SCENARIO/ Il “rottamatore” Civati: il Pd che vorrei, né montiano, né socialdemocratico

- int. Giuseppe Civati

GIUSEPPE CIVATI non è più un “rottamatore”, ma nemmeno il dibattito tra democratici “montiani” e “socialdemocratici” lo appassiona. Al Pd in questa fase serve altro. L’intervista

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Giuseppe Civati (Infophoto)

Giuseppe Civati non ama le etichette, forse perché qualcuno ancora si ostina a storpiare il suo nome in Pippo. È del ’75, come Renzi, ma non è più un “rottamatore”, anche se per lui il sindaco di Firenze è semplicemente “Matteo”. «È un termine che non mi è mai piaciuto – spiega a IlSussidiario.net –. Nessuno voleva rottamare le persone, figurarsi gli anziani. L’obiettivo resta quello di costruire una nuova classe dirigente. Matteo ha scelto di fare un comitato elettorale per sé, all’americana. Io ho un’idea diversa, ma ridurre tutto a uno scontro Civati-Renzi è abbastanza ridicolo». Nemmeno il dibattito tra democratici “montiani” e “socialdemocratici” lo appassiona più di tanto. «Monti non ha il compito di rappresentarci politicamente, ma di costruire una via d’uscita dopo una lunga stagione di confusione. Mentre per quanto riguarda l’identità socialdemocratica del nostro partito se non sbaglio il progetto del Pd era un tantino più ambizioso. Altrimenti potevano bastare i Ds».

Civati, cosa ne pensa della trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del lavoro? Il Pd ne sta soffrendo, anche se oggi Bersani ha gettato acqua sul fuoco?

Intanto devo dire che, oltre che con lei, mi piacerebbe parlarne nella direzione nazionale del mio partito, che purtroppo non viene convocata dall’ottobre del 2011. Il mondo nel frattempo è decisamente cambiato.
A mio avviso comunque non bisogna drammatizzare. L’ammonimento di Bersani è stato una forzatura, il Pd farà di tutto affinché le posizioni si possano avvicinare e comunque il Parlamento non è solo un luogo di ratifica. In quella sede si potrà comunque migliorare la qualità del dispositivo che verrà approvato. Inutile pensare a soluzioni precostituite, in questa fase l’importante è tenere viva una dialettica in cui il Pd è protagonista e non soltanto il terminale.
Oggi ad esempio abbiamo anche scoperto che a non votare le liberalizzazioni saranno quelli del Terzo Polo. Non erano loro i più montiani? Le cose possono anche cambiare.

Se però il governo non trova un accordo con la Cgil il Pd cosa fa? Non vota la fiducia?

Questo mi sembra un caso di scuola. Non credo che succederà: i sindacati non possono permettersi una rottura su una riforma così importante e in caso di sfiducia il governo è finito. Vedrete che tutti saranno più responsabili. Se poi la trattativa si complica il Pd deve avere un ruolo attivo.
D’altronde, come si fa a essere manichei con il governo Monti? Non può essere sempre tutto bianco o tutto nero. Si deve poter discutere, anche se non è facile, perché  le divisioni ci sono. E non mi riferisco ai Bersani, ai Veltroni e ai Fassina, ma al fatto che siamo al governo con Silvio Berlusconi. È ovvio che si cammina sulle uova…

Nel Pd ad ogni modo non sono in pochi a considerare Monti un’espressione del centrosinistra o addirittura un possibile candidato.

Ho notato anch’io questa corsa spericolata. Sui giornali di oggi sia Berlusconi che molti democratici cercavano di candidare il premier.
La realtà però è che le “elezioni tecniche” non esistono. Ci può essere una fase di larga coalizione, dopodiché è inevitabile la polarizzazione della politica. Anche perché fuori dalla maggioranza c’è un 30% di forze politiche già costituite. Sinceramente mi sembra un dibattito piuttosto singolare.

D’altro canto c’è chi nel Pd cerca di riaffermare un’identità socialdemocratica?

Un’ipotesi che non condivido, mi sembra il tentativo di creare un’area interna ai democratici. La socialdemocrazia tout court smentisce però il progetto del Pd.
Vede, dobbiamo cercare di non fare confusione. Abbiamo deciso di sostenere un’operazione complicata come quella del governo Monti. Qualcuno di noi, tra cui il sottoscritto, aveva segnalato a suo tempo delle criticità.  Ora non possiamo però viverle come dramma in maniera tale da mettere in discussione la stessa esistenza del Pd. Va’ bene sacrificarsi per il bene del Paese, ma arrivare a negare se stessi mi sembra eccessivo…

Lei però è stato critico anche nei confronti del tavolo Abc (Alfano, Bersani, Casini)?

Non è così. L’intesa è inevitabile, ma è il tipo di legge elettorale che sta uscendo a non piacermi.  Ancora una volta, se si torna al proporzionale smentiamo noi stessi. Siamo nati come forza bipolarista, con un certo tipo di rapporto con gli elettori, dato che abbiamo inventato le primarie. Perché tornare indietro in questo modo?

A proposito di primarie, non è un errore per il Partito Democratico continuare a organizzare quelle di coalizione?

Il problema non è quello. Il Pd perde le primarie quando si divide a metà e apre delle contese violente come quella di Genova.
Bisogna iniziare a candidare persone in cui si riconoscono il maggior numero di elettori e non di dirigenti. Per il resto non è nemmeno vero che il mio partito le perde sempre. Le primarie si fanno anche per evitare soluzioni preconfezionate. Viverle con terrore sarebbe l’ennesimo controsenso…

(Carlo Melato)

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