DOVE VA IL PD/ Caldarola: una guerra tra “montiani” e giovani per colpa di Berlusconi

- int. Peppino Caldarola

Cosa succede nel Partito democratico? Walter Veltroni vorrebbe candidare Mario Monti, ma viene criticato. Secondo PEPPINO CALDAROLA si torna al grande partitosocialdemcoratico di massa

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Non regalare Mario Monti alla destra. È questa una delle preoccupazioni espresse da Walter Veltroni in una recente intervista rilasciata al quotidiano Repubblica. Intervista che lascia intendere la possibile nascita all’interno del partito di una corrente dei “montiani”: l’attuale governo, infatti, avrebbe, nelle parole di Veltroni, “un profilo riformista”. Le repliche non si sono fatte attendere dall’interno del Partito Democratico: secondo alcuni, tale concezione di Monti equivale a dire che alle prossime elezioni Pd e Pdl dovrebbero presentarsi insieme.

Secondo Peppino Caldarola, contattato da IlSussidiario.net, quello che sta accadendo dentro al Partito democratico rivela la prima forte divaricazione del partito dopo la caduta di Berlusconi. “Non esistono più” dice Caldarola “gli scontri tra le correnti degli ex Ds e degli ex Margherita, non esistono più gli scontri Veltroni contro D’Alema. Gli schieramenti si sono mescolati, di fatto stiamo tornando alle origini e cioè all’ipotesi del partito liberale di massa e l’ipotesi del partito socialdemocratico di massa”.

Caldarola, è nata la corrente dei montiani? Che succede dentro al Pd?

Siamo di fronte alla prima forte divaricazione del partito dopo la caduta di Berlusconi. C’è infatti ormai un’area nel partito formata da giovani come Matteo Orfini e Stefano Fassina che sono abbastanza critici col governo Monti. Sottolineano di più le cosiddette difficoltà del governo Monti che i suoi pregi e quindi propongono una più netta trasformazione in senso socialdemocratico del partito.

E Veltroni dove si colloca in realtà?

Veltroni invece presenta una linea del tutto opposta, perché considera Monti il massimo del riformismo possibile in Italia. Chiede di non regalare Monti alla destra e sostiene d’accordo con questi giovani socialdemocratici che lo scontro tra liberismo e socialismo è roba del Novecento.

Bersani che fa, tenta di ricucire?

Siamo di fronte a due ipotesi del tutto opposte. Bersani si trova in mezzo a questo scontro cercando al tempo stesso di rassicurare Monti sulla lealtà del Pd però con una visione che è più vicina a quelli dei suoi giovani libdem che a quella di Veltroni.

In che direzione andrà allora il partito, secondo lei?

La corrente montiana e Veltroni stesso con questa presa di posizione in realtà considerano superato il Partito democratico nel senso che dopo Monti ci sarà una rivoluzione politica. Questo vuol dire considerare i partiti come sono oggi qualcosa che non serve più e che bisogna ricostruire intorno a ipotesi politiche immaginando che questa leadership possa essere espressa da Mario Monti. Altri invece pensano che dopo Monti si debba ritornare al tempo dei partiti e propongono il partito di sinistra.

Le vecchie correnti, ex Ds ed ex Margherita, esistono ancora?

Quello che possiamo dire con assoluta certezza è che il modo con cui abbiamo visto svilupparsi adesso i contrasti nel Pd non appartiene più alle vecchie visioni. Non abbiamo più Veltroni contro D’Alema, non abbiamo più Ds contro Margherita, ormai diciamo che gli schieramenti si sono molto mescolati. Di fatto stiamo tornando alle origini.

In che senso?

Stiamo cioè tornando all’ipotesi del partito liberale di massa e all’ipotesi del partito socialdemocratico di massa.

C’è chi dice che Bersani teme la concorrenza di Sinistra e libertà.

Questo è abbastanza vero nel senso che Bersani ha capito che in questa stagione il rischio vero che lui corre è quello di perdere contatto con un’area di sinistra dell’elettorato che non condivide le cose che fa Monti. Di fatto lui vuole tenere agganciata quest’area per impedire che svolti verso Ventola, Di Pietro e altri ancora.

Al centro delle critiche giunte a Veltroni c’è anche la sua posizione sull’articolo 18, favorevole all’abolizione.

Secondo me l’articolo 18 è un po’ una di quelle classiche battaglie di bandiera nel senso che nell’economia generale del Paese che ci sia o meno non significa poi molto. Dal punto di vista della battaglia di bandiera ha un grande significato per alcuni e cioè quello di immaginare un sistema di rapporti sindacali più libero per la parte imprenditoriale mentre per gli altri invece un sistema di relazioni sindacali in cui ci siano dei controlli da parte del sindacato. Stiamo parlando più che di uno scontro sul merito di uno scontro tra visioni del potere.

Dunque che prospettive concrete ci sono per il Partito democratico?

Personalmente sono convinto che Monti toccherà l’articolo 18. Farà esattamente come con la riforma previdenziale cioè ascolterà e poi deciderà di testa sua. A quel punto per il Pd nascerà un problema molto serio, per cui dovrà decidere se stare con il sindacato e dare battaglia al governo oppure fare buon viso a cattivo gioco. Fra un mese un mese e mezzo ne vedremo delle belle.

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