IL PALAZZO/ Italia, elezioni anticipate “involontarie”: 4 prove

- Ugo Finetti

Numerosi i sintomi di una crisi del governo dei professori. Secondo UGO FINETTI siamo al risultato opposto a quello che si era proposto il Quirinale dando vita al governo Monti

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Il rischio che si delinea è quello di elezioni anticipate “involontarie” nel senso che la stabilità del governo sta sfuggendo di mano e  si moltiplicano i sintomi di sbullonamento del quadro politico ovvero le divaricazioni 1) all’interno del governo, 2) tra governo e maggioranza, 3) tra partiti della maggioranza e 4) in seno a questi singoli partiti. Il vertice che ha promosso Monti tra i partiti che sostengono il governo si è infatti concluso nel peggiore dei modi e cioè con una “fiducia” non collegiale, ma sulla base di documenti separati di Pd e Pdl che saranno approvati con maggioranza relativa grazie ad una reciproca astensione a turno. E’ la riedizione della “convergenza parallela”  di mezzo secolo fa nel segno non di una solidarietà d’emergenza, ma di una tregua senza impegno tra due partiti che entrambi hanno annunciato di contendersi la successione a Monti con i voti dell’opposizione. 

Siamo cioè al risultato opposto a quello che si era proposto nel dicembre scorso il Quirinale dando vita al governo Monti. Il proposito originario era quello di fronteggiare la crisi con una grande coalizione che valorizzasse le componenti più responsabili presenti nei due schieramenti. Oggi vediamo al contrario crescere le spinte centrifughe ed estremistiche in entrambi gli schieramenti. E il governo ha la sua parte di responsabilità.

L’aumento delle imposte con il risultato di minori entrate fiscali e di un imput recessivo è un dato di fatto. Nel seno dello stesso governo si vedono così apparire i segni di divisioni (come è emerso intorno ai provvedimenti di Passera), di nervosismo istituzionale (la richiesta di dimissioni dei vertici dell’Inps da parte della  Fornero che prima si era dimenticata degli “esodati”, poi pensava di rimandarli a lavorare in aziende già chiuse e poi ne aveva sottovalutato la entità). L’impressione di sfilacciamento viene ulteriormente alimentata da comportamenti che sembrano indicare che ormai nel governo singoli ministri puntano a creare “casus belli” per guadagnarsi la riconoscenza di aver provocato la crisi e le elezioni anticipate. Che senso ha prendere  l’iniziativa di una legge sulla giustizia gestendola in modo tale da sapere perfettamente di avvelenare la maggioranza? E perché mettere in subbuglio il Parlamento su un tema non di così immediata urgenza proprio nel periodo più delicato di vertici internazionali a Roma sulla crisi economica dando agli interlocutori esteri l’immagine di un governo senza sicura maggioranza?

Non era una difficile profezia prevedere un simile sbullonamento nel momento in cui il Quirinale abbandonava il progetto originario di “grande coalizione” e lasciava varare un governo interamente extraparlamentare  con una secca contrapposizione tra tecnici e deputati. Mettere il Dottor Jeckyl in balìa di quattrocento Mr. Hyde non è stata una felice idea. Estromessi dalla compagine governativa  per il  Pdl il governo Monti rappresenta il tradimento del mandato elettorale  e per il Pd il fastidioso ritardo della presa del potere. E’ così che l’appoggio al governo è sottoposto sia nel Pd sia nel Pdl a logoramento nei rispettivi elettorati aggravato dal lavorìo ai loro fianchi da parte dell’opposizione parlamentare ed extraparlamentare  sempre più ringalluzzita.

Pierluigi Bersani non è nemmeno capace di fare i nomi di “indipendenti” per il nuovo vertice della Rai. Si sente delegittimato e sotto eccezione d’infamia. Deve cioè chiedere l’autorizzazione alla “società civile” ovvero al conglomerato extraparlamentare in cui è mischiato  il “popolo” di Beppe Grillo e di Michele Santoro.

Nel Pdl non si ha il coraggio di fare una disamina delle ragioni della flessione elettorale e della perdita di carisma ed il leader tratta il partito come una sorta di lista-rete “generalista” in crisi e pensa di dar vita a una serie di liste-reti “tematiche” ovvero a liste “vaffà”, di stampo grillino. Il rischio di Berlusconi è quello di dare l’impressione di uno spostamento a destra e soprattutto di un forte annacquamento dell’appartenenza al Ppe e di un completo isolamento sulla scena internazionale ed europea in particolare.

Quel che si delinea è quindi un bipolarismo imperniato su coalizioni che si fronteggeranno alle prossime elezioni con schieramenti ancor più eterogenei, contraddittori e presumibilmente incoerenti rispetto alle alleanze sperimentate in passato e che si sono sfasciate nel corso di ogni legislatura. L’Unione Europea si dispone invece ad affrontare la crisi in un quadro di convergenza tra le principali forze politiche.   PSE e PPE hanno concordato una comune piattaforma al fine di dar vita ad una leadership unitaria secondo una condivisione dalla politica economica alla politica estera.

Ma dove sono il Pse e il Ppe in Italia? Di “cosa” in “cosa” il Pds-Ds–Pd ha evitato l’approdo “socialdemocratico”. Il Pdl dalla caduta del governo Berlusconi ha visto aumentare la propria lontananza dal Partito popolare europeo. Le tradizioni più citate e rispettate sono nel Pd quella di Gramsci, Togliatti e Berlinguer e nel Pdl quella del MSI e della destra liberale. Se Pd e Pdl continuano su questo rispettivo spostamento verso l’estrema sinistra e l’estrema destra diventano partiti da sistema proporzionale, non certo i soggetti su cui imperniare un bipolarismo maggioritario.

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