BERSANI VS MONTI/ Fassina (Pd): il governo mantenga i patti con noi e la Camusso

- int. Stefano Fassina

Il giorno dopo l’annuncio della riforma del lavoro da parte del governo, la Cgil ha annunciato uno sciopero generale, mentre il Pd è in subbuglio. L’intervista a STEFANO FASSINA

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La risposta non si è fatta attendere. Il giorno dopo l’annuncio della riforma del lavoro da parte del governo Monti, la Cgil ha annunciato uno sciopero generale di otto ore. Sugli scudi però non c’è solo Susanna Camusso, ma anche Pier Luigi Bersani («non morirò dando l’ok alla monetizzazione del lavoro», ha dichiarato ieri il segretario del Pd). Tra i democratici il dibattito è comunque aperto. La minoranza montiana è consistente e non vuole mettere nemmeno in discussione il voto favorevole del partito, anche se ci tiene a precisare che «il ricorso al decreto legge da parte del governo sarebbe un grave errore». L’area fedele al segretario invece ha già pronti gli emendamenti che cercheranno di rimediare a quello che viene considerato uno strappo incomprensibile del premier Monti e del ministro Fornero. «Il governo purtroppo non è stato all’altezza – spiega a IlSussidiario.net il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina –. Non ha colto infatti lo straordinario senso di responsabilità dimostrato dai sindacati. È stato lo stesso Angeletti infatti a rendere noto ieri un accordo di cui anche noi eravamo a conoscenza: da parte di tutte e tre le sigle era stata espressa la disponibilità a modificare l’articolo 18 sulla base del modello tedesco. Non stiamo parlando quindi di una ricetta dell’Unione Sovietica degli anni Trenta, ma di quella del Paese più competitivo d’Europa. Eppure Monti ha scelto una linea che è un danno per i lavoratori e per il Paese e che alimenta in modo gratuito la conflittualità sociale del Paese. Cosa di cui non avevamo davvero alcun bisogno».

Bersani si è detto stupito dall’atteggiamento del governo. Nel vertice tra i leader della maggioranza aveva avuto invece delle rassicurazioni?

Al di là delle ricostruzioni fuorvianti che abbiamo potuto leggere sui giornali, quella non era certo la sede per una discussione nel merito dei diversi modelli. La volontà di voler raggiungere un accordo però era stata esplicitata, anche se le cose poi sono andate diversamente.
Ora, non sta a me giudicare le scelte della Cgil, ma non mi stupisce che reagisca con gli strumenti che ha a disposizione non capendo questa reazione davanti alle aperture fatte su un tema delicato come quello del licenziamento, tra l’altro in un momento come questo.

Il Pd quindi si prepara a presentare degli emendamenti?

Certamente. Innanzitutto vogliamo migliorare la parte riguardante i lavoratori precari. Sono stati fatti dei passi avanti, ma l’intervento non è ancora universalistico. Il secondo punto riguarda le politiche attive per il lavoro, perché bisogna ricostruire le condizioni attraverso le quali il lavoratore può rientrare al lavoro. Infine, sull’articolo 18 riproporremo il modello tedesco.

A questo proposito, su quali aspetti la proposta del ministro Fornero andrà corretta?

Il punto fondamentale riguarda la possibilità (non l’obbligatorietà) del giudice di disporre il reintegro del lavoratore licenziato per motivi economici, se viene accertato che questi non sussistono. Non si capisce infatti per quale ragione il reintegro non sia stato previsto nemmeno teoricamente. 

La battaglia quindi riguarderà soltanto i licenziamenti per motivi economici? Su quelli discriminatori e disciplinari la proposta del governo è adeguata?

Non è un caso se in Germania le sanzioni per le diverse tipologie di licenziamento sono simmetriche. Se non si risolve il primo punto, infatti, gli altri due tipi di licenziamento diventano di fatto dei canali virtuali. Nessun datore di lavoro ad esempio indicherà come causa del licenziamento motivi disciplinari, rischiando il reintegro, quando invece ha la certezza di risolvere tutto con la monetizzazione. 

Su tutti questi punti il Partito Democratico è unito o rischia delle fratture interne?

Che ci siano delle sensibilità diverse tra di noi non è una novità. Siamo abituati a discutere molto e in modo anche piuttosto scomposto e visibile. Detto questo alla fine troviamo sempre una posizione unitaria. Accadrà anche questa volta, dopodiché i gruppi parlamentari si comporteranno di conseguenza. A rischio comunque non c’è il Pd, ma il destino dei lavoratori. 

E il governo, è a rischio secondo lei?

Non ne vedo le ragioni. Il Partito Democratico è sempre stato responsabile e leale in questi mesi. Oggi proponiamo una soluzione su cui si può registrare la convergenza delle forze sociali e non vedo perché il governo non debba tenerne conto.
Non sottovaluto le difficoltà dell’esecutivo nel trovare punti di equilibrio tra forze politiche alternative. Purtroppo però questa volta il compromesso è assolutamente insoddisfacente e andrà cambiato.

(Carlo Melato) 

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