IL CASO/ Sapelli: i magistrati vogliono “far fuori” la classe dirigente del Nord

- int. Giulio Sapelli

Se l’uscita di scena di Berlusconi non ha fermato l’onda lunga dei processi alla politica, oggi è l’agenda del Paese che, a suon di inchieste, sembra scandita dalle procure. GIULIO SAPELLI

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Immagine d'archivio (Infophoto)

Se l’uscita di scena di Silvio Berlusconi non ha fermato l’onda lunga dei processi alla politica, oggi è l’agenda del Paese che, a suon di inchieste, sembra scandita dalle procure: dalla cronaca all’economia, fino ad arrivare, addirittura, al mondo del calcio. «Una tendenza alla personalizzazione che prende la forma della corsa dei singoli magistrati ad accaparrarsi l’inchiesta che “conta”» l’ha definita Ernesto Galli Della Loggia dalle colonne del Corriere della Sera.
«Non è un fenomeno solamente italiano, ma riguarda un po’ tutto il mondo» spiega a IlSussidiario.net il professor Giulio Sapelli. «Quando si crea un vuoto decisionale e le elite politiche collassano gli ordini tendono a trasformarsi in potere. Nei paesi anglosassoni questo avviene in forme minori, mentre in quelli a diritto romano-germanico, la magistratura si sta sostanzialmente sostituendo al potere politico. In Italia, più che altrove, c’è poi uno sfondo culturale piuttosto fertile in questo senso, dato che nei palazzi della giustizia serpeggia un’antropologia negativa nei confronti della persona, e in primis verso chi fa politica.
In altri termini, in un contesto in cui gli oligopoli finanziari da un lato e l’Europa dall’altro sottraggono sovranità politica agli stati, il ruolo della politica è destinato a ridursi».

È una tendenza che si può fermare?

Forse, anche se la poliarchia italiana sembra aver ormai fisiologicamente accettato il legame tra politica, ricchezza e stampa.
Mi spiego, il potere parlamentare ormai non decide autonomamente, ma le stesse leggi che emana sono sempre più il frutto di una mediazione con i poteri economici. Per questo la poliarchia sembra la nuova forma della democrazia. Un intreccio cioè tra rappresentanza territoriale (che i cittadini esercitano con il voto) e rappresentanza funzionale (praticata dai cosiddetti “poteri forti” o, più correttamente, “poteri situazionali di fatto”).
Ma cosa intende quando parla di un legame tra politica, ricchezza e stampa ormai consolidato?

Questo è un aspetto del problema causato da più fattori. La classe politica, dal canto suo, ha dimostrato tutta la sua incapacità di rimanere unita, pur nello scontro, nella volontà di guidare la nazione. Il vuoto che in questo modo ha creato, come dicevamo prima, viene progressivamente occupato dalla magistratura.
Parallelamente, grazie a due figure come Berlusconi e De Benedetti, in questi anni è cresciuto il peso della ricchezza in politica e l’uso della stampa a fini di potere. Non a caso, sono vent’anni che questi due colossi si fanno la guerra attraverso i loro giornali. E la partita continua anche in questi giorni, al di fuori del campo della legalità.

A cosa si riferisce?

È evidente che se su Repubblica possiamo leggere, riga per riga, l’interrogatorio a cui un carcerato è stato sottoposto il giorno prima o addirittura la sua corrispondenza c’è qualcosa che non funziona.
Sono cose gravi che ha voluto sottolineare anche Galli Della Loggia, solitamente molto moderato nelle critiche ai magistrati.

E quale sarebbe secondo lei l’obiettivo di queste campagne?

La de-elitizzazione del sistema: vogliono distruggere tutte le elite politiche, soprattutto quelle del Nord. Basta guardare a ciò che sta succedendo. Nelle accuse che giornalmente vengono rivolte al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, non c’è nulla di penalmente rilevante. Si può criticare forse il suo stile di vita, ma, anche se fosse, a livello morale. 
Pensiamo invece alla fine della Lega Nord. Le trame del tesoriere erano inquietanti, ma l’accanimento sulle paghette dei figli o sulla ristrutturazione della casetta del fondatore del Carroccio era assolutamente spropositato.

Chi ci sarebbe dietro secondo lei?

Quegli ambienti prodiani e debenedettiani che preparano il loro ritorno e si presentano come puri e vergini, nonostante i loro numerosi conflitti di interesse. È un gioco comunque molto pericoloso: privare il Nord di qualsiasi rappresentanza politica significa mettere a rischio il Paese. E questa volta sarà difficile mettere una pezza…
Con le debite proporzioni, mi ricorda l’errore che recentemente hanno commesso gli americani, che si sono inventati le “primavere arabe” nella convinzione che i Fratelli Musulmani avrebbero potuto contenere la spinta delle masse islamiche. 

Rischiamo una seconda Tangentopoli, sempre che non sia già iniziata? 

Non credo, le differenze sono profonde. Allora c’era uno stato oggettivo di corruzione sistemica, descritta scientificamente da Bettino Craxi nel suo famoso discorso alla Camera. Oggi non sono più i partiti a condurla, ma gruppi di interesse che si aggregano e disaggregano. Per il resto, come dicevo, il peso della ricchezza è molto più alto e la commistione tra politica e affari ha raggiunto livelli spaventosi. I problemi sono questi, più che una nuova Mani Pulite. In questo quadro, mi rendo conto, piuttosto fosco, vedo comunque un segnale positivo.

Quale?

La gente non sembra aver perso il suo tradizionale buon senso. È scossa dalla caduta morale nella vita pubblica, ma allo stesso tempo sembra sempre più insofferente ai processi mediatici. Chi sa che la giustizia umana non è uguale per tutti inizia a essere stanco di questo spettacolo.  

(Carlo Melato) 

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