napolitano tracciava un primo bilancio di questo governo “di tregua”, che molti – senza sbagliare – definiscono “del presidente”, essendo chiaro il ruolo che ha svolto e svolge il Quirinale nella nascita, prima, e nel sostegno alla sua navigazione poi. Il presidente della Repubblica si diceva molto soddisfatto per i consensi parlamentari ottenuti dall’esecutivo e per il funzionamento stesso dell’operazione, andata evidentemente oltre le sue stesse aspettative. Che poi persistano all’interno dei due principali partiti, e in special modo nel Pdl, dei mal di pancia alimentati da una robusta corrente Monti-scettica è questione che preoccupa molto meno il Colle, e che – per Napolitano – più che il governo dovrebbe, semmai, preoccupare i partiti stessi ove mai dovessero mostrare che non hanno la forza sufficiente a tenere unite le loro fila su una decisione presa. Lucida analisi. La forza di un partito, e di una leadership, sta infatti nel saper fare sintesi e nel saper mantenere l’unità interna sulla decisione presa.

Pochi giorni dopo, alla cerimonia degli auguri alle alte cariche, si è potuto cogliere plasticamente quale fosse, quindi, la maggiore preoccupazione di Napolitano, ossia – se non il consenso parlamentare per il governo – quella per il consenso sociale e soprattutto economico-sindacale. Lo si colse dal tempo che Napolitano volle dedicare in quella cerimonia pre-festiva, con il fior fiore delle autorità presenti, alla leader della Cgil Susanna Camusso, nel chiaro intento quanto meno di superare pregiudiziali al dialogo, negative sia per la navigazione del governo, sia per il clima che si registra e si rischia ancor più di registrare nel Paese. Ne venne fuori anche un gustoso siparietto con il presidente Monti che si avvicinò alla Camusso e a Napolitano in conversazione, e quasi ne scaturì un inizio di trattativa: quanto meno fu disgelo, con i buoni uffici del Quirinale.

Il tradizionale discorso di fine anno ha chiaramente confermato come questa, e purtroppo non a torto, sia ora la preoccupazione numero uno del Colle: il fronte comune sul lavoro, il superamento di steccati che la politica ha miracolosamente messo da parte, sia pur parzialmente e sia pur a tempo. Non a caso uno dei riferimenti più accorati del discorso di Napolitano è stato quello  alla «lontana, lunga esperienza politica concepita e vissuta nella vicinanza al mondo del lavoro, nella partecipazione alle sue vicende e ai suoi travagli». Il ricordo alla sua formazione giovanile «nel rapporto diretto, personale con la realtà delle fabbriche della mia Napoli, con quegli operai e lavoratori».

Nessun appello di maniera, insomma – è il senso del messaggio di Napolitano – ma profonda convinzione che uno sforzo va fatto per superare gli schematismi ideologici: «Non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell’Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento,  e anche di fare sacrifici». Il ricordo va agli anni «della ricostruzione industriale, dopo la liberazione del paese». O anche a «quel terribile 1977, quando c’era da debellare un’inflazione che galoppava oltre il 20 per cento e da sconfiggere l’attacco criminale quotidiano e l’insidia politica del terrorismo brigatista».

Così il presidente Napolitano ha portato alla luce la moral suasion già esercitata con la Camusso – davanti a tanti testimoni, eppure lontano da orecchie indiscrete – nel salone delle feste, alla cerimonia degli auguri. L’impressione è che l’autorità morale di questo presidente, dopo aver consentito l’operazione politica in corso assolutamente impensabile solo sei mesi fa – al netto di una propositività politica ancora un po’ deludente del governo che ne è scaturito, ma le premesse per migliorare, facendo tesoro di una recuperata credibilità interna e internazionale, ci sono tutte – possa essere in grado di originare un nuovo piccolo-grande miracolo, la rottura di una pluridecennale e perniciosa incomunicabilità fra la Confindustria, il governo e la sigla sindacale più rappresentativa. In questo senso che il sindacato, persino con l’Ugl, abbia ritrovato una sua compatezza da motivo di rottura può trasformarsi in risorsa, evitando fenomeni spiacevoli sul modello Fiat, in base al quale il sindacato che non firma o perde un referendum perde pure il diritto di rappresentatività e di cittadinanza in fabbrica, cosa assolutamente inaccettabile in democrazia.

Che lo sforzo ora lo debba fare la Cgil è di tutta evidenza, ma altrettanto evidente è la sciaguratezza con cui il precedente governo pensò di mettere mano ai licenziamenti ex articolo 18 senza nulla prevedere in una fase come questa per favorire il rientro dalla disoccupazione o la prima occupazione dei giovani. Credo invece che una sana politica di interventi a favore, appunto, del rientro nel ciclo produttivo dei lavoratori in mobilità, o della stabilizzazione dei lavoratori precari, o della prima occupazione per giovani e donne possa indurre la parte più aperta del sindacato (e non è detto che la Cgil non colga l’occasione per rientrare nei giochi, come auspica Napolitano) a rinunciare alle chiusure ideologiche sul mercato del lavoro, nella direzione indicata dall’Europa.

Il ministro Fornero è persona capace, a parte qualche errore di inesperienza scontato con le lacrime in diretta e qualche intervista di troppo, e sono certo che saprà realizzare una sintesi efficace sulle politiche attive del lavoro. Ma c’è da confidare soprattutto nell’iniziativa del ministro Passera, e anche di Barca (ministro per la coesione territoriale) per quanto concerne il Sud, nel creare opportunità positive. Sono questi due che in queste prime settimane si sono mossi più e meglio di tutti, preferendo “fare” più che “dichiarare”, anche se alcune opportunità già da loro messe in campo per lo sviluppo (credito alle imprese, infrastrutture sbloccate e Mezzogiorno) non sono neanche state colte in pieno dalla pubblica opinione. Ma i risultati positivi si potrebbero iniziare a vedere nei prossimi giorni. E potrebbero favorire la realizzazione di questo secondo miracolo del Colle: dopo la tregua politica, la tregua anche delle parti sociali. Per il bene e la salvezza stessa del Paese. Che – l’ha ribadito a chiare lettere Napolitano – è un  risultato ben lungi dall’esser conseguito.

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