IL MANIFESTO/ Brandirali: ricostruire la politica? Ecco da dove partire

- Aldo Brandirali

Prima delle prossime elezioni, che si prevedono per il 2013, la politica italiana deve dare spiegazione del suo fallimento. L’articolo di ALDO BRANDIRALI

senato1R400
Foto Imagoeconomica

Riceviamo e pubblichiamo il manifesto firmato da Aldo Brandirali sull’attuale situazione politica italiana, dal titolo “Per ricostruire la politica”.

Prima delle prossime elezioni, che si prevedono per il 2013, la politica italiana deve dare spiegazione del suo fallimento.
Si è visto tale fallimento con le dimissioni di Berlusconi, e con l’evidenza che l’opposizione non era in grado di comporre una maggioranza alternativa. Il bipolarismo è fragile, e il verticismo decisionale che è stato perseguito, non è adatto alla creazione di maggioranze di governo.
Con il governo Monti si è scelta una larga maggioranza trasversale, riconoscendo che si doveva dare una delega a tecnici in grado di fare le riforme urgenti e necessarie. Ma questi tecnici non possono delineare un progetto per il nostro Paese.
È questo che ci aspettiamo dal cambiamento della politica in generale: non è solo la questione del sistema elettorale, ma anche la ripresa della politica vera, quella che si presenta con dei contenuti.
Noi vogliamo dare indicazioni per questo cambiamento.
Partire da ciò che viene “prima”.

POPOLO
Prevale l’opinione secondo la quale, la scienza e il progresso, migliorando la condizione umana, abbiano anche sviluppato la scienza della vita comune degli uomini. Con questa opinione, applicata alla politica, si forma  il vertice pensante, formato dagli abituali gestori del potere, i quali si ritengono possessori della cultura dell’interesse pubblico, e per questo possono fare dello  Stato il paternalistico generatore della buona società.
Noi non pensiamo che le cose stiano così.
Per questo siamo estranei allo statalismo di sinistra e di destra, cioè alle culture politiche che hanno dominato il ‘900. La nostra convinzione della centralità della persona ci fa considerare le dinamiche della vita comunitaria con i compiti dello Stato come servizio a un soggetto preesistente: il popolo.
Nella tradizione della presenza politica dei cattolici c’è stata la centralità della persona, ma permaneva l’idea che il bene pubblico deve essere separato dalle ragioni private dei cittadini. 
Nella produzione culturale della Chiesa si è sempre parlato di bene comune e di principio di sussidiarietà: la Chiesa valorizza il popolo.
Il popolo è il luogo della propensione al fare insieme, il vero motore della dinamica sociale, è generato da un punto che origina l’unità fra gli uomini, si tratta della dimensione religiosa o ideale che accade prima della politica.
Il popolo è sede delle aspirazioni e delle esperienze, per questo noi siamo amanti della democrazia e consideriamo il popolo “soggetto” che tesse le convinzioni e quella trama di desideri, che chiamiamo bene comune.
Pensiamo che ci sia il bisogno urgente di restituire al popolo la sua soggettività, facendolo attore della democrazia perché il prevalere del verticismo del potere innesta un piano inclinato verso l’ingiustizia e le diseguaglianze. 
Il popolo si genera nella ricerca del senso del vivere, nella ricerca di perdono e di salvezza, ricerca che ha le sue basi nel senso religioso che il Creatore ha infuso in ogni uomo.
Chi ha un’esperienza cristiana fra noi ha visto che il fatto della Presenza di Cristo genera un popolo consapevole. Noi lasciamo alla Chiesa il compito di fare popolo e di dare una base morale alla società.
La centralità della persona dice del suo bisogno di libertà e questo interroga la politica. Perciò, di fronte a un popolo che si ricompone diventa chiaro, per chi si occupa di politica, che si deve mettere il potere al servizio del popolo, per questa ragione non pensiamo alla politica come luogo di identità della persone e neppure la poniamo come centrale nell’impegno umano.

MORALITA’
Le cose che muovono il cuore dell’uomo sono le stesse che cambiano la storia.
Le domande del cuore cercano il significato del vivere. La vita che mi è stata data è la ragione che mi rende partecipe della vita del mio popolo. Sono voluto e dunque sono responsabilmente grato e vivo con questa tensione, mi sento consegnato a un compito. Ogni persona, che si sia posta questo sguardo su di sé, affronta la sua vita con una tensione morale, e ci si può attendere che svolga il suo  compito con passione e con abnegazione. 
Dunque la moralità è nella persona e non nel progetto politico.
Riteniamo demagogica la parte politica che si erge a moralizzatrice e diciamo che è indispensabile la partecipazione  popolare che mette in campo le tensioni ideali come movimenti  e comunità.
Per questo desideriamo la scelta dal basso delle  persone che assumono il mandato politico, secondo il criterio della corrispondenza della  serietà della persona. 
Oggi l’astrattezza moralista e la corruzione hanno portato a uno svuotamento della tensione ideale, come se la vita politica fosse esclusivamente luogo di espressioni di forza e potere.
Ci sono caratteri della vita del popolo che devono essere sostenuti e promossi: la Chiesa li propone alla politica come principi non negoziabili:
– la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale
– la definizione della famiglia secondo il dono della vita, uomo e donna sposati e pronti ad accettare i figli con gioia
– la libertà di educazione come scelta della cultura della famiglia.
Questi principi non sono solo  della Chiesa, riguardano la natura dell’umano e possono essere sostenuti da ogni uomo ragionevole.
Nella grave crisi ancora  in corso,  prevale una “crisi di significato e di valori” (Benedetto XVI). Per questo la prima urgenza attuale è che si formi comunità, amicizia, un fare assieme e un sottolineare la positività possibile e nettamente  prevalente.
E’ tutto il nostro popolo chiamato a un nuovo inizio
Anche la politica deve impegnarsi in questo nuovo inizio come noi vogliamoci impegnarci in questo.  

CULTURA
Siamo desiderosi di far politica con cattolici e non credenti e consideriamo la cultura come luogo di unità, perché il fondamento della cultura è la ricerca del vero.
I percorsi possono essere diversi, e per questo si può parlare di pluralità di culture, generate da linguaggi, tradizioni, esperienze. L’unità è possibile come incontro di persone, cioè di esperienze di rapporto con il vero nel reale. La cultura descrive la vita comune della molteplicità di storie e esperienze particolari, e ci fa comprendere la  creatività e l’energia costruttiva di ogni persona e di ogni identità.
C’è una innata tendenza del  potere politico di diventare autoreferenziale, e di usare tutta la sua azione non per uno scopo originario ma solo per riprodurre il consenso che gli serve…
Questa pratica del potere produce culture politiche, chiuse in sé stesse, contrapposte alle altre. Noi invece andiamo verso la politica a partire dalla cultura, e per questo crediamo possibile l’unità di una larga maggioranza.
Nella cultura si descrive la consapevolezza popolare, disponibile al fare assieme, che giunge sino al senso di patria e di nazione.
Le grandi provocazioni culturali che ci sono proposte dal Papa, Benedetto XVI, parlano di allargamento della ragione e al fenomeno della globalizzazione pone una emergenza: fare fraternità, guardare a tutti i popoli come fratelli e pensare al mondo come a una casa comune.
Senza adeguato lavoro culturale le parti politiche si motivano sul contrasto, ma in questo modo immaginano culture opposte e ne inventano di continuo, divedendosi in miriadi di gruppi.  Il risultato più drammatico è che la politica, invece di valorizzare la positività della propensione al bene comune, finisce col diseducare il popolo nella sua unità e nei suoi compiti.
Noi cerchiamo la politica più prossima alla unitarietà culturale, al bene comune, alla coscienza di popolo, al patto unitario della nazione. Per questo liberismo e socialismo, personalismo e comunitarismo, diritti e doveri, vigilanza e accoglienza, imprenditori e lavoratori sono alcuni esempi di opposti che il lavoro culturale deve portare alla  equilibrata  convivenza.       

Il sistema politico italiano

RAPPRESENTATIVITA’
Lo Stato moderno, generato dalla democrazia, è una struttura di servizi utili alla comunità umana. Nella vita del popolo si organizzano livelli gradualmente verticali della organizzazione delle strutture di servizio, dai Comuni sino allo Stato centrale. Un livello comunitario inferiore tende a costruire una delega al livello superiore, al fine di generare servizi di più ampia portata.
Esistono due principi elementari dello Stato:
– l’etica del servizio non deve essere sottomessa ad una logica di sovrapposizione autoritaria
– l livello organizzativo superiore non si deve sostituire a quello che può essere fatto dal leivello inferiore della comunità.
Le persone che assumono ruoli pubblici devono essere consapevoli del limite del loro potere: essi svolgono un servizio. Sono servitori del popolo, si impegnano a fare il meglio nel loro specifico compito. Ognuno svolge il suo mandato senza invadere il campo degli altri servizi dello Stato. In tal modo si esprime una Stato ben strutturato, con le sue  autonomie e i reciproci controlli.
E’ servitore anche chi assume ruolo politico, è un rappresentante mandato da una comunità operosa che gli ha chiesto di capire quali servizi occorrono, e di diventare capace di farli realizzare. Dunque chi fa politica sa  che la costruzione è già in atto e che alla  politico è chiesto di riconoscere l’intrapresa umana e servirla al meglio.
A loro volta tutte le comunità locali e intermedie devono partecipare della vita politica e le migliori esperienza comunitarie e produttive devono diventare di esempio per tutti. Il delegato nella politica deve riconoscere il meglio delle esperienze e rilanciarle come possibilità per tutti.
La democrazia non è solo il diritto di voto.  Dai fatti associativi e dai movimenti ha inizio la democrazia. Questi corpi sociali si mettono in relazione e hanno bisogno di generare rappresentanze.
La rappresentatività è la conseguenza della vitalità del tessuto democratico.  In Italia si utilizza demagogicamente l’idea che il ruolo pubblico debba essere svolto da persone che non sono legate a situazioni particolari.  Noi invece parliamo di persona e di popolo  e con questo strutturiamo la delega ai vari livelli dello Stato, come delega operata da livelli “vivi” di organizzazione e di “vissuto” del popolo.
Nel sistema democratico si devono avere un metodo e delle leggi che definiscono il diritto comunitario a riunirsi e a delegare coloro che debbono incidere sulla selezione dei candidati alle elezioni. Questo vuol dire che ci sono finanziamenti a  gruppi politici che provengono  da parti sociali interessate a difendere le loro  ragioni.  Siccome questi legami possono diventare dannosi per il bene comune, perché possono prevalere poteri forti su altre ragioni giuste ma più deboli, il rapporto di rappresentanza deve essere dichiarato, conoscibile, e moderato da apposite leggi, come quelle sul conflitto di interessi.
Per fare questo manca una legge che definisca le regole comuni. Regole che permettano la partecipazione democratica non solo nella occasione del voto, ma anche nel generarsi dei partiti e delle candidature. Come esempio possiamo indicare le primarie, ma il sistema più compiuto è il Congresso americano.

ELEZIONI
Abbiamo già potuto constatare che i partiti nel bipolarismo sono cambiati, assomigliano più a movimenti informali, macchine di consenso generalmente prive di adeguati sistemi congressuali e di democrazia interna.
Per quanto riguarda le elezioni, occorrono sistemi di competizione fra persone candidate per permettere agli elettori una scelta che valuti la effettiva capacità di valutare l’impegno di rappresentanza… Gli esempi ci sono nei sistemi elettorali del nord Europa.
Bisogna rafforzare la selezione di formazioni politiche ampie che abbiano già affrontato il lavoro di unità di ampie componenti. Il carattere utile del sistema bipolare è che costringe a definire le alleanze. Produrre maggiore unità nella vita politica non può diventare però un sistema rigido delle appartenenze, sotto il controllo delle segreterie dei partiti. Gli eletti devono poter sostenere le ragioni dei propri elettori. E proprio per non ridurre le divergenze a tradimento ci sembra giusto che gli eletti votino le decisioni anche in disaccordo con il proprio partito. Rimane dunque utile  l’obbligo di ritorno alle elezioni se la maggioranza perde dei pezzi e non è più una vera maggioranza.

CORPORATIVISMO 
I partiti che si costruiscono la loro base elettorale si ritrovano con pesanti ipoteche di corporazioni e interessi di parte che finiscono con l’essere dannose per il bene comune.
Il corporativismo assolutizza le ragioni della singola parte, mentre invece la politica è l’arte di tenere insieme la complessità. Si tratta di ascoltare le ragioni delle molte agitazioni sociali e le proteste delle minoranze che non si sentono ascoltate, per poi tendere ad una maggioranza consapevole, che sia in grado di risolvere le gravi arretratezza nel funzionamento del governo della cosa pubblica.
– Riduzione dell’indebitamento dello Stato 
– Libertà e garanzie nei sistemi di contrattazione sociale.
– Apertura piena all’impegno di famiglie, associazioni, imprese, opere sociali,  nella realizzazione di azioni di pubblico interesse. 
– Efficacia e celerità dei processi giudiziari.
– Buon esito delle opere pubbliche.
– Libertà di educare.
– Libertà di praticare le religioni.
– Accompagnare alla efficacia le presenze degli immigrati.

Queste emergenze dimostrano come sia necessario, nella politica, proporre con un progetto largamente maggioritario.

FEDERALISMO
Anche la Chiesa ha iniziato a parlare della necessità di un governo mondiale per coordinare i comportamenti delle nazioni in tutti i temi di carattere globale, dall’ecologia alla finanza, dalla qualità dei prodotti alla equità dei salari.
L’Europa avanza lentamente verso il divenire unica realtà, ma sempre più si rende evidente che si tratta davvero di una federazione di nazioni, soprattutto ora, di fronte alla crisi.
L’Europa deve fare un passo in avanti come Federazione.
In Italia siamo ancora di fronte alla questione meridionale, che sembra delegare allo Stato centrale la sua soluzione. Mentre la gran parte del Paese parla di  federalismo. Abbiamo bisogno di rendere evidente che la parità fra le regioni, principio elementare del federalismo, può portare ad una maggiore unità dello sviluppo nazionale.
Anche la politica dovrebbe plasmarsi sui livelli diversi delle istituzioni. I Comuni dovrebbero essere luoghi della comunità, dove non si combatte sulla politica nazionale, ma sulle maggioranze diverse che possono nascere attorno ai temi più sentiti dalla comunità.
Lo spirito del federalismo viene tradito quando si risponde con politiche nazionali a ragioni di parti del territorio e di comunità locali. Questa sovrapposizione generalista elimina la libertà fondamentale dell’autogoverno di ogni specifica realtà.
In Italia sarebbe particolarmente adeguata la trasformazione del Senato in camera delle regioni. E a loro volta, con lo stesso criterio, le regioni dovrebbero avere diversi livelli di incontro delle istituzioni locali.

Scelta della parte politica
Noi siamo favorevoli a una formazione politica che si dimostri capace di creare una larga maggioranza, unendo singole parti che hanno una specifica attenzione al problema politico. La composizione deve permettere un progetto moderato e riformatore, che esprima il più possibile la visione che abbiamo espresso sino a qui.
Noi intendiamo garantire innanzitutto la libertà di espressione della persona, il sostegno alla famiglia, l’aiuto ai bisognosi, la libertà di impresa, la dignità dei salari, la scelta dal basso dei delegati nella politica, l’affermarsi della ragione di servizio del fare politica.
Per questo scegliamo chi:
– lascia esprimere la singola persona dentro un libero confronto.
– riconosce i legami di popolo .
– propone una larga unità maggioritaria.
– non vive di conflitto con la altre parti politiche, ma vive di una progettualità propria e la propone al consenso.
– non distacca il potere acquisito dal rapporto con il mandato ricevuto e dalla soluzione effettiva, secondo le possibilità, dei problemi.  

Abbiamo fino ad ora sostenuto parti politiche che mostravano di essere moderate e comprensive di diverse libere espressioni. Ma non vogliamo essere costretti allo scontro irragionevole con altre parti politiche che hanno molto di simile a quanto cerchiamo.
Date queste premesse ci rendiamo conto che al più presto ci si deve preparare alle future elezioni, e noi intendiamo sollecitare il rifondarsi dei modi e delle forme del far politica. Quindi riteniamo giusto militare in circoli ed osservatori che sappiano interrogare la parte politica da sostenere, senza essere immediatamente impegnati  dalla logica della  appartenenza.
Se succederà che ci saranno scelte diverse, non useremo la parola “tradimento”, perché non crediamo che nella grandi formazioni politiche ci sia il nemico, il comunismo e il fascismo non ci sono più, e nessuno può pretendere che una parte veda l’altra come  nemico della democrazia.
Sicuramente non possiamo partecipare alla politica di una vecchia sinistra che fissa nella propria visione culturale la propria politica di parte. E’ un problema forte nella sinistra perché la mancanza di riferimenti al bene comune  è causata dall’assenza dello spessore personale  che viene prima della politica, per cui lo spessore diventa un fatto collettivo, un progetto politico identitario.
Sicuramente non ci riconosciamo in una vecchia destra che è il prodotto di una visione centralista dello Stato e della autorità, come possessori dell’etica determinante per la vita pubblica.  Questa destra mitizza l’individuo come eroe in un mondo di lupi e non conosce la persona in tutto quanto la costituisce.
Sceglieremo per chi votare, lo diremo a tutti, sempre pronti a votare diversamente la volta successiva se ce ne saranno le ragioni.
Siamo disposti, sui temi enunciati nel manifesto, a confrontarci con tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori