SCENARIO/ Perché la Lega light di Maroni “espelle” anche Miglio e Tremonti?

- Ugo Finetti

Da Bergamo Umberto Bossi esce come il Benito Cereno di Melville: un re apparentemente riverito, ma ormai in ceppi. L’analisi sulla fase delicata che sta vivendo la Lega a cura di UGO FINETTI

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Bossi e Miglio (Infophoto)

Da Bergamo Umberto Bossi esce come il Benito Cereno di Melville: un re apparentemente riverito, ma ormai in ceppi. Gli scandali in realtà hanno accelerato o messo in evidenza le criticità presenti nella Lega sin dalla fase finale del governo Berlusconi. L'”orgoglio” leghista patrocinato da Maroni era stato già messo in moto con la fine dell’alleanza organica con il Pdl e il passaggio all’opposizione contro Monti. Fino al dicembre scorso gli attacchi personali a Berlusconi e le divisioni interne con la scissione di Fini sembravano avvantaggiare la Lega, ma a partire dal cosiddetto “caso Ruby” la perdita di carisma di Berlusconi aveva determinato un calo di consensi del Pdl che ha coinvolto anche la Lega. Così come nel Pdl si è reagito con il richiamo allo “spirito del ’94” ugualmente nella Lega si è cavalcato il “ritorno alle origini” fino ai “barbari sognanti”.

Ma la “giornata dell’orgoglio” rischia di essere anche la rivelazione di un vuoto politico.  E cioè: indubbiamente siamo di fronte a una generale archiviazione del maggioritario dell’ultimo ventennio e alla ricerca di un riposizionamento solitario dei principali partiti dal Pd al Pdl. Ma la questione di fondo riguarda la strategia e la prospettiva di futuro si indicano al Paese.
L’adunata di Bergamo può galvanizzare lo “zoccolo duro” di militanti e di elettorato più fidelizzato, ma rischia di essere un monologo autoreferenziale. E cioè: quale prospettiva di sviluppo offre Roberto Maroni?

In sostanza una riproposizione rivolta a tutto campo – anche al Pd – della tesi con cui in precedenza Bossi giustificò l’alleanza con Berlusconi: stiamo con chi ci dà il federalismo. Forte identità insieme alla possibilità di contare nella politica nazionale.
Ma il Federalismo può finire per essere parola vuota e logorata. La perdita di carisma in politica può riguardare anche le parole e gli slogan. Copiare Jordi Pujol è difficile. Il leader della Catalogna ha offerto il proprio pugno determinante di voti nel Parlamento nazionale a Gonzales o ad Aznar, ma forte di una “sua” maggioranza che lo incoronava da decenni nel Palazzo secolare della Generalitat di Barcellona. Pujol da Barcellona contrattava con Madrid un maggior potere decisionale per il suo governo regionale ottenendo, autonomia impositiva e infrastrutture.

Non è la condizione né attuale, né in prospettiva della Lega “orgogliosa”. Non solo nella situazione attuale la Lega governa Piemonte e Veneto grazie a una coalizione e in particolare al Pdl. Ma soprattutto c’è il dato di fatto che il suo elettorato è in conflitto frontale con l’elettorato di sinistra sui principali temi identitari dall’immigrazione alla sicurezza. Tosi è un sindaco popolare a Verona proprio in un elettorato sensibile a come egli è presente tutti i giorni nella città facendo personalmente “la ronda”.

A ciò si aggiunge la necessità di dare un contenuto forte sul piano propositivo al proprio “federalismo”. Il Federalismo scoperto da Bossi seguendo il valdostano Salvadori è stato credibile, si è cioè tradotto in un progetto di dimensione nazionale, in due fasi – quella iniziale a metà degli anni Novanta e quella finale – grazie all’apporto determinante di due figure di estrazione non leghista che hanno dato a Bossi i contenuti concreti di una strategia di politica autonomista e cioè: Gianfranco Miglio sul piano giuridico-istituzionale e poi  Giulio Tremonti nel campo economico-finanziario. Per Bossi negli anni Novanta Miglio aveva ideato un’architettura da Grande Riforma istituzionale.

Dovendo poi misurarsi di nuovo con una fase di governo, Bossi è stato credibile, ha cioè prospettato una piattaforma con obiettivi e relativa “road map” grazie all’apporto di Giulio Tremonti. È Tremonti l’inventore e il gestore del “Federalismo fiscale” come nuova “Grande Riforma” in attuazione.

Ora la Lega per riposizionarsi in modo da produrre un appassionato consenso – se vuole andare al di là dello “zoccolo duro” (di un “cerchio magico” di base opposto a quello di vertice) – ha bisogno di una leadership che sappia offrire un nuovo disegno all’altezza della “Grande Riforma” di Miglio e del “Federalismo fiscale” di Tremonti.  Spazio e richiesta sulla “questione settentrionale” non solo come “giro dell’oca” di un mugugno di mera protesta, esistono e sono fondati, ma non basta l’“orgoglio”. Da Bergamo viene un nuovo equilibrio di potere per il Partito, ma è mancata una piattaforma. Non è emersa la rotta da seguire. 

Anche Pd e Pdl hanno una situazione non ancora definita: D’Alema è vicepresidente di un’Internazionale Socialista di cui il suo partito non fa parte e il Pdl è alle prese con una “orgogliosa” rifondazione di una “bella destra” che però taglia la strada all’obiettivo della leadership italiana del Partito Popolare europeo.

Le prossime elezioni del 6 maggio sono quindi molto importanti. Il fatto che i principali leader politici ne prendano preventivamente le distanze e ne ridimensionino la portata non cambia la sostanza.
Allo stato attuale quasi la metà degli elettori non dichiara se voterà e per chi voterà. Il voto quindi ci dirà con esattezza l’entità e la collocazione finale del dissenso e della  protesta.

Di certo la cosiddetta antipolitica si pasce del fatto che siamo l’unico paese al mondo in cui da più di vent’anni si discute di nuova legge elettorale. Immaginiamo che cosa diremmo noi di una Francia o di una Germania in cui partiti e giornali continuassero dal 1991 a discutere e a chiamare i cittadini a pronunciarsi su quale sistema sia migliore per votare e per finanziare i partiti dicendosi vittime di un debito pubblico la cui responsabilità i politici e gli editorialisti scaricano sui governi di trenta e quaranta anni prima.

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