SCENARIO/ 2. Lamberto Dini: i miei primi 100 giorni e quelli di Mario

- int. Lamberto Dini

Secondo LAMBERTO DINI, benché un governo possa creare la condizioni perché il mercato possa riattivarsi, la leva principale dell’economia resterà sempre la libera iniziativa privata

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Lamberto Dini (Foto: Infophoto)

«Lo spread mi sembra che sia sceso benino anche oggi», ha detto, ieri, il premier Monti. Che poi, volendo prenderci la briga di tradurre la sua cifra stilistica e interpretare i significati nascosti tra le pieghe del suo gergo tecnico, vuol anche dire, sempre in maniera molto sobria ed elegante, per carità: “Avete visto? Avevo ragione io”, ma anche: “sono er meglio fico del bigoncio”; e così, nella certezza di non sbagliare un colpo, Monti ha superato lo scoglio dei primi cento giorni di governo. Sono, ad 0ggi, 102, per la precisione. E tra sistemi contributivi, esodati, finestre previdenziali posticipate e imposte varie, abbiamo chiesto a Lamberto Dini una prima valutazione dell’operato del suo collega.

Anzitutto, cosa ne pensa della riforma delle pensioni?

Credo che abbia permesso di superare, portandola ad esaurimento, l’anomalia italiana delle pensioni di anzianità.

E del resto, invece?

Direi che Monti ha consentito di superare la crisi più immediata, con il relativo rischio che il nostro sistema finanziario crollasse. Anche se, a onor del vero, con misure lacrime e sangue e ogni genere di nuove tasse.

Eppure, siamo in recessione…

Probabilmente, ci saremmo anche senza le misure di risanamento introdotte. Ricordiamoci, inoltre, che contestualmente alla tasse, o poco dopo, sono state introdotte una serie di liberalizzazioni e semplificazioni, i cui effetti benefici, tuttavia, si verificheranno solo sul medio-lungo periodo. Si trattava, del resto, di misure obbligate, necessarie per ripristinare un virtuoso svolgimento dell’attività economica.

Crede che siano sufficienti le liberalizzazioni?

Il governo deve creare le condizioni favorevoli affinché si sviluppi l’attività economica, siano attratti investimenti e messe in piedi nuove iniziative imprenditoriali; tuttavia, l’attore fondamentale del processo, resta l’iniziativa privata. In sostanza, come dicono gli inglesi, “You can take a horse to water, but you can’t make him drink” (si può portare un cavallo all’abbeveratoio, ma non lo si può costringere a bere ndr).

Pensa quindi che, in tal senso, l’esecutivo abbia fatto abbastanza?

No; restano una serie di materie da affrontare. La liberalizzazione più importante, anzitutto: quella del mercato del lavoro.

Lei come la realizzerebbe?

Tanto per cominciare, è necessario che, nel mercato del lavoro, sia introdotta maggiore flessibilità, sia in entrata che in uscita; a quel punto, vanno prese in considerazioni quelle misure complementari e conseguenti alla maggiore flessibilità, quali gli ammortizzatori sociali in caso dimissioni e licenziamenti o il sussidio alla disoccupazione.

Come valuta il fatto che Monti si sia detto convinto di portare avanti la riforma con o senza i sindacati?

Ha fatto bene; ha dimostrato di avere fermezza. In ogni caso, ci sono due partite importanti che il governo non ha ancora affrontato, ma che potrà giocare entro l’anno.

Quali?

La riduzione della spesa pubblica corrente e quella dello stock del debito pubblico. Si tratta delle condizioni necessarie per rendere sostenibile le nostre finanze pubbliche e, contestualmente, riavviare l’economia. Ridurre il debito, in particolare, consente di limitare gli oneri degli interessi e garantire margini d’azione per diminuire le tasse a favorire gli investimenti.

Come si effettuano tali riduzioni?

La spesa si potrà tagliare una volta che la spending review, iniziata nei singoli ministeri, sarà conclusa; avvalendosi di questo strumento sarà possibile ideare un piano organico. Per ridurre il debito, invece, la strada privilegiata, come detto altre volte, rimane quella della dismissione del patrimonio immobiliare pubblico.

È opinione comune che, senza un’economia europea integrata, non si vada da nessuna parte; tantomeno se la Merkel non si persuaderà a stemperare la sua ferrea politica del rigore di bilancio e investire sulla crescita europea.

Credo che si stia via via delineando una nuova tendenza. Ho l’impressione che anche la Germania inizi a comprendere che la risoluzione della crisi dei debiti sovrani è importante, ma che lo è altrettanto dare ossigeno all’economia perché possa riprendersi. Non è escluso che la Merkel si convinca, ad esempio, della necessità degli Eurobond, che consentirebbero alla Banca Centrale europea di fungere da stimolo alle banche alla imprese.

Ora anche il Regno Unito, con la lettera scritta assieme al premier Monti e ad altri dieci leader europei, è rientrato nel dibattito europeista; e si è speso in favore della crescita e dell’apertura del mercato.

Beh, per la Gran Bretagna, in realtà, in ambito europeo non ha senso parlare d’altro rispetto al mercato unico. È l’unica cosa che le piace di tutta l’Europa. È ostile alla costruzione di un’Unione politica quanto a una maggiore integrazione; ma da sempre tiene al corretto funzionamento del mercato e al rafforzamento delle regole che ne possano rafforzare la competitività.

Cosa dovrebbe fare, secondo lei, una volta conclusa l’esperienza tecnica Mario Monti, tirato per la giacca da entrambi gli schieramenti come proprio futuro candidato a Palazzo Chigi?

Anche a me accadde all’inizio del ’96, è normale. Credo che spetterà a lui decidere se far parte della politica attiva, se fare il senatore a vita o tornare a dedicarsi all’attività universitaria.

(Paolo Nessi)



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