GIUSTIZIA/ Maddalena: il monito di Napolitano ai pm, l’inizio della riforma

Le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo intervento al plenum del Csm sembrano destinate a lasciare il segno. L’intervista al procuratore MARCELLO MADDALENA

17.02.2012 - int. Marcello Maddalena
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Immagine d'archivio (Infophoto)

«C’è un positivo mutamento dell’atmosfera che può consentire un confronto costruttivo sui problemi più urgenti della giustizia», ha dichiarato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo intervento di mercoledì al plenum del Csm, in cui non sono mancati anche alcuni precisi richiami alle toghe. Parole che riaprono la discussione sulla riforma della giustizia proprio mentre cadono in questi giorni i vent’anni della più clamorosa inchiesta giudiziaria italiana, Tangentopoli, che si aprì il 17 febbraio del 1992.
«Spero che il messaggio del Capo dello Stato, più che portare a dei singoli provvedimenti, faccia innanzitutto riflettere i suoi destinatari, tutti coloro che cioè hanno un ruolo nell’amministrazione della giustizia – dice a IlSussidiario.net il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Torino, Marcello Maddalena –. Personalmente condivido il suo discorso, anche riguardo al miglioramento dell’atmosfera nei rapporti istituzionali. In un clima di accesa conflittualità è molto più difficile fare cose sensate e questo è sicuramente un momento positivo».

Secondo lei però la riforma della giustizia può essere fatta da un governo tecnico?

Al di là del dibattito sul fatto che il governo Monti sia tecnico o politico è certo che è nella pienezza dei suoi poteri e delle sue funzioni. Penso che sia però difficile attuare delle riforme costituzionali in questo momento. Alcune cose però si possono fare, come la revisione delle circoscrizioni. Poi sarà il Parlamento, democraticamente eletto, a votarle.

Quali sono, a suo avviso, le priorità?

Indubbiamente il problema è rappresentato dalla non ragionevole durata dei processi e dalle innumerevoli declaratorie di prescrizione. Si tratta di trovare delle soluzioni senza rinunciare al principio di obbligatorietà dell’azione penale. A tale scopo, a mio avviso, bisognerebbe incanalare i processi su binari alternativi a secondo della loro importanza.
Bisogna cercare poi di razionalizzare l’esercizio dell’azione penale e del processo con riforme di procedura, evitando il ricorso generalizzato ai mezzi di impugnazione. Non si possono mettere infatti tutti i processi, dall’omicidio volontario alla guida in stato di ebbrezza sullo stesso binario.

Secondo il Presidente Napolitano è stato opportuno partire, in sede di governo, dall’emergenza carceri.

Di certo le condizioni inaccettabili dovute al sovraffollamento impongono dei provvedimenti seri, anche se indubbiamente crea dei problemi fare uno sconto di pena generalizzato a persone a cui i giudici
hanno ritenuto di dover infliggere una determinata sanzione per la gravità del reato commesso e la conseguente pericolosità sociale. E non mancheranno difficoltà a livello pratico per le forze di polizia. L’emergenza, ad ogni modo, andava affrontata e comunque, come per la verità era nelle previsioni anche del precedente governo, servirà un Piano carceri diretto ad aumentare la capacità e la vivibilità negli istituti penitenziari. 

Napolitano non ha poi risparmiato critiche ai magistrati richiamandoli a evitare esternazioni, condotte inopportune e ruoli politici. 

Parole che condivido e autorevoli, perché pronunciate dal Capo dello Stato che è anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ad ogni modo, spero che il messaggio di Napolitano, più che portare a dei singoli provvedimenti, faccia innanzitutto riflettere i suoi destinatari, tutti coloro che cioè hanno un ruolo nell’amministrazione della giustizia.

C’è stato poi un invito esplicito a colmare i vuoti a livello di sanzionabilità disciplinare, a poche settimane dalla polemica derivata all’emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati approvato dal Parlamento.

A mio avviso i due temi vanno tenuti separati. Il Presidente faceva infatti chiaramente riferimento a quelle che possono essere le lacune interne alla normativa disciplinare che è stata introdotta nel 2006 e alla possibilità che alcuni comportamenti disciplinarmente rilevanti sfuggano alla sanzione disciplinare.
Se questi vuoti devono essere colmati non può farlo però il Csm, ma il legislatore. Si tratta di un alto richiamo affinché la politica si assuma le proprie responsabilità e il Csm rispetti i propri limiti.

(Carlo Melato)

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