PAPA A MILANO/ Da Benedetto XVI la risposta all’antipolitica

- Antonio Fanna

«Fatevi amare», dice Benedetto XVI ai politici. Un invito che nell’epoca dell’antipolitica suona come una scommessa e una voglia di investire sulla politica. Il racconto di ANTONIO FANNA

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Immagine d'archivio (Infophoto)

«Fatevi amare», dice Benedetto XVI ai politici. Un invito che nell’epoca dell’antipolitica suona come una scommessa sulla politica, una voglia di investire su questo lato oscuro della società di oggi. Benedetto XVI è un uomo sorprendente: proprio lui, il Papa, lancia un salvagente alla politica. Lo fa senza giudicare scelte e comportamenti, e senza neppure rivendicare spazi di potere, una sorta di «riserve» in cui i cristiani possano organizzarsi come credono. Il Papa non chiede egemonia, ma collaborazione con lo stato laico, uno stato che ha senso soltanto se è «per i cittadini» e non per la conservazione del proprio potere.

L’incontro con le istituzioni è un momento breve (appena un quarto d’ora), ma importante che cade proprio nella festa della Repubblica. Benedetto XVI non ha più a fianco il sindaco Giuliano Pisapia – come venerdì in piazza Duomo – ma di fronte, seduto in prima fila vicino a Formigoni.
Pisapia vorrebbe equiparare diverse forme di convivenza al matrimonio. Il Papa ripete i principi consolidati della dottrina sociale: il diritto alla vita «di cui non può mai essere consentita la deliberata soppressione», la famiglia «fondata sul matrimonio e aperta alla vita» e soprattutto la libertà di educazione: «Non si rende giustizia alla famiglia se lo stato non sostiene la libertà di educazione per il bene comune dell’intera società».

Ma la cosa interessante è come Benedetto XVI arriva a riproporre il tradizionale magistero della Chiesa. Lo fa ripercorrendo l’insegnamento di sant’Ambrogio, il vescovo di Milano che in precedenza ne era stato il governatore politico e l’amministratore di giustizia. Un uomo che non ebbe paura a sfidare l’imperatore ricordandogli: «Anche tu sei un uomo». Cioè il tuo potere viene da un Altro. Un vescovo che chiedeva due qualità per chi governa: la giustizia e l’amore per la libertà. Nessun requisito di tipo moralistico perché la libertà «non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve garantire».

Il compito di assicurare questa libertà a tutti, compresa la Chiesa, spetta allo stato laico. Le cui leggi, però, sono soggette alla legge naturale, «fondamento di un ordine adeguato alla dignità della persona umana». È esplicito il richiamo al grande discorso del 22 settembre al Bundestag. Essendo soggetto alla legge naturale, lo stato è per questo «a servizio e a tutela della persona e del suo “ben essere” nei suoi molteplici aspetti». In questo senso va letta l’offerta (che è anche una richiesta) di collaborazione tra stato e Chiesa: non per ottenere privilegi e prebende, ma perché «l’esperienza totalizzante della fede» genera una «gratuita sovrabbondanza della carità di Cristo» testimoniata dall’operosità dei cattolici lombardi. La Chiesa si propone in virtù della sua esperienza, della tradizione e delle sue opere.

Diritti, doveri e gratuità: questo propone il Papa. Per questo i politici, oltre alle «coraggiose scelte tecnico-politiche», è necessario che si facciano amare. E qui ai governanti «tecnici» saranno fischiate le orecchie.

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