SCENARIO/ Macaluso: a cosa servono i partiti senza una società e i movimenti?

- int. Emanuele Macaluso

Come si ricostruisce una classe dirigente? Da dove si riparte davanti alla crisi dei partiti della cosiddetta Seconda Repubblica? L’intervista a EMANUELE MACALUSO

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Foto: InfoPhoto

«Come si ricostruisce una classe dirigente? Da dove si riparte davanti alla crisi dei partiti personali che hanno caratterizzato la cosiddetta Seconda Repubblica? Questo è il tema centrale che di questi tempi dovrebbe interessare i giornali». Parola di Emanuele Macaluso, una vita in politica, nella componente migliorista del Pci, e nel giornalismo, alla guida di quotidiani come l’Unità e Il Riformista. «Certo, questo non riguarda solo la stampa, ma anche le associazioni e i movimenti radicati nella società, come la stessa Cl, che ha una consistenza umana e un radicamento anche tra i giovani. Ora bisogna riedificare, ma i partiti non nascono dal nulla».

Per quale motivo, secondo lei, la politica sembra soccombere?

Il modello del partito personale sta crollando, da Berlusconi a Bossi, e penso anche a Di Pietro, un caso che a mio avviso è destinato ad esplodere.
Al di là dei leader, però, è la politica ad essersi atomizzata. Non a caso si diffondono capillarmente ras e capetti anche in un partito come il Pd, che non è propriamente leaderistico. E il fenomeno interessa anche i partiti che stanno alla sinistra dei democratici, basti pensare al caso Vendola. Diversamente da quanto è accaduto altrove, in pratica, in Italia si è pensato che quella carismatica era l’unica strada percorribile dopo Mani Pulite.

Quali sono le altre, oggi?

Non si può pensare, come fa qualcuno, di ricostruire i vecchi partiti, per come li avevamo conosciuti. Non può certo rinascere la Dc, il Pci o il Psi. Eppure in Francia si è appena svolta una competizione tra partiti. Quello socialista francese è un partito vero, la stessa cosa vale per la Germania, per i laburisti o i conservatori in Inghilterra. Non vedo perché in Italia non sia possibile avere dei soggetti fondati sui valori, sulle idee, sui programmi e sui nuovi strumenti di partecipazione.
Forse, per paura dell’ideologismo, abbiamo finito per allontanare dalla politica le ideologie, intese come somma di idee e di valori. Così facendo, però, si è aperta una crisi politica, prima che morale. 

Ci spieghi meglio.

Se vengono meno le basi, la politica diventa malaffare, ricerca di clienti e di risorse, con qualunque mezzo.
Non solo, se la politica è debole per l’antipolitica si apre un’autostrada. Lo stesso vale per gli interventi della magistratura, sempre più mediatici. Il resto lo fanno i giornali, che, in concorrenza tra di loro, esasperano la situazione. 

Non scambiamo però le cause con gli effetti: è la politica che non c’è più ed è lei l’unica risposta possibile all’antipolitica. 
Ad oggi il quesito resta aperto: a causa della mancanza di una classe dirigente, ci siamo rivolti ai tecnici. Domani cosa faremo? Solo una nuova legge elettorale?

Qualcuno ipotizza una riproposizione, seppure con qualche correzione, di questa formula per il 2013?

Il ricorso ai professori, guidato dal Presidente della Repubblica, che si era accorto di un vuoto politico estremamente pericoloso, non deve andare al di là della transizione. Altrimenti si entra in una fase nuova che può avere dei risvolti pericolosi per la democrazia.
Il potere, infatti, come ci dice la Costituzione, è del popolo, che, concorre a determinare la politica nazionale attraverso i partiti. È bene non dimenticarlo: senza partiti non può esserci democrazia, mentre dove c’è il partito unico c’è la dittatura.

(Carlo Melato) 

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