CONFRONTO RENZI-BERSANI/ Una serata tra amici fuori dal Paese reale

- Gianluigi Da Rold

Ieri sera c’è stato l’atteso confronto tv tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, in vista del ballottaggio di domenica. Ma il paese reale dov’era? GIANLUIGI DA ROLD

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Alla fine sembravano tutti contenti e felici. Dopo il ballottaggio entreremo nelle festività di Natale, anche se spenderemo la “tredicesima” in tasse e bollette, cariche di accise. Pier Luigi Bersani si è scusato persino con il suo parroco per uno sciopero dei chierichetti. Matteo Renzi, che pensa di giocare (e qualche volta ci riesce) il ruolo “provocatore”, spesso cade nel ruolo di noiosa zanzara che punzecchia qua e là, ma si riduce a essere un fastidio, perché ribadisce sempre la sua fedeltà al Bersani vittorioso. 

E poi la Rai. Che grande festa, che grande successo! La Rai, dopo la trasmissione dei “pacchi”, di primissima serata, si è riappropriata del “duello finale” del ballottaggio sulle “primarie” del centrosinistra. Urca! Pensano di aver vinto una partita storica, perché lo hanno continuato a ripetere. 

Indubbiamente, in questo clima di fuga dalla politica, di astensionismo ribadito e di grillismo rampante, le “primarie” del centrosinistra sono state, in queste settimane, un successo e sono sembrate anche vere, favorendo una partecipazione indubbiamente rilevante. Ma il ballottaggio finale è apparso un’appendice scontata e anche in un certo senso, tra un salamelecco e una punzecchiatura, oppure un’impuntatura, quasi la “fiera del politicamente corretto”. In un’ora e mezzo di trasmissione, la parola “austerità”, cioè la “politica di austerità” del governo Monti, per cui i supporters del Pd facevano i caroselli di festa per le strade, è stata pronunciata due volte: una volta da Bersani (con una critica garbata ma ferma) e una volta da una supporter periferica, quando la trasmissione ha rispolverato i vecchi contatti alla “Campanile sera”. 

La parola “magistratura”, con tutto quello che è accaduto a Taranto, nel contenzioso del Quirinale fino a fare diventare il pm Antonio Ingroia un “guatemalteco”, è stata sfiorata una volta. Sul bilancio di un anno di “governo dei tecnici”, sui dati finali, sull’Europa, che infila summit flop a raffica, si è sorvolato con area rassegnazione tra speranze, illusioni e dichiarazioni di europeismo. Poi c’è stata tutta una distinzione tra le future alleanze, con un Bersani ecumenico, sia verso Vendola che verso Casini, mentre Renzi batteva la strada dell’ortodossia. 

Adesso si disputerà su chi ha vinto e qualcuno avrà pure il coraggio di dire che “hanno litigato” o si sono confrontati in modo serrato. In realtà, l’impressione che davano i due contendenti finali, al termine delle “primarie” era quella di accontentarsi di aver vinto, in un certo senso, tutti e due. Pier Luigi Bersani ha ribadito il suo ruolo di segretario “storico” e Matteo Renzi, in tutti i casi, ha vinto lo stesso – anche se domenica perderà il rush finale – perché ha ottenuto la leadership del 40 percento dell’area elettorale di un partito. 

Al momento sembra che ci si sia un sussiegoso reciproco rispetto, proprio forse in nome di questo reciproco successo. Ma poi, fra tre mesi dovranno pure fare i conti con la realtà, con altri tre mesi di crisi già messi in conto da tutti, con una confusione politica che non ha precedenti alla viglia di una campagna elettorale carica di significati.

In attesa del risultato del ballottaggio, si può anche ammettere che attualmente il Pd è l’ultimo argine verso la disillusione e la rabbia montante degli italiani, che potrebbe riversarsi nelle urne in modi diversi. Ma ci si permetta di dire che, con i “contenuti” del dibattito sul ballottaggio, il Pd sembra un argine molto fragile, veramente molto fragile. La politica in pillole, fatta per enunciazioni e indicazioni generiche, in questo momento difficilmente sembra fatta per risolvere i problemi di fondo.

 

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