FINANZIAMENTO PARTITI/ Il costituzionalista: vi spiego perché è una riforma inutile

- int. Stelio Mangiameli

Per STELIO MANGIAMELI, “la riforma dei rimborsi elettorali non può prescindere da una legge sulla democrazia nei partiti, prevista dall’articolo 49 della nostra Costituzione”

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La riforma dei finanziamenti pubblici ai partiti approda a una svolta, con le forze politiche che appoggiano il governo Monti che ieri hanno presentato una proposta di legge in materia. Nasce infatti la «Commissione per la trasparenza ed il controllo dei bilanci dei partiti politici», presieduta dal Presidente della Corte dei Conti e composta dal Presidente del Consiglio di Stato e dal Primo Presidente della Cassazione. 
Dopo gli scandali della Margherita prima e della Lega nord poi, il Parlamento ha compreso quindi che non c’è più tempo da perdere. Martedì, in un’intervista per il Corriere della Sera, il segretario del Pdl, Angelino Alfano, aveva dichiarato: “Vogliamo che i conti dei partiti siano controllabili dall’opinione pubblica, che le spese siano pertinenti allo scopo che anima un organismo politico, che vi sia un protagonismo sempre maggiore da parte dei cittadini”. Angelo Panebianco aveva incalzato: “Il finanziamento pubblico che vogliono mantenere è figlio di un grave vulnus alle regole democratiche. E’ stato messo in piedi aggirando i risultati di un referendum popolare che imponeva la fine del finanziamento pubblico”. Ilsussidiario.net ha intervistato Stelio Mangiameli, costituzionalista dell’Università di Teramo, per ricostruire la vicenda alla luce della carta fondamentale dello Stato italiano.

Professor Mangiameli, il finanziamento pubblico ai partiti ha una legittimità costituzionale oppure no?
Il finanziamento si giustifica in quanto i partiti hanno cessato di essere delle semplici associazioni di diritto privato, diventando un elemento fondamentale del collegamento tra la società civile e le istituzioni. Oggi svolgono una serie di funzioni pubbliche, e da questo punto di vista il finanziamento avrebbe senso.

Perché dice “avrebbe”?

Perché sia realmente giustificato, il finanziamento andrebbe accompagnato da una legge sui partiti politici, che in 66 anni di storia repubblicana non si è riusciti a fare. Eppure sarebbe indispensabile per completare la Costituzione e garantire una cornice entro cui i partiti possano operare.
Quella sul finanziamento pubblico è una discussione molto sentita anche in altri Paesi, come la Germania e la Gran Bretagna, ma rappresenta un dato di fatto che le democrazie occidentali hanno ampiamente accettato. D’altra parte il problema è sapere esattamente chi paga i partiti e qual è il flusso che arriva loro, in modo da regolamentarlo secondo criteri di trasparenza. Nel 1992, in occasione del suo famoso discorso alla Camera, Bettino Craxi affrontò la questione parlando degli illeciti connessi ai finanziamenti ai partiti.

Quali sono i principali nodi che restano da sciogliere?

La stessa nozione di partito politico oggi ci dovrebbe far riflettere. Quale deve essere il suo ruolo? Si tratta di un sistema aperto o chiuso? L’articolo 49 della Costituzione, a proposito del sistema di democrazia interna, lascia intuire che i partiti devono essere delle associazioni aperte e democraticamente organizzate al loro interno. Afferma infatti: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Se i partiti non fossero organizzati in modo democratico, la partecipazione dei cittadini non ci sarebbe. Il cittadino vi aderirebbe come a una sorta di chiesa organizzata gerarchicamente e dovrebbe limitarsi a compiere quanto decide il capo carismatico. Ma questi non sono i partiti di cui parla la nostra Costituzione.

Quali sono le sue proposte per una legge sul finanziamento pubblico ai partiti?

Una legge sul finanziamento pubblico dovrebbe mettere a fuoco il profilo che emerge dalla nostra Costituzione. La domanda che dobbiamo porci è se gli attuali partiti italiani siano realmente uno strumento attraverso cui i cittadini partecipano alla vita politica nazionale determinandone gli sviluppi. Che poi i rimborsi avvengano sulla base di una quota imputata al voto, o a scelte di donazioni particolari come il 5 per mille, è un problema tecnico da affrontare in una fase successiva.

Secondo Panebianco però, in seguito al referendum del 1993 i finanziamenti pubblici ai partiti devono essere completamente aboliti…

In realtà l’effetto del referendum fu quello di trasformarli in “finanziamento delle spese elettorali”. La prima consultazione si tenne nel 1978, raggiunse il 43,7% dei votanti e quindi non raggiunse il quorum. La quasi totalità dei partecipanti votò però a favore dell’abolizione del finanziamento, dando un segnale di forte discontinuità. Nel 1993, su iniziativa dei Radicali, il 90,3% dei voti espressi fu a favore dell’abrogazione del finanziamento e i votanti furono pari a 36 milioni, cioè al 77%. In totale, 31 milioni di italiani votarono a favore dell’abrogazione e 2 milioni e 397mila furono contrari. Il successo si spiegò tra le altre cose con lo scandalo di Tangentopoli. Da allora sono passati 19 anni, e non esiste alcun ostacolo costituzionale a riproporre oggi la questione. Però il problema di fondo resta, e cioè che manca una legge sui partiti politici che completi l’articolo 49 della Costituzione e che può rappresentare la sola base per discutere del finanziamento pubblico.

(Pietro Vernizzi)

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