CAOS LEGA/ 1. Bossi e la legge del contrappasso (20 anni dopo…)

- int. Paolo Pillitteri

La perquisizione nel quartier generale leghista, le accuse rivolte al tesoriere Belsito e alla famiglia Bossi aprono una fase molto delicata nella storia della Lega. PAOLO PILLITTERI

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Carabinieri nella sede della Lega Nord di via Bellerio (Infophoto)

Milano, via Bellerio. Storico quartier generale della Lega Nord. Le Fiamme Gialle e i Carabinieri iniziano a perquisire la sede del partito di Umberto Bossi di primo mattino. Le procure che indagano sono tre: Milano, Napoli e Reggio Calabria. Al centro di tutto il tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, che presenterà le dimissioni in serata. Si parla di truffa aggravata ai danni dello Stato, appropriazione indebita e riciclaggio. Non solo: viaggi, alberghi e cene pagate con i soldi ottenuti dai rimborsi elettorali alla famiglia Bossi e ai componenti del cosiddetto “cerchio magico”, come il segretario generale del Sindacato padano, Rosi Mauro.
Una vicenda ancora tutta da definire, ma che per la prima volta travolge il leader indiscusso del partito, il Senatùr, Umberto Bossi. «Devo dire che fa una certa impressione vedere, a vent’anni di distanza, questa sorta di legge del contrappasso – dice a IlSussidiario.net Paolo Pillitteri, sindaco socialista di Milano dal 1987 al 1992 –. La Lega Nord nel ’92 sventolava il cappio e faceva le fiaccolate in nome del giustizialismo. Oggi siamo di fronte a una nemesi implacabile che provoca un senso di vertigine».

Che spiegazione si dà dal punto di vista storico e politico?

Vede, il giustizialismo selvaggio è sempre un’arma a doppio taglio. La Lega si mise a capo di quel movimento populistico all’epoca di Tangentopoli. Poi, la fine dei partiti le diede un grande vantaggio. Il Carroccio, infatti, sorse sulle ceneri di quel Ground Zero.
Bisogna anche dire che il giustizialismo non era una novità. C’è sempre stato in questo Paese, come del resto in tutti gli altri. Quando però diventa substrato della politica annulla tutto il resto. Cancella ogni progettualità e ogni dialettica. Si rischia così di credere che il proprio scopo sia quello di combattere gli altri, i disonesti. Diventa manicheismo. La storia ci insegna però che non ha mai funzionato, tant’è che adesso siamo qui a parlare di queste vicende solo fino a poco tempo fa inimmaginabili.

Ma come iniziò questa storia?

La Lega Nord aveva in sé qualcosa di selvaggio, barbaro, volendo anche volgare, eppure coglieva un sentimento presente, seppur di pancia, nel Paese. Già a quei tempi i leghisti parlavano di federalismo, come noi socialisti del resto. Negli anni però quella proposta politica ha finito con l’infrangersi in un potere fine a se stesso.

Cosa intende dire?

Tutte le maggioranze politiche che hanno avuto non si sono tradotte in un risultato. E questo, in politica, alla fine si paga. Certo, hanno avuto dei buoni ministri, come ad esempio Roberto Maroni, e hanno degli ottimi amministratori locali. Nella sostanza però sono stati deludenti. Gli slogan hanno sostituito il progetto. E quando inizia a mancare la spinta di un ideale il potere presenta il conto. 

Quell’offerta politica oggi si è esaurita?

Direi proprio di sì. L’impostazione leaderistica, mai messa in discussione, ha poi pesato. Devo dire che la resistenza fisica di Umberto Bossi in questi anni, dopo tutto quello che ha passato, mi ha stupito. Ma il suo stato si salute ha finito per essere una metafora della vitalità della sua stessa creatura. 

Il declino di cui parla secondo lei quando è iniziato?

A mio avviso sei anni fa, il referendum sulla devolution fu la dimostrazione popolare che la Lega Nord non aveva più presa nel Paese e nemmeno nel Nord. 
Non credo ad esempio, come sostiene qualcuno, che il peccato originale di Bossi siano state le alleanze sbagliate, perché stare al governo è un’opportunità. Il riformismo si esprime governando. 

E oggi da dove può ripartire?

A mio avviso una ripresa è possibile e lo auguro a Bossi e a tutti i leghisti. Per prima cosa servirà un bagno d’umiltà e una pausa di riflessione. Dopodiché deve maturare una consapevolezza: sventolare bandiere come la Padania e la secessione è inutile. Sono fiabe da lasciare a qualcun altro, perché di favole si muore. A quel punto poi si può riprendere a fare politica. 

Cioè?

Il Carroccio deve capire che non può più nascondersi dietro lo slogan “la Lega è il Nord”, anche perché non è vero, soprattutto adesso. La Lega è una parte del Nord, deve tornare a fare i conti con la realtà e con un Nord che non conosce più. 
E deve farlo sapendo di essere come tutti gli altri. La smettano di credersi il “sale della terra”. Nessuno lo è, figurarsi se lo sono loro. Tornino a tessere il filo, a lanciare progetti, senza concedersi più nessun lusso. Il mondo è cambiato, è finita l’epoca in cui si poteva giocare. Anche i “barbari sognanti” e il “cerchio magico” sono solo paccottiglia. Oggi servono solo approcci concreti, seri, profondi, certo, anche slanci audaci, ma che facciano i conti con la realtà. 

A proposito di “barbari sognanti”, può essere Maroni l’uomo del rinnovamento leghista?

Credo che ci proverà, ma la sua strada è in salita. Spero che non sottovaluti le difficoltà, anche perché, come in ogni conclave, “chi entra Papa, esce cardinale”. 
Dopodiché, mi auguro che abbandonino il giustizialismo una volta per tutte. Sono convinto infatti che solo una dose massiccia di garantismo può disintossicare questo Paese. Bisogna essere garantisti con tutti, e in questo momento, anche con Umberto Bossi…

(Carlo Melato)

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