SCENARIO/ Tra veti incrociati e pantano ideologico, dov’è finita la “fase due”?

- int. Paolo Preti

Secondo PAOLO PRETI, mentre non vi è ombra di crescita, né della cosiddetta “fase due”, il governo tecnico è preda, come qualunque altro esecutivo politico, di svariati veti incrociati

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Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Mario Monti (InfoPhoto)

E’ due giorni che il Corriere della Sera, quello che un tempo si chiamava la “corazzata di via Solferino”, fa le pulci al “governo dei tecnici” di Mario Monti. Venerdì, con Dario Di Vico, si spiegava che mentre nelle piccole e medie imprese arrivavano le cartelle di Equitalia, quelle stesse imprese vantavano crediti nei confronti dello Stato. Sabato con l’accoppiata Giavazzi e Alesina che, anche loro, si sono accorti che esiste “La trappola delle tasse”. Bisognerebbe aggiungere un “pezzo” di Piero Ostellino, relegato a pagina 61, dal titolo quanto mai significativo “L’Italia dei miracoli e delle contraddizioni”. Che cosa sta succedendo a questo “governo”? Ci sono fatti contraddittori. Il primo è che la cosiddetta “fase due”, quella della crescita, sembra smentita dal dato che lancia oggi la Cgia di Mestre. “Nel 2011, 11.615 aziende hanno chiuso i battenti per fallimento, un dato mai toccato in questi ultimi quattro anni di crisi”. Il secondo è la sensazione di una situazione bloccata tra partiti della grande maggioranza, confermato indirettamente dalla necessità di una lettera al Corriere dello stesso Mario Monti. Il terzo è rappresentato, forse, da un momento di intiepidimento verso il Governo da parte dello stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che di fatto ha “consigliato”, sulla riforma del lavoro e sul “tormentone” dell’articolo 18, non il decreto (che a Monti e al governo andavano benissimo), ma il disegno di legge per via parlamentare.

Paolo Preti, direttore del Master piccole imprese della Bocconi, spiega che, ogni tanto, sfoglia alcuni giornali dei mesi scorsi. Ha rivisto un Corriere dell’11 gennaio con una considerazione di Sergio Romano che evidenziava le differenze tra il “governo dei tecnici di Monti” e l’operato del cancelliere della Repubblica di Weimar. Dice il professor Preti: «Si sottolineava che la differenza consisteva soprattutto nel fatto che Monti aveva varato il decreto “CresciItalia”. Ora, sono passati quasi tre mesi, ma io di crescita non vedo traccia. E indubbiamente il dato della Cgia di Mestre è vero e preoccupante. Tuttavia, al riguardo, non per contrapporre un altro dato confortante, ma per giusta precisazione, occorre dire che la “morte” delle aziende in Italia è sempre compensata da una maggiore nascita di altre imprese. E’ quello che attesta Unioncamere. Certo, in un periodo di crisi esiste una sorta di “ripulitura” di alcune forme di produzione, ma c’è anche il tentativo dei singoli di mettersi in proprio, magari senza avere le capacità imprenditoriali per cominciare una simile avventura».

C’è, poi, il drammatico problema della pressione fiscale che per le imprese in particolare – i produttori di ricchezza – è la più alta di tutti i Paesi Ocse.

Questo è vero purtroppo e non si riesce a comprendere perché un problema come questo, che è il vero problema, non venga affrontato. Personalmente faccio fatica a capire come un “governo di tecnici”, che dovrebbe essere libero da incrostazioni e bardature politiche, non vada al nodo del problema italiano. Anche questo esecutivo, come qualunque altro di centrodestra o di centrosinistra, sta rituffandosi in questioni di carattere ideologico. E’ quanto appare, ad esempio, sulla riforma del mercato del lavoro e dell’articolo 18.

I toni sono di nuovo concitati. Non c’è solo la Cgil di Susanna Camusso, ma anche il Pd con Rosy Bindi che parla di “punto irrinunciabile”. In sostanza l’articolo 18 non si tocca.

Si gira sempre intorno a questo articolo 18 che poi, in sostanza, ha una portata veramente relativa rispetto ai veri problemi, come abbiamo detto più volte. Ma il fatto che il “governo dei tecnici” sia rimasto quasi prigioniero di questo scontro, che lo stesso Presidente Napolitano abbia indicato la via parlamentare e non il decreto, in un modo non proprio bipartisan, fa pensare a un governo bloccato. E questo è l’aspetto più preoccupante.

Da anni si parla in termini negativi di una tassa come l’Irap. Non si potrebbe abbassare l’aliquota almeno di qualche punto?

Il problema è che l’Irap per le imprese scatta come l’Irpef. E’ una tassa certa. E in un momento come questo nessuno ha il coraggio di andare a toccare un’entrata certa e sicura.

In sostanza, pare che la crescita non parta, la pressione fiscale rimanga inalterata o addirittura rischi di aumentare, con un’impennata dei prezzi, e nello stesso tempo il governo resti bloccato.

Beh, in questo momento, pur precisando quel dato sul fallimento delle imprese nel 2011, con relativa nascita di un numero maggiore di altre imprese, non si vede nulla di nuovo all’orizzonte. E la situazione è problematica. Non enfatizzerei i casi di cronaca che si sono verificati, pur con tutto il rispetto e la dovuta attenzione che si deve a queste persone. E’ l’impressione di fondo che lascia perplessi. Alla fine, questo governo ha recuperato una buona credibilità internazionale. E va bene. Ma si sono fermati lì, per il resto la situazione non è mutata. In più, sulle discussioni che stanno emergendo in questi giorni, la sensazione è che il governo non solo sia bloccato, ma vada a infilarsi, soprattutto sulla vicenda del mercato del lavoro e dell’articolo 18, in una specie di pantomima ideologica.

Sta emergendo anche un problema di liquidità, cioè di credit crunch. Le banche sono state finanziate dalla Banca centrale europea, ma di denaro nell’economia reale, di finanziamenti alle imprese ne arriva poco.

Difficile documentare, nei particolari, questo fatto che,  indubbiamente, esiste. E’ possibile che vi concorrano una serie di fattori. Che le banche, cioè, abbiano lasciato il denaro alla Bce per rifinanziarsi, che siano preoccupate dai parametri di Basilea 3 e dell’Eba. Va tenuto presente che, ormai, le nostre due banche maggiori, per i valori della capitalizzazione che hanno oggi, rischiano di essere oggetto di un’opa da parte di investitori esteri.

 

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