SPILLO/ Napolitano, Monti e lo “scacco matto” alla democrazia

- La Redazione

Con Monti è tempo di stato centrale. I leader della finanza mondiale hanno rimosso il Cavaliere e ora giocano alle marionette sui destini dell’Italia. L’analisi politica di LORENZO ALVARO

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Mario Monti (InfoPhoto)

Caro direttore, quello che vi apprestate a leggere è solo un sogno. Uno di quei ragionamenti che spesso capita di fare sotto la doccia, la mattina, ancora offuscati dai vapori del sonno. E con questa consapevolezza il lettore dovrà intendere questo mio mettere insieme tasselli della cronaca quotidiana. Ecco dunque. L’allontanamento della politica che si sta verificando in questi mesi è una delle tappe di un percorso ben più ampio e articolato. Un percorso che ha un inizio lontano nel tempo ma con sviluppi decisivi molto recenti. L’obbiettivo è semplice ed evidente. Il centralismo assoluto. Stiamo assistendo ad un riposizionamento del potere. L’ascesa di Monti a capo del Governo sostenuto da Giorgio Napolitano, che si è fatto portatore della volontà dell’establishment finanziaria ed economica europea ed americana, è ormai storia. Qualcosa che invece passò sotto traccia fu la Bozza Pisanu. Il senatore Pdl, a nome e per conto di tanti (vescovi, politici e “uomini influenti”) propose a Berlusconi la strada del passo indietro. L’ultimatum fu: o ti ritiri o ti abbattiamo. Venne abbattuto. L’arma fu lo spread, una bestia mitologica che con le sue fiammate costrinse Berlusconi alla resa. Mi torna alla mente una frase di Marcello De Cecco, docente a La Sapienza di Roma e considerato il più autorevole economista italiano, “la maggioranza che sorregge un governo che si mette anche brevemente in contrasto con i mercati internazionali si decompone e il governo cade”. Berlusconi era un’anomalia politica soprattutto perché non faceva parte del mondo finanziario.

Uomini europei, (nominati, non eletti) quali Van Rumpuy, hanno permesso l’ascesa in Italia di un uomo nominato, non eletto, a propria immagine e rappresentanza. Se quindi già l’unione monetaria toglieva parte della propria sovranità ai Paesi membri impedendogli di stampare moneta, con la nomina di tecnici ai vertici di Paesi come Italia e Grecia (per ora), pronti a recepire ogni piccola euro indicazione, si è quasi arrivati alla resa totale. Quasi, perché rimane quel fastidioso cliché delle elezioni democratiche. Ecco allora che entra in gioco la celebre “anti politica”, che nulla ha a che fare però con Beppe Grillo. Il re italiano dell’anti politica infatti è proprio Mario Monti. L’unico a cui faccia comodo che gli italiani, strozzati da tasse assurde, si scaglino contro i Fiorito di turno. I casi Formigoni, Penati, Vendola, Errani, cui si aggiungono Minetti, Fiorito, Scillipoti e le altre centinaia di squallide figure di arrivismo o corruzione non sono naturalmente delle invenzioni. Sono semplicemente, come spiega l’economista Sapelli nel suo ultimo libro (Chi comanda in Italia edito da goWare), il naturale sfogo di un cambio nell’equilibrio del potere. La politica infatti, all’interno del macroscenario europeo non conta più nulla. Il politico oggi è uscito dalle stanze del potere. Svuotato di senso e responsabilità la rappresentanza istituzionale diventa solo un posto di privilegio e qualche volta di sopruso.

E qui entrano in gioco i politici e i giornalisti che hanno capito in che mani sta migrando il potere (quello vero) e si affrettano ad ingraziarselo. Ecco perché Pierferdinando Casini, e con lui molti altri, invocano un Monti bis. Ecco perché è cominciata una crociata contro la democrazia. I principali alfieri di questa posizione vengono entrambi da Repubblica. Uno è il fondatore Eugenio Scalfari, che qualche settimana fa a 8 e mezzo, da Lilli Gruber, diceva, parlando di Monti: “perché si deve sottoporre a un voto popolare? Il presidente del Consiglio viene nominato dal presidente della Repubblica. Non è previsto nella Costituzione che debba essere eletto dal Parlamento, deputato o senatore. Il presidente della Repubblica, dopo aver visto qual è la maggioranza, decide qual è la persona più adatta a governare il Paese e ad avere il voto della maggioranza” (si può vedere in questo video al minuto 9.50). Come dire che sì, gli italiani votino pure, ma poi sarà qualcun altro a decidere chi sarà l’uomo più adatto a guidare il Paese. Una prospettiva per altro a norma di legge. Michele Serra, invece, ne l’Amaca del giorno successivo a quella diretta tv, fu ancora più trasparente scrivendo che “il mito della ‘democrazia diretta’ non mi cattura perché non tiene conto di un micidiale dettaglio: se a decidere direttamente chi dovrà rappresentarli sono i Franco Fiorito, eleggeranno in eterno Franco Fiorito“. Ecco che si svela la vera anti politica.

Il disegno dunque prende forma: a governare devono essere della alte figure (“alte” a discrezione di chi le sceglie), nominate. Queste però, come Monti stesso, non solo non intendono e non possono sottoporsi al voto popolare, ma non vogliono neanche rischiare di venire contestati nell’esercizio delle proprie funzioni. Ecco che, con l’aiuto di una stampa alla ricerca di nuovi padrini e con l’involontaria collaborazione della magistratura che, come sempre scrive Sapelli, ha sostituito il potere politico si crea il capro espiatorio perfetto: la politica. Gli scandali “a corte” centrano due risultati fondamentali: convogliano l’indignazione pubblica contro i politici, soprattutto quelli locali, e contestualmente azzerano il rapporto cittadino-partito. Il caso Lega Nord da questo punto di vista è emblematico. Spendiamo tutta la nostra rabbia ed energia sulla questione “Trota” o su quella “Lusi”, rimanendo troppo esausti per protestare quando ci aumentano le tasse, ci aboliscono il welfare, ci strozzinano legalmente (Equitalia) o ci somministrano il gioco d’azzardo di Stato. Il compimento assoluto de “La società dello spettacolo” di Guy-Ernest Debord.
Ma non è tutto. In questi giorni, a seguito degli scandali in Lombardia, Lazio e Piemonte, si è cominciato a parlare di inutilità delle Regioni. Oggi è sempre più cospicua la frangia di chi, oltre alle province, vorrebbe vedere sparire anche le istituzioni regionali. Eccolo il centralismo, finalmente concretizzato. 
C’è però l’ultimo grande ostacolo: le elezioni, la partecipazione democratica. Il disegno è già pronto. Mentre ci distraggono con l’improbabile Monti bis, lo scacchiere politico nel buio cambia forma. Gli schieramenti che andranno alle urne saranno molto diversi da quelli attuali. Da una parte ci sarà il Pd di Bersani, che vincerà le primarie. Insieme a Vendola non ha nessuna speranza di affermarsi a livello nazionale. Berlusconi, con un piccolo partito e circondato solo dai fedelissimi correrà per rimanere in Parlamento (cosa per lui vitale). M5S avrà un buon exploit, ma solo un exploit. A vincere sarà qualcosa di diverso. Un nuovo schieramento che pescherà dal Pdl e dal centro (quello dei vari Casini, Montezemolo & co). Ma avrà come punte di diamante alcuni attuali ministri, primo fra tutti Corrado Passera. Una realtà “nuova”, che si presenterà come cattolica e moderata, ma che sarà l’espressione partitica del nuovo potere europeo e finanziario. Il capolavoro finale? Napolitano concluderà i suoi sette anni di mandato e verrà sostituito dal senatore a vita, Mario Monti. Scacco matto. Quel giorno tutte le cariche istituzionali saranno conquistate e la democrazia diretta un bel ricordo.   

 

(Lorenzo Alvaro)

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