IL CASO/ 1. Sacconi: liste civiche? La tomba del Pdl e dei moderati

- int. Maurizio Sacconi

L’annuncio di una “novità epocale” in grado di cambiare la politica italiana, lanciato dal Popolo della Libertà alla vigilia delle elezioni amministrative. L’intervista a MAURIZIO SACCONI

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Maurizio Sacconi (Infophoto)

L’annuncio di una “novità epocale” in grado di cambiare la politica italiana, lanciato dal Popolo della Libertà alla vigilia delle elezioni amministrative, ha fatto accendere i riflettori sulle nuove “pazze idee” di Silvio Berlusconi. Da giorni si costruiscono scenari diversi a partire dalla registrazione del marchio “Italia Pulita” effettuata dal tesoriere del Pdl, Rocco Crimi. C’è chi ipotizza la nascita di liste civiche movimentiste collegate al partito per raccogliere il voto anti-politico e chi autentiche rivoluzioni di un contenitore considerato ormai superato. «Non mi sembra questo né il problema principale, né, soprattutto, la soluzione ai nostri problemi – spiega a IlSussidiario.net l’ex ministro del Welfare, Maurizio Sacconi –. Se alcuni segmenti della società decidessero di dare il proprio contributo unendosi al Pdl concorrerebbero al nostro obiettivo maggioritario. Se invece queste spinte fossero sollecitate dal nostro interno costituirebbero solo un fattore disaggregante».

Il Popolo della Libertà in questo momento non ha quindi bisogno di grandi trovate?

Dobbiamo partire da un’esigenza. In Italia, quell’area sociale che produce e che lavora, è ancorata ai valori non negoziabili della tradizione nazionale e comprende i moderati, i riformisti e gli autonomisti, ha bisogno di una rappresentanza quanto più unitaria possibile per poter aspirare a una prospettiva maggioritaria.
Questa unità deve innanzitutto riguardare le espressioni che conosciamo della politica organizzata. Mi riferisco a leader come Alfano, Maroni e Casini. A loro si possono poi aggiungere fondazioni, associazioni, corpi sociali organizzati e tutti quei soggetti dotati di autentica rappresentatività che possono concorrere a questa prospettiva. In questo quadro il compito del Pdl è chiaro ed essenziale.

Cosa intende dire?

Il Popolo della Libertà deve essere sempre di più motore di aggregazione. Un compito a cui Alfano si sta dedicando con grande impegno e che richiede un ulteriore sforzo di coesione da parte di tutti. L’unità interna, cui ha fatto appello Silvio Berlusconi nei giorni scorsi, è  fondamentale in vista del lavoro che ci attende. Non si aggrega infatti disaggregandosi. Chiunque introducesse ragioni di disgregazione al nostro interno creerebbe solo degli ostacoli alla più ampia convergenza dei moderati, dei riformisti e degli autonomisti.

Coesione e rinnovamento possono comunque andare di pari passo?

Certamente. La capacità di autorigenerazione del Pdl, a mio avviso, deve essere legata alla riuscita di questo progetto aggregativo. La tensione a questo obiettivo determinerà necessariamente un rinnovamento progettuale e organizzativo. È l’altezza dello scopo, infatti, il migliore viatico per il cambiamento.

Lei ha fatto riferimento alla Lega Nord e all’Udc. La strada verso la ricomposizione del centrodestra sembra però ancora lunga.

Per quanto riguarda la Lega, Roberto Maroni sta assumendo sempre più la guida del partito, ci auguriamo in un rapporto di collaborazione con il suo storico leader.
Le sue recenti dichiarazioni in favore del modello bavarese sono comunque delle vere e proprie aperture al dialogo. Non dimentichiamo che l’interlocutore del partito autonomista bavarese è un partito nazionale con il quale si federa.

Dall’Udc invece che tipo di segnali sono arrivati?

Bisogna ammettere che con i centristi il dialogo è più complicato. Credo infatti che Pier Ferdinando Casini stia dando per scontata la vittoria della sinistra – lo fece anche nel 2006 – e stia valutando l’ipotesi di acquisire un’utilità marginale nel dialogo con essa. Ovviamente mi auguro che non sia questa la sua ultima scelta. Solo la vittoria dei moderati  può permettere alla società italiana di crescere attraverso la liberazione della sua straordinaria vitalità.  

Il Pdl, oltre ad aver aperto agli “innovatori” e ai “moderati” ha proposto nella sua ultima conferenza stampa la riforma semipresidenziale. Oggi presenterete al Senato gli emendamenti, anche se la risposta da parte delle altre forze politiche non sembra molto incoraggiante. 

A mio avviso la nostra proposta ha ancora una straordinaria forza oggettiva. Mai come in questo momento l’unità e la coesione della nazione sono messe in discussione da molteplici fattori di disgregazione. L’Italia sta infatti vivendo la grande e angosciante transizione che vivono i paesi industrializzati con alcune specifiche difficoltà. 
In un contesto simile, nulla come la scelta di un modello istituzionale che consenta l’elezione diretta di un Presidente della Repubblica dotato di robusti poteri, potrebbe rapidamente rimettere in moto la riaggregazione del Paese nella sua dimensione sociale e in quella politica. Non solo, in quest’ottica, il legame tra presidenzialismo e federalismo sarebbe necessario e funzionale all’unita della nazione nella responsabilità dei governi territoriali.

Al di là della bontà della proposta, esistono secondo lei le condizioni politiche e temporali per realizzarla? 

È una prospettiva assolutamente alla portata dell’Italia e degli italiani. La legge elettorale sarebbe poi soltanto la naturale conseguenza.

Con l’elezione diretta del Capo dello Stato anche la candidatura di Silvio Berlusconi andrebbe considerata naturale?

Saranno le primarie del popolo che si riconosce nel rassemblamant dei moderati, dei riformisti e degli autonomisti – mi auguro quanto piu ampio – a decidere la candidatura…

(Carlo Melato)

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