IL PALAZZO/ Bersani e la “maledizione Pisapia” un anno dopo

FABRIZIO RONDOLINO guarda con un pizzico di nostalgia alle vicende che stanno caratterizzando la vita del Pd, dopo le primarie di Genova. L’intervista di Gianluigi Da Rold

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Pier Luigi Bersani (Imagoeconomica)

Fabrizio Rondolino guarda con un pizzico di nostalgia (ma non di più) alle vicende che stanno caratterizzando la vita del Partito Democratico e della sinistra in generale. Figlio di un grande storico, Rondolino è un intellettuale di primo rango, che conosce la cose, le approfondisce e non si sottrae mai a un giudizio. Oggi sembra che la sua carriera sia stata solo quella di giornalista, di scrittore, di autore televisivo, invece Rondolino ha una storia ben precisa nella sinistra italiana. Nel vecchio Pci innanzitutto. Dal 1986 al 1988 ha fatto parte della Direzione della federazione giovanile comunista, poi è stato un affiliato corsivista dell’Unità, infine nel think-thank di Massimo D’Alema, quando da presidente del Consiglio e leader del nuovo Pd, cercava di ricucire un’identità di sinistra ai “resti” del vecchio popolo comunista.

Fabrizio Rondolino accompagnò quel percorso e ne fu un protagonista come responsabile della comunicazione nello staff di D’Alema.
Poi, mentre D’Alema non riusciva nel tentativo di rinnovamento, Rondolino scelse di fare il giornalista, lo scrittore e l’autore televisivo, con competenza e con successo. Ma la politica non l’ha dimenticata e quindi osserva con attenzione quello che succede tra i partiti e in particolare nella sinistra italiana.

È accaduto anche a Genova il “terremoto” interno al Pd. Alle primarie si presenta Marta Vincenzi, sindaco uscente. Nel partito le contrappongono, per beghe e risse varie, la senatrice Roberta Pinotti e alla fine salta fuori il “terzo incomodo”, cioè Marco Doria, uno che è spalleggiato dal “Sel”, Sinistra ecologia e libertà. Troppo semplice per lui, nella divisione permanente del Pd, centrare la vittoria.
«È già accaduto a Milano. Ed è già accaduto a Napoli. Non mi stupisce affatto – dice Rondolino a IlSussidiario.net -. Questo è il risultato di un partito che non è più un partito, che è diviso in tre tronconi, che non ha alcuna identità, soprattutto non ha un’identità riformista».

Tutte le speranze che aveva Massimo D’Alema non ci sono più?

Devo dire che lui ci ha provato, poi è “andato in pensione”. Persino Walter Veltroni ci stava riuscendo. Ma poi è saltato tutto.
Non mi sembra che ci possa riuscire Pier Luigi Bersani, che per me è stata una delusione. Speravo che facesse una cosa laburista, socialdemocratica, diciamo, come ai vecchi tempi del Pci, una cosa “emiliana”, invece a volte si mette a fare il gruppettaro alla sua età, con certe derive massimalistiche degne di miglior causa.

Tutto questo giova al rafforzamento di quello che molti definiscono il “Quarto polo”, quella della sinistra antagonista.

Non lo so. C’è una sinistra tradizionalmente contro, quella di Fausto Bertinotti, ad esempio, che ha una sua identità. Ma qui sta prevalendo un asse vedoliano-dipietrista, che alla fine metterà in grave crisi lo stesso Pd. Quindi l’evoluzione della politica italiana, anche a livello di schieramenti, è difficile da prevedere.

Se si andasse alle elezioni politiche con il centrodestra e uno schieramento opposto sbilanciato a sinistra, alla fine salterebbe di nuovo fuori Berlusconi o comunque il centrodestra?

Può anche darsi. Com’è possibile che vinca la sinistra e dopo un anno di governo vada regolarmente a casa. Non so quale sarebbe la situazione migliore, non so proprio che cosa ci si possa augurare in questa situazione tra risse e continue contrapposizioni. Una situazione ormai marcita.

Ma è possibile che la sinistra, in una situazione di disagio come quella di oggi, non riesca a intreccettare istanze sociali e a costruire un partito che le sappia tradurre in azione politica? La storia della sinistra italiana non è tutta da buttare.

Il presidente Giorgio Napolitano qualche mese fa ha fatto un accenno esplicito alla sinistra, perché diventi adulta. Ma i protagonisti della politica italiana, valutati solo dal punto di vista politico, non sembrano più personaggi in grado di svolgere un ruolo significativo.
Il Pd, bisogna pure arrendersi a riconoscerlo, non è più un partito. C’è un responsabile economico come Stefano Fassina. Con tutto il rispetto, ma quella responsabilità nel vecchio Pci la coprivano personaggi come Giorgio Napolitano o come Alfredo Reichlin…

Lei prevede un grande rimescolamento di carte dopo questo periodo di grande confusione?

Al momento mi sembra azzardato fare delle ipotesi. Ma credo che un grande centro allargato, magari con il socialisti del Pdl e i riformisti del Pd, alla fine potrebbe essere la strada più percorribile. Alla fine si ritornerebbe al vecchio centrosinistra. Niente di esaltante, certo, ma almeno con una certa logica…

(Gianluigi Da Rold)

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