IL CASO/ Quella volta in cui Napolitano fu fischiato dagli operai

- int. Emanuele Macaluso

EMANUELE MACALUSO torna sul discorso del Presidente della Repubblica. La preoccupazione della crisi, l’esempio di Di Vittorio e quel che accadde nel lontano 1976 in un’assemblea a Napoli

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Foto Imagoeconomica

È difficile affermarlo, ma è presumibile che Emanuele Macaluso abbia fatto gli auguri al “vecchio compagno” Giorgio Napolitano e che nell’occasione si siano anche scambiati idee sulla realtà italiana. Appartengono entrambi a una generazione che ha vissuto la politica in modo epico, ma hanno entrambi una visione fredda e lucida della realtà sociale, anche quella che l’Italia attende nel 2012.
Macaluso, interpellato al telefono, commenta sinteticamente il discorso del Presidente della Repubblica di fine d’anno. Sembrava determinato, ma anche preoccupato. «È questo il termine esatto: “preoccupato”», precisa Macaluso a IlSussidiario.net.

Per quale ragione? Per il prossimo trimestre, che alcuni ritengono “nero” e cruciale? «No, Napolitano mi sembra preoccupato per l’intero 2012 – prosegue Macaluso -. La situazione economica e finanziaria è sotto gli occhi di tutti. I sacrifici li devono fare tutti, ma è inevitabile immaginare che siano i ceti meno abbienti, i lavoratori a soffrire di più in una situazione come questa. E si affaccia in Italia una questione sociale che è difficile oggi inquadrare bene. Inutile nascondere che in tale contesto ci siano delle incognite. Non a caso Napolitano ha citato le sue esperienze anche un grande sindacalista come Giuseppe Di Vittorio».

E proprio ieri Macaluso, sul giornale che dirige, “Il Riformista”, ha dedicato il suo editoriale al Presidente della Repubblica che ha ricordato Di Vittorio. Si parla de “Il Piano del Lavoro del 1949” su cui si impegnarono non solo i lavoratori, ma tanti studiosi. Emanuele Macaluso va ancora più in là. Ha un ricordo vivido di un dibattito del 1947, quando Di Vittorio disse a proposito di una rivendicazione dei contadini pugliesi: «È interesse fondamentale dell’economia nazionale la trasformazione fondiaria. Se voi potete riuscire a ottenere che mille ettari di terreno a coltura cerearicola che producono pochissimo e occupano appena quindici giorni di lavoro all’anno per ettaro, vengano trasformati in vigneti e uliveti ottenendo così due o trecento giornate di lavoro, voi  avrete determinato una maggiore fonte di lavoro, di produzione, di ricchezza e vi sarete creati del lavoro per l’avvenire».

Altri tempi si può commentare, ma il concetto resta l’innovazione sul lavoro a cui devono contribuire  anche i sindacati e nello stesso tempo, nonostante lo sforzo delle trasformazioni, un passo del genere fa coincidere l’interesse dei lavoratori con l’interesse dell’intero Paese.
È probabilmente questo concetto di convergenza tra interesse particolare e nazionale che Macaluso indica ricordando Di Vittorio. Probabilmente è l’ invito a una presa di coscienza collettiva, a una responsabilità generale, dove il lavoro, la difesa del lavoro, resta  la principale preoccupazione insieme all’uscita dalla crisi, ma evitando al contempo questioni sociali che possono diventare problematiche.
Alla fine, il ricordo di Di Vittorio, sia in Macaluso che in Napolitano, è come un monito per una responsabilità nazionale, che viene rivolta a tutti. È anche probabilmente un monito ai sindacati, perché sappiano gestire questo momento di crisi e il prossimo appuntamento con il governo senza massimalismi, ma con spirito costruttivo, difendendo le ragioni dei lavoratori, del lavoro soprattutto, ma anche del Paese.

Nel discorso di fine d’anno di Giorgio Napolitano c’è però qualche cosa in più ancora da cogliere. Un ricordo personale, vissuto a Napoli, come rappresentante del Pci. Paolo Franchi, sul Corriere della Sera lo ha definito una sorta  di “amarcord”, ma non ha specificato il momento esatto.
Con tutta probabilità, il Presidente della Repubblica si riferiva all’autunno del 1976, per l’esattezza all’ottobre di quell’anno che era anche quello un anno di crisi, dopo lo shock petrolifero del 1973, la spinta sindacale di quegli anni,  le prime avvisaglie di una spesa pubblica che cresceva vistosamente e un’inflazione che toccava le due cifre. In quel periodo, l’economia italiana stava uscendo dalla competitività del mercato.

Fu in quel momento che il Pci tenne un comitato centrale che è rimasto famoso, dove venne varata la politica della cosidetta “austerità” dopo un lungo confronto tra l’allora segretario Luigi Longo e l’”eretico comunista di destra”, Giorgio Amendola. Insomma il Pci venne a una mediazione, chiedendo austerità, senso di responsabilità e rivendicazioni costruttive. Anni difficili per discorsi di questo tipo.
Giorgio Napolitano, che a quell’epoca era considerato una sorta di “delfino” di Amendola, ebbe il compito di andare a spiegare quella linea politica agli operai di Napoli. E in un’assemblea tumultuosa Napolitano fu più volte interrotto, diciamo pure contestato per quella linea che si traduceva in questi termini: i comunisti non hanno mai pensato che finché non saranno al governo tutta l’Italia può andare a rotoli.

La crisi del 1976 non è paragonabile probabilmente a quella che sta scuotendo l’Occidente in questi anni e si è acuita in questi mesi. Ma l’atteggiamento che Napolitano voleva ricordare è quello di scelte rigorose e costruttive, scelte di responsabilità nazionale che richiedono anche, come lui provò nella sua Napoli, una dose di impopolarità.

In sintesi, Napolitano, così come lo ha ricordato Macaluso, è “preoccupato” per le questioni sociali che si possono intravedere all’orizzonte, invita alla determinazione costruttriva e non alla demagogia. Incoraggia tutti a uno sforzo generale con grande senso di responsabilità, così come si fece in altri anni della storia della Repubblica.

 

(Gianluigi Da Rold)

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