DOPO BERLUSCONI/ E se fosse Monti a “vincere” le primarie del Pdl?

- Anselmo Del Duca

Dopo la discesa in campo, il passo indietro. Un ruolo importante nella decisione potrebbe aver giocato quanto si sono detti Berlusconi e Monti martedì sera. ANSELMO DEL DUCA

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Silvio Berlusconi (InfoPhoto)

Dopo la discesa in campo, il passo indietro. In fondo, per gran parte degli addetti ai lavori l’annuncio di Silvio Berlusconi non è giunto inatteso. Se ne parlava da settimane, lo stesso leader del Pdl l’aveva in parte anticipato il 9 ottobre scorso. Quello che sorprende e che spiazza è la scelta di tempo, unita al contenuto del lungo messaggio che ha accompagnato l’annuncio, quasi un testamento politico, una sorta di road map per il centrodestra possibile.

Di sicuro l’annuncio, venuto alla vigilia di un cruciale passaggio elettorale per la sopravvivenza stessa del Pdl, quello delle elezioni regionali siciliane di domenica prossima, provocherà un mezzo terremoto nella politica italiana. Ma per capire dove possano arrivare le onde sismiche bisogna porsi qualche domanda sul modo in cui il passo indietro di Berlusconi è maturato.

Non è un mistero che le pressioni per lasciare siano progressivamente aumentate d’intensità dentro lo stato maggiore del Pdl, di pari passo con sondaggi sempre più sconfortanti. Persino l’ipotesi dello spacchettamento del partito, a lungo accarezzata dal Cavaliere, è finita in secondo piano di fronte all’assottigliarsi del consenso, cui certo non hanno giovato gli ultimi scandali nel Lazio ed in Lombardia.

Nelle ultime ore anche i fedelissimi hanno consigliato Berlusconi di gettare la spugna. E’ stata questa l’opinione tanto di Fedele Confalonieri, quanto di Gianni Letta. Persino Angelino Alfano ha mollato il Cavaliere, arrivando a minacciare la convocazione delle primarie, con o senza il consenso di Berlusconi.

Ma un ruolo importante nella decisione potrebbe avere giocato quanto si sono detti Berlusconi e Monti nel lungo vertice di martedì sera a palazzo Chigi. Non si sarebbe parlato solamente degli aggiustamenti da fare alla legge finanziaria, che – parola di Berlusconi – contiene “errori riparabili”. Il piatto forte della cena sarebbero state le prospettive future. E agli atti sarebbe rimasta una consonanza di fondo fra i due leaders, testimoniata nella dichiarazione di Berlusconi. Quando il Cavaliere mette nero su bianco che il governo dei tecnici ha fatto molto, pur con qualche mancanza, e che “la direzione riformatrice e liberale è stata sostanzialmente chiara”, di fatto mette le basi per un dialogo con un ampio fronte dei moderati cui arrivare, prima o dopo le elezioni, sotto la guida dello stesso Monti, cui Berlusconi riconosce anche il merito di aver saputo “arginare con senso di responsabilità e coraggio le velleità neocoloniali che alcuni circoli europei coltivano”.

Non è dato di sapere come Monti abbia risposto a una sorta di offerta di leadership dell’area moderata. Molti però sono rimasti colpiti dalle parole usate dal premier alla presentazione del libro di Bruno Tabacci: «Non c’è affatto bisogno di politiche moderate, ma di riforme radicali» ha detto in un passaggio, sottolineando che ciò è possibile soprattutto «superando le distanze tra destra e sinistra». Parole simili a quelle della discesa in campo di Berlusconi nel ’94, quelle che promettevano una rivoluzione liberale, che andasse oltre il concetto novecentesco di destra e sinistra.

Adesso è facile prevedere un terremoto nell’area moderata. Non è dato di sapere ad oggi se le primarie del 16 dicembre saranno di coalizione o di partitio, ma già si prenotano i Galan e le Santanchè. Potrebbero esserci anche un candidato dell’area ex An, forse Meloni o Alemanno, e uno dell’area ex Dc che si riunisce intorno a Gianfranco Rotondi. Naturalmente poi ci sarà Alfano, a meno che non esca troppo ammaccato dalle elezioni siciliane. 

Toccherà in ogni caso a lui avviare la trattativa più delicata, quella con Pierfedinando Casini. La sua risposta fredda alla notizia non può essere presa per definitiva: troppo profondo è oggi il fossato che lo separa dal Pdl. Domani si vedrà, perché la precondizione per discutere sempre posta dal leader dell’Udc, cioè il passo indietro di Berlusconi, si è finalmente realizzato, anche se potrebbe non bastare. 

Poi c’è l’altro forno possibile per il Pdl (o come si chiamerà): la Lega. Difficile che si possa saldare un’alleanza tanto con il Carroccio, quanto con i moderati, ma l’apertura di Maroni alla notizia (“apre nuove prospettive per il futuro”) fa capire che l’ex ministro dell’Interno non ha nessuna intenzione di condannarsi automaticamente allo splendido isolamento. I giochi per le elezioni del 2013 si sono aperti solamente oggi.

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