DIMISSIONI MONTI/ Un colpo di coda del Premier?

- Gianluigi Da Rold

Monti, con le dimissioni, si “vendica” di Berlusconi. In realtà tutti sanno che il tempo del “governo dei tecnici” si stava esaurendo da almeno un paio di mesi. GIANLUIGI DA ROLD

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Una vecchia regola della Prima repubblica stabiliva che chi provocava le elezioni anticipate, anche solo di poco tempo, alla fine “pagava dazio”. In sostanza chi pensava di guadagnare nelle urne, provocando lo scioglimento delle Camere, alla fine perdeva. L’elettorato, per sua natura, ama la stabilità, non i “ribaltoni”, gli scossoni e neppure le grandi variazioni degli equilibri politici. Ma ci stiamo riferendo a tempi in cui la logica politica esisteva ancora, anche se, nell’immaginario popolare, ormai la Prima repubblica è equiparata a una sentina di tutti vizi della corruzione partitocratica.

Siamo adesso in un contesto economico, finanziario, sociale e politico del tutto differente. Ieri la Cgia di Mestre, l’Associazione Artigiani Piccole Imprese, attraverso il suo segretario, Giuseppe Bortolussi, ha rincarato la dose sulle pressione fiscale attuata dal “governo dei tecnici”: l’introduzione dell’Imu, gli aumenti dell’Iva, delle accise sui carburanti e dell’addizionale Irpef regionale hanno fatto aumentare sensibilmente il peso delle tasse sulle famiglie italiane, con aggravi che quest’anno potranno raggiungere i 726 euro: una vera stangata che, in un momento di profonda crisi economica, rischia di mettere in  ginocchio soprattutto il ceto medio. Lo stesso quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 Ore, qualche giorno fa, non forniva un’immagine “entusiastica” sui dati del Paese dopo un anno di cura Monti all’insegna dell’austerità. 

Quello che è avvenuto in questo fine settimana, culminato alle 21.30 di ieri sera, con la dichiarazione di Mario Monti, dopo il colloquio di due ore con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “Mi dimetto dopo la legge di stabilità. Impossibile proseguire dopo la sfiducia del Pdl”, vuole apparire come un colpo di scena, oppure un “colpo di coda” contro Silvio Berlusconi e il suo ritorno in campo. È probabile che oggi la grande stampa metterà in contrasto il senso dello Stato di Monti e il populismo del Cavaliere, attribuendo così a Berlusconi tutta la responsabilità di portare il Paese alle elezioni. E in questo modo, cercando di seguire la vecchia logica politica della Prima repubblica, ammonendo un’altra volta l’avventurismo del Cavaliere. 

Ma in realtà, tutti sanno che il tempo del “governo dei tecnici” si stava esaurendo da almeno un paio di mesi e la logica politica di questa Seconda repubblica non ha nulla a che fare con il grande sillogismo di Aristotele. Di fatto, gli unici a sostenere apertamente il “governo Monti” sono un imprecisato gruppo di forze centriste, che non riescono a formare ancora adesso un reale e convincente soggetto politico. 

Lo stesso leader del centrosinistra, Pierluigi Bersani, pur garantendo la sua solidarietà a Monti e pur difendendo l’operato del governo, si impegna, in caso di vittoria, a creare un nuovo esecutivo con un programma che, dagli annunci, contiene elementi di discontinuità per nulla marginali. Sì a tenere i conti in regola, ma anche più equità, più giustizia sociale e qualche intervento per far ripartire la crescita del Paese. E soprattutto alleggerire la pressione fiscale sui ceti sociali più in difficoltà. 

Guardando allo scenario politico complessivo, si può dire che Silvio Berlusconi, per imporre la sua linea di ricomporre il centrodestra e di restare protagonista, ha forzato i tempi, ha fatto da battistrada per concludere, con poco anticipo, “l’anno sabbatico della politica”, ma molti altri premevano per un ritorno alle urne. Non crediamo che Beppe Grillo volesse aspettare ancora tanto tempo e neppure un protagonista della nascita della Seconda repubblica come Antonio Di Pietro (ieri urlava contro il governo sostenendo che lui aveva previsto il disastro) voleva aspettare. Per non parlare della Lega di Roberto Maroni e dello stesso alleato preferenziale di Bersani, il leader di Sel Nichi Vendola. Se si allarga poi lo sguardo alle forze sociali, non crediamo che la Cgil di Susanna Camusso facesse il “tifo” per Monti. Così come riteniamo che molte categorie di imprenditori (quella dei costruttori dell’edilizia ad esempio) abbiano fatto sentire la loro voce a viale dell’Astronomia.

Insomma, la sensazione che si coglie da questo dicembre, dove non si acquistano neppure i panettoni di Natale, è che la gran parte del Paese desideri una svolta rispetto all’austerità imposta dai “tecnici”. È vero che il governo di Mario Monti ha ridato credibilità internazionale al Paese, ma è pure vero che la crescita (di cui si discute ormai a livello internazionale) non solo non si è vista, ma è stata come rimandata a un periodo imprecisabile, collegata a una ripresa della domanda mondiale che nessuno riesce a vedere in tempi brevi. 

Si può dire che la conclusione di questo governo poteva essere più “ordinata”, secondo quando desiderava lo stesso Presidente della Repubblica. Ma ci si scusi se affermiamo che, se è già un errore immaginare un disegno illuministico in generale, è quasi irrealistico, fuori dalla realtà, immaginare un disegno illuministico in un Paese come l’Italia, dove le contraddizioni a qualsiasi livello (istituzionale, politico, economico, sociale) continuano a ripetersi in modo quasi ossessivo e opprimente. 

 

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