TAGLIO PROVINCE/ Il costituzionalista: per ora solo anti-politica e demagogia

Con il federalismo le province di ampio territorio avrebbero potuto gestire le funzioni di vasta area accorpando quelle meno estese, dice VINCENZO TONDI DELLA MURA

infophoto_italia_carta_geografica_mappa_r439
Infophoto

Immaginiamo Pisa unita a Livorno. Lodi a Pavia o a Milano. O ancora Prato a Firenze. Memori di alcuni derby calcistici un po’ agitati e di sfottò e sberleffi fra queste province, contigue ma “nemiche”, non si può che rabbrividire. Se ne parla e ridiscute dal 2008, cioè dall’annuncio fatto da Silvio Berlusconi in campagna elettorale e che, alla fine, ha fatto marcia indietro. Ed è da allora che periodicamente il tema ritorna alternativamente fra gli scranni del Consiglio dei Ministri, osteggiato da partiti (primo fra tutti la Lega) presidenti, giunte, consigli di provincia. Nemmeno il monito della Bce del 2011 che chiedeva il taglio “di alcuni strati amministrativi come le Province”. Non poteva non provarci Mario Monti che con il suo Esecutivo tecnico ha il compito di sforbiciare sprechi e spese accessorie. Il progetto di accorpare le province italiane, contenuto nel decreto Salva Italia doveva scattare nell’immediato già dalla fine di aprile ma, ancora una volta, si è scatenato il solito putiferio. Il tutto è rimandato a dicembre, quando sarà prevista l’emanazione di una legge ad hoc. Per ora, non resta che aspettare novembre, quando la Corte Costituzionale si esprimerà sulla legittimità della valanga dei ricorsi presentati. Dalle attuali 107 si passerebbe a 54, visti i “vincoli” apposti per la sopravvivenza: una superficie di almeno 3mila chilometri quadrati, una popolazione maggiore di 350mila abitanti e più di 50 comuni presenti sul territorio. “Su questo argomento c’è un carico di anti politica e demagogia espressi da tutti i governi da cui è stato affrontato – dice Vincenzo Tondi della Mura, Docente di Diritto costituzionale nell’Università del Salento al Il Sussidiario.net – L’anno scorso quando Berlusconi ha annunciato la riforma dell’eliminazione delle Province si era riunito il Consiglio dei Ministri, approvando un disegno di legge costituzionale che non è mai stato depositato alle Camere. E’ evidente la carica demagogica dell’argomento che viene affrontato di volta in volta strumentalmente per dimostrare un tentativo di ridimensionamento della spesa pubblica. Lo stesso governo Monti ha affrontato il tema non in modo corretto, poiché pendono attualmente una serie di ricorsi delle Regioni alla Corte Costituzionale per violazione delle competenze ed è possibile che la Consulta li accolga”.

Entrando nel merito, cosa ne pensa?

“Le province sono troppe e vanno ridimensionate e un contenimento è opportuno. La riforma del federalismo è stata bloccata a metà e le regioni ora sono centri di spesa senza la responsabilità che quest’ultimo avrebbe presupposto: per cui, adesso come adesso, le regioni promulgano un numero limitatissimo di leggi. Sono degli enti legislativi di puro dettaglio e, per il resto, non rispondono politicamente a nessuno. La riforma del federalismo fiscale avrebbe corretto tutto ciò. Con un numero di regioni appiattite sul territorio e incapaci di andare oltre la pura gestione, le Province territoriali svolgono un’ordinaria amministrazione. Con il compimento della riforma federalista, le regioni si sarebbero potute occupare dell’attività legislativa e province di ampio territorio avrebbero potuto gestire le funzioni di vasta area, accorpando quelle meno estese”.

 

Come intervenire?

 

“L’errore sta proprio nell’intervento chirurgico su singoli profili, quando è l’intero quadro che non funziona anche perchè è basato su una politica di restrizione e di obbligatorietà: così come per i comuni si tende a valorizzare le unioni, per cui più soggetti esercitano le funzioni fondamentali degli enti locali, analogamente è opportuno che più province si uniscano per l’esercizio unitario delle funzioni di competenza. Questo presupporrebbe, tuttavia, un dialogo con le Regioni, con la Conferenza Stato Regioni e con gli altri enti, più dinamico. All’interno di una cornice di federalismo fiscale, legato alla responsabilità degli amministratori, dei bilanci, della trasparenza e dell’incoraggiare politiche di risparmio. Non servono a nulla le politiche coercitive perchè bloccano lo sviluppo”.

 

E per quanto riguarda le regioni a statuto speciale. È giusto che non vengano toccate seppur di piccole dimensioni?

 

“Quelle sono tutelate costituzionalmente. Sicuramente nel quadro di una revisione costituzionale, è giusto che anche loro perdano i propri privilegi del tutto anti – storici. Ma questa revisione, a mio parere, non si farà mai”.

 

L’accorpamento delle province potrebbe causare problemi a livello campanilistico. Molti capoluoghi, seppur attigui, sono in profondo disaccordo per motivi che affondano nella storia.

 

Un conto è la politica nazionale e qui ci possono essere anche spaccature di tipo ideologico e culturale. Viceversa, quando si ha a che fare con la politica locale, soprattutto in sistemi finanziari così contingentati come quelli attuali, tutto sommato occorre considerare che non c’è grande differenza fra una parte e l’altra. Gli enti locali, del resto, hanno tutti più o meno gli stessi problemi e l’obiettivo comune è il buon governo. Queste unioni annunciate andrebbero sicuramente nella direzione di una riappacificazione delle parti che prevarrebbe su motivi di contrasto ormai anti – storici.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori