BALLOTTAGGIO PRIMARIE 2012/ Caldarola: a Renzi basta un “40” per sostituire Bersani

- int. Peppino Caldarola

Per PEPPINO CALDAROLA, il rottamatore vuole raggiungere il maggior numero di consensi perché punta a conquistare la maggioranza del Pd nel nome del blairismo quando Bersani sarà premier

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A poche ore dal ballottaggio per le primarie 2012 del centrosinistra, lo scontro tra Renzi e Bersani diventa sempre di più al calor bianco. A fare infuriare il segretario del Pd è stata la pubblicità a pagamento su due quotidiani e le migliaia di e-mail inviate dai comitati che sostengono il sindaco di Firenze per invitare tutti a votare domenica. Renzi difende la sua linea, spiegando che “noi usiamo gli strumenti della rete. Non vedo quale sia il problema di allargare la partecipazione. Se vanno a votare 200mila persone in più non è un male”. Nel frattempo non si arrestano le grandi manovre nel Pd, con Bersani che incassa il sostegno del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e dei sindaci di Milano, Giuliano Pisapia, di Genova, Marco Doria, e di Cagliari, Massimiliano Zedda. Ilsussidiario.net ha intervistato Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità e deputato tra il 2001 e il 2008.

Qual è il significato politico dello scontro sempre più duro tra Renzi e Bersani?

Si tratta di ore decisive che per Renzi sono importanti per due ragioni. La prima è che il sindaco di Firenze prova a vincere, in secondo luogo punta a un risultato che lo collochi sopra al 40%, in modo che il giorno dopo nel Pd ci sia una diarchia Bersani-Renzi.

Quali saranno le prossime mosse di Renzi?

Io sono fra quelli che pensano che Renzi non abbia alcuna intenzione scissionista. Potrebbe costituire una sua corrente, e questo sarebbe l’inizio della fine perché in questa maniera diventerebbe rappresentante di una quota di minoranza che difficilmente può ambire a conquistare l’altra parte. Potrebbe invece giocare da solo e a tutto campo, avendo l’età a suo favore, puntando quindi per esempio a candidarsi alla guida del Pd quando dopo le elezioni Bersani dovrà lasciare la segreteria.

Quindi lei pronostica una diarchia con Bersani premier e Renzi segretario?

La diarchia si può esprimere in tanti modi. Alcuni commentatori immaginano un ticket Bersani-Renzi. Io ritengo invece che ciò sarà difficile, perché il sindaco di Firenze ha già annunciato che se perde non va al governo, e quindi non mi immagino che si smentisca così rapidamente. Invece può risultare più credibile il fatto che lui si proponga di conquistare la maggioranza del Pd nel nome del blairismo e del rinnovamento generazionale, e poi punti a un futuro governo in tempi ragionevoli.

Quali saranno invece le prossime mosse di Bersani?

Se Bersani dovesse vincere il ballottaggio, come tutto lascia pensare, dovrà immediatamente mettersi a lavorare su due obiettivi. In primo luogo cercare di tenere salda la sua coalizione e trovare al suo interno delle forze moderate per potere disporre di una maggioranza parlamentare. Il secondo compito è quello di dare un segnale al Paese che la sua candidatura a premier corrisponde a un programma limpido di salvezza nazionale, facendo quindi appello a forze non necessariamente iscritte al Pd perché partecipino al suo governo. Con Bersani premier non credo che l’era dei tecnici sia destinata a finire.

 

Con chi si alleerà il Pd a seconda di chi vincerà il ballottaggio?

 

Renzi lancia l’anatema contro Casini, perché ha in mente da un lato un partito che raggiunga da solo il 40%, cosa che non esiste in natura, e perché spera di attrarre il voto dei vendoliani che non vogliono andare con Bersani. Da parte dell’attuale segretario del Pd vedo invece un lavoro di ricucitura con la galassia di centro il cui perno è l’Udc, ma è composta anche da altre componenti come quella legata al progetto di Montezemolo e Riccardi.

 

Non è un paradosso che Renzi chiuda all’Udc e ad aprire ai moderati sia invece Bersani?

 

Renzi commette il peccato d’orgoglio di pensare che il voto moderato potrebbe essere attratto dalla sua persona in quanto tale. Renzi ripropone il modello attraverso cui Alcide De Gasperi guardava alla Democrazia Cristiana, e si è convinto del fatto che il Pd è “un partito di centro che guarda a sinistra”. Bersani invece non si nasconde la realtà, e cioè che il voto al Pd è prevalentemente di sinistra e può attrarre le forze moderate o riformiste, il cui campo però è molto più ampio ed è rappresentato da altre realtà politiche e quindi che con queste ultime è necessario discutere.

 

(Pietro Vernizzi)

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