MONTI vs BERLUSCONI/ Israel: cosa faranno ora i veri moderati?

- Giorgio Israel

Anteporre l’agenda Monti tout court, e l’Europa dei tecnici, al ritorno in campo di Berlusconi, può rivelarsi un rimedio peggiore del male. Il commento di GIORGIO ISRAEL  

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Elezioni Comunali 2016 (Infophoto)

Caro direttore,
non posso non dichiararmi d’accordo al cento per cento con Ernesto Galli Della Loggia quando ammonisce sul Corriere della Sera (12 dicembre) di evitare il “riflesso condizionato” di opporre alla ridiscesa in campo di Berlusconi «invece di un proprio autonomo e ragionato “no”, la litania dell’Europa e del suo “non si può”, il cipiglio di Barroso, i “mercati”, lo “spread”, quello che dice Bruxelles, quello che pensa Berlino»: un «errore marchiano, lo stesso in cui è caduto ripetutamente il governo Monti».

Ma, a pochi centimetri, lo stesso giornale titola «Berlusconi-Merkel, nuovo caso», «Monti: basta populismo» e propone un’alluvione di proclami di fedeltà incondizionata all’Europa, al grido di “se non si sta con l’Europa in toto non ci sto”, e via dicendo.

Penso, come tanti, che la ridiscesa in campo di Berlusconi ha fatto strame del Pdl, ridicolizzato il suo gruppo dirigente e gran parte della tematica del centro destra – si pensi soltanto alla sconsiderata polemica di Sandro Bondi e Galan contro le battaglie per i valori non negoziabili – e sia un evento disgraziato. Ma vorrei argomentare che se si oppone a questa ridiscesa la tematica descritta da Galli Della Loggia i rischi sono ben peggiori di quello che lui paventa, e cioè dare fiato a Berlusconi e trasformare di nuovo le elezioni in un referendum sulla sua persona. Difatti, nessuno può dire, allo stato, se in fin dei conti Berlusconi ridiscenderà davvero in campo in prima persona. Ma quel che sta avvenendo, con la polarizzazione di quanto resta (e non è poco) nella destra e nel centro sulla questione dell’Europa, sull’“agenda Monti”, sui “compiti da fare” e via dicendo, rischia di aprire sterminate praterie al grillismo, alla Lega e all’estrema sinistra.

Infatti la domanda centrale è questa: davvero pensiamo che non vi sia nulla da criticare sul modo in cui procede la “costruzione” dell’Unione europea e  sulla sua gestione dell’economia? Davvero pensiamo che l’“agenda Monti” sia un verbo intoccabile? Davvero pensiamo che qualsiasi dissenso dalla totale adesione all’“Europa” e all’“agenda Monti” sia una bestemmia di cui vergognarsi e che tutti gli italiani che si sentono pieni di rabbia protestataria siano una massa di imbecilli e di esaltati e che, per metterli a posto, basta una reprimenda al “populismo”?

Se davvero crediamo in questa nuova dogmatica, allora ci aspettano brutte sorprese e brutti risvegli. Se mi si chiede se sono a favore dell’unità europea o a favore del ritorno alle vecchie divisioni nazionali, la risposta è ovvia: la prima che hai detto… Ma, a questo punto, inizia il discorso vero e proprio: quale unione e come? Se invece ci si vuol costringere a dimenticare quanto di sbagliato e di nefasto è venuto avanti nella sbaraccata e fasulla costruzione europea, allora tira aria da regime. E se qualcuno vuol dimenticare quanto ha detto e pensato fino a ieri soltanto per allinearsi a un mantra unificatore di un centrismo distinto da Berlusconi, si accomodi, ma eviti le scomuniche a chi conserva la memoria. 

Ci vorrebbero pagine per ricordare le tante stagioni di scontento che ci ha dato questa Europa, che pure vogliamo, e tanto più la vogliamo quanto la vogliamo diversa e autenticamente rispettosa dei tanti valori della sua civiltà e della sua storia. Abbiamo dimenticato di colpo il politicamente corretto demenziale che ha vietato persino l’uso dell’effigie dei santi Cirillo e Metodio, per non dire del famoso rigetto nei confronti delle radici ebraico-cristiane, e tutta la congerie di prese di posizione “laiciste” all’estremo, condite di un’antipatia profonda per tutto quanto sa di religione? Abbiamo dimenticato la politica estera dell’Europa, bene espressa da quell’ineffabile personaggio che è Lady Ashton? Davvero non vi è nulla da dire sul modo con cui è stata costruita l’Unione su basi monetarie con un’evidente centralismo tedesco, tanto più confermato dall’incredibile avvertimento “non sopporteremo critiche alla Germania nella vostra campagna elettorale”? Davvero non c’è nulla da ridire sulla politica di “rigore” che, con tutte le colpe che possono avere i singoli paesi, sta riducendo a larve di sé stesse paesi come la Spagna, per non dire la Grecia (cui si è persino proposto di impegnare il Partenone) e non ancora del tutto l’Italia soltanto perché ha accettato di “fare i compiti a casa”?

E davvero non vi è nulla da ridire sull’“agenda Monti”? Personaggi autenticamente liberali come Piero Ostellino, che la criticano molto duramente, sono equiparabili a Beppe Grillo? Suvvia…

Il discorso – ripeto – sarebbe lunghissimo e, per non riproporre la solita e fondata critica della ricetta “solo tasse, niente crescita”, mi limito a un paio di immagini che mi paiono emblematiche. Non ho motivi per contestare che il commissario Enrico Bondi sia quel mago dei risanamenti che si dice. Ma l’idea che risanare un’azienda di yogurt, l’istruzione e la sanità sia la stessa cosa fa parte di una concezione tecnocratica miseramente contabile. E si è visto. La “spending review” per l’università ha visto in opera un parametro insensato (per i dettagli rinvio a un articolo precedente) che ha condotto a tagli pesanti per le istituzioni più prestigiose ed efficienti salvando quelle più screditate e clientelari. Stesso discorso per la sanità, dove si vuol procedere con tagli puramente contabili senza entrare (e saper entrare) nel merito della qualità degli enti in gioco. La seconda immagine dell’agenda Monti è quella di una politica dell’istruzione che può ben essere considerata come la peggiore dal dopoguerra a oggi e per la quale non posso che rinviare a quanto già espresso su queste pagine.

Non è tutto da buttare certamente, ma davvero l’“agenda Monti” è una sorta di totem cui dobbiamo accodarci acriticamente, in ossequio alla grottesca idea del premier secondo cui occorre rifare la testa degli italiani e lui è investito di questa sacra missione?

Eppure la dissoluzione del centro destra, invece di portare a una nuova aggregazione politica che superi i marchiani errori del passato, sembra condurre da un lato alla triste raccolta dei “fedelissimi” e dall’altro a una diaspora verso un centro su cui svetta soltanto lo stendardo dell’“agenda Monti”. Personaggi che si sono battuti contro il politicamente corretto e il laicismo oltranzista ora si riempiono la bocca della parola “Europa” come un toccasana. Finiscono nella pattumiera i discorsi vetusti sui “valori”: viva la tecnocrazia, il mercato, i parametri.

Aveva ben ragione Massimo Mucchetti (sempre sul Corriere) a stigmatizzare la tendenza a deporre il proprio uovo in campo avverso, che si è manifestata nella corsa dietro Matteo Renzi, anche se del programma del simpatico sindaco fiorentino si capiva poco o niente. Ma ora che Renzi ha perso, tutti corrono dietro Monti e la sua “agenda”. Sembrava che l’iniziativa di Oscar Giannino rappresentasse qualcosa di nuovo. Invece, si è proposto un liberismo a oltranza sconcertante nelle sue ultime espressioni. Secondo Luigi Zingales dobbiamo rinunciare alla scienza perché siamo indietro nelle biotecnologie (ma la scienza si riduce alle biotecnologie?…) e allora è meglio fare del paese un centro turistico. Gli è stato replicato giustamente che non abbiamo tutti voglia di fare i camerieri. Si propone di valutare i docenti con test gestiti da ditte private di management. L’unica giustificazione di una simile baggianata è che non si sa cosa siano queste ditte private di management erogatrici di test. Altri corrono dietro alle esternazioni del premier circa l’insostenibilità della sanità pubblica proponendo l’introduzione delle assicurazioni private, come se non si sapesse che se tanta gente preferisce la sanità pubblica è perché le assicurazioni private ti tagliano la polizza appena ti ammali e perché detesta l’idea che se ti accasci per strada con un infarto l’ambulanza ti porta via soltanto se mostri la carta di credito. Chissà perché la riforma Obama è passata negli Usa? Vi sarà pur molto da fare in questo campo, ma non si può dimenticare che l’Italia non è più quel paese, come altri in Europa, in cui i ticket non esistono e si può uscire dalla farmacia con una busta di un paio di chili di medicine gratis.

Tra i neoberlusconiani alla Sandro Bondi, che considerano la difesa dei “valori” come il male che ha distrutto il centro destra, e la diaspora che si affolla in un centro sotto l’insegna del liberismo, si apre una prateria sconfinata per l’anti-europeismo oltranzista e per l’aggregazione della protesta, una prateria aperta al grillismo, al leghismo, all’estrema sinistra.

E cosa faranno i veri moderati? O non andranno a votare per assenza di un referente accettabile, oppure rivolgeranno lo sguardo verso chi rappresenta un punto di vista che è attento a ciò che di buono vi è stato nell’agenda Monti ma vuole correggere quanto di inaccettabile viene dal rigorismo finanziario comunitario, ovvero Bersani. È un Pd di Bersani il più possibile libero dell’ipoteca dell’estrema sinistra l’unico porto che resta a chi non crede nel liberismo selvaggio e non vuol vedere istruzione, cultura e sanità finire in mano al Bill Gates di turno. Queste persone si dovranno sorbire una certa dose di statalismo, il matrimonio gay e altri provvedimenti politicamente corretti. Ma tanto l’agenda Monti ha mostrato come, in questo strano paese, i liberisti possono rivelarsi i peggiori statalisti, e i provvedimenti politicamente corretti saranno comunque serviti da tutte le cucine. E poi: c’è ormai qualcuno a cui importa qualcosa dei “valori”?

 

 



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