SCENARIO/ Barenghi: Bersani teme Monti, anche se vince dovrà cedergli il posto

- int. Riccardo Barenghi

Secondo RICCARDO BARENGHI, la ricerca del Pd di un accordo con il premier è volta a scongiurare la sua candidatura con una lista di centro che renderebbe il Senato ingovernabile

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Foto Infophoto

La vittoria del Pd alle Politiche è data quasi per certa, ma la raccolta dei suoi frutti potrebbe essere messa a repentaglio. Per questo, Bersani ha tentato di disinnescare la minaccia della candidatura di Monti. Ma non ci è riuscito. Un’ora di colloquio e la presumibile offerta del Colle in cambio della sua rinuncia alla competizione non sono state sufficienti per far desistere il professore. Non resta che attendere l’effetto che sortiranno le parole pronunciate da Napolitano durante il suo saluto alla principali cariche dello Stato. Specialmente, laddove ha fatto presente che si sta «per tornare a una naturale riassunzione da parte delle forze politiche del proprio ruolo, e sulla base del consenso che gli elettori accorderanno a ciascuna di esse». Nel frattempo, abbiamo chiesto a Riccardo Barenghi, giornalista e collaboratore della Stampa, che scenari si prefigurano. Specialmente a sinistra.

Monti e Bersani si sono incontrati per un’ora. Cosa ne è emerso?

Non mi pare che Bersani fosse particolarmente entusiasta dell’incontro. Si è limitato a dire, apparendo piuttosto seccato, che Monti sta riflettendo. E che continuerà a riflettere. Direi, quindi, che non ci sono le condizioni per un qualsivoglia accordo elettorale o politico.

Come si modifica lo scenario dopo l’intervento di Napolitano?

Il presidente della Repubblica ci ha tenuto a far presente che sarà ancora lui a conferire l’incarico al futuro presidente del Consiglio. E che lo darà a chi vincerà le elezioni. Sottintendendo che difficilmente l’eventuale partito di Monti potrebbe arrivare primo. In sostanza, anche Napolitano ha preso le distanze da Monti.

Secondo lei, perché? 

Un altro passaggio fondamentale del discorso del capo dello Stato è consistito nel rammaricarsi del fatto che la legislatura finirà precocemente. Parole che possono essere interpretate come un rimprovero al Pdl, certo; ma anche nei confronti del presidente del Consiglio. Nessuno, infatti, lo ha sfiduciato formalmente. Anzi, il Pdl ha fatto sapere che avrebbe votato la legge di stabilità. Il premier, invece, si è fatto prendere dalla foga e ha deciso di dimettersi. Anche perché, probabilmente, è effettivamente intenzionato a scendere in campo. Ecco, tutto questo non è stato digerito da Napolitano, che avrebbe preferito che la legislatura giungesse alla sua conclusione naturale.

A proposito del capo dello Stato: sembra che Bersani abbia proposto a Monti il Colle, in cambio della sua rinuncia ad una candidatura.

Potrebbe. O anche un ruolo in ambito europeo. Ma la seconda offerta dipenderà molto meno da lui. Sta di fatto che Monti sembra decisamente più orientato scendere direttamente in politica, invece di attende offerte da parte di altri. Di sicuro, sarebbe un buon presidente della Repubblica. Ma la sua indole appare maggiormente incline a ruoli effettivamente operativi.

Perché, in ogni caso, Bersani dovrebbe cercare per forza un accordo con Monti?

Perché ha paura che si candidi. E che lo faccia, con ogni probabilità, con una lista di centro. Il che gli creerebbe qualche problema. Gli impedirebbe una vittoria che, fino ad oggi, è stata prevista a mani basse.

Eppure, la legge di elettorale è rimasta invariata. Posto, quindi, che il partito di Bersani arrivi primo, l’eventuale frammentazione non gli impedirebbe di ottenere il premio di maggioranza per potere governare.

Questo è vero solo alla Camera. Al Senato, il meccanismo elettorale prevede l’assicurazione del premio di maggioranza su base regionale; a Palazzo Madama si potrebbe verificare, quindi, una situazione in cui nessuno goda di una maggioranza politica; la lista composta sotto le insegne dell’attuale premier risulterebbe determinante, e il Pd sarebbe costretto a stringere con essa un’alleanza. Ma, a quel punto, Bersani dovrebbe cedere il passo a Monti per la presidenza del Consiglio. E, magari, a fargli da ministro dell’Economia.

E il contrario?

Non è impossibile, ma altamente improbabile.

Nel Pdl, in molti seguirebbero la lista-Monti. Nel Pd?

Anche. Gran parte dei cosiddetti moderati del Pd, da Fioroni a Ichino, per intenderci, si aggregherebbero all’eventuale lista di centro capeggiata in prima persona o semplicemente benedetta da Monti.

Quanto potrebbe prendere una lista del genere?

Non credo più del 15%. Ma potrebbe essere quanto basta per impedire al Pd di conquistare entrambe le Camere. I timori di Bersani, quindi, restano legittimi. 

 

(Paolo Nessi)

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