SCENARIO/ Sardo (Unità): la lezione di Squinzi al Prof? La finanza non basta…

Secondo CLAUDIO SARDO, Squinzi, paventando il rischio di macelleria sociale, si è limitato ad affermare un’autonomia di pensiero che è profondamente invisa alla cultura dominante.

10.07.2012 - int. Claudio Sardo
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Di questi tempi lo spread ha ripreso a viaggiare alle stesse altitudini dell’ultima fase berlusconiana. Che, per inciso, fu l’ultima proprio perché, soprattutto a causa dell’ampiezza dei differenziali tra i nostri Btp decennali e gli omologhi tedeschi, le pressioni divennero tali da obbligare il precedente governo a dimettersi. Sta di fatto che sotto questo profilo non è cambiato nulla. Sarà questo il motivo dell’irritazione di Mario Monti. Il premier, replicando al presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che aveva paventato il rischio di macelleria sociale per i tagli contenuti nella spending review, ha affermato: «dichiarazioni di questo tipo, come è avvenuto nei mesi scorsi, fanno aumentare lo spread e i tassi a carico non solo del debito ma anche delle imprese, e quindi invito a non fare danno alle imprese». Abbiamo chiesto a Claudio Sardo, direttore dell’Unità, di commentare la vicenda.

Se lo spread viaggi sopra i 450 punti base, è colpa di Squinzi?

Ovviamente no. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in una lunga intervista al Corriere della Sera, ha fornito una spiegazione più ragionevole, addebitando alle ragioni interne non più dei due quinti delle colpe mentre i rimanenti tre quinti dipendono dall’incapacità dell’Europa di dare una risposta alla crisi in termini politici.

Non crede che buona quota delle colpe spettino agli attori dei mercati finanziari che stanno sfruttando a proprio vantaggio la situazione per speculare sulla crisi?

Che la finanza abbia acquisito una predominanza sulla istituzioni democratiche è un dato di fatto. Ma a fronte di un tale scenario, la politica non è stata e non è in grado di ribaltare la situazione.

In ogni caso, perché Monti si è stizzito in quella maniera?

Il premier è tanto cortese quanto permaloso; e non sopporta, in particolare, le critiche provenienti dalla classe dirigente del Paese. Tanto più che Squinzi, finora, sta mostrando una certa indipendenza di pensiero. In pochi hanno notato come il primo rapporto del Centro Studi di Confindustria pubblicato sotto la sua presidenza si sia rivelato privo delle tipiche edulcorazioni, modifiche e correzioni dei rapporti precedenti. Questo, non era mai accaduto. Sarebbe interessante, quindi, se si ponesse l’accento su come quei dati, in passato, fossero stati passati al setaccio onde evitare particolari dispiaceri al governo. Per carità: non mi illudo che il nuovo capo degli industriali prenda le difese del lavoro dipendente. Ma bisogna riconoscere che, inoltre, ha una certa concezione delle autonomie sociali.

Cosa intende?

Riconosce che la società è composta da una serie di corpi intermedi quali i partiti, i sindacati, le associazioni, i movimenti, le imprese non-profit e la famiglia. Tutto ciò che l’ideologia mercatista e liberista dominante intende distruggere in funzione di uno schema ove sussistano unicamente i singoli individui e le oligarchie.

A Monti ha fatto eco Montezemolo che ha affermato: “Dichiarazioni come quelle di Squinzi, sia nel merito che nel linguaggio, non si addicono a un presidente di Confindustria, fanno male e sono certo che non esprimano la linea di una Confindustria civile e responsabile”. Cosa ne pensa?

Credo che Montezemolo rappresenti l’emblema del totale asservimento all’ideologia dominante, nonché il basso livello di responsabilità di questa classe dirigente composta da personaggi che, per anni, hanno sostenuto Berlusconi (e oggi, sostengono Monti) senza aver mai avuto il coraggio di dirgli apertamente ciò che pensavano. Per intenderci, tutti sapevano, specialmente negli ultimi tempi, che a livello internazionale era ormai privo di prestigio. Ma nessuno glielo ha mai detto. Ecco, Montezemolo si è indignato semplicemente perché Squinzi ha detto la verità.  

Secondo lei, quindi, l’ipotesi della macelleria sociale è concreta?

Sul fronte della sanità e degli enti locali, non lo escludo. Oltretutto, la spending review può definirsi tale esclusivamente rispetto a pochi punti. Per il resto, si tratta dei famigerati tagli lineari. Insomma, se, effettivamente, vogliamo scongiurare il rischio di macelleria sociale, andrà corretta.

Condivide, invece, il giudizio di Squinzi sulla riforma del lavoro?

Al di là dell’espressione colorita, direi che è condivisibile quanto da lui espresso, con parole più forbite, in una relazione ufficiale. Aveva sostenuto, infatti, che fossero state spese risorse ed energie per mese per ottenere risultati minimi, per l’impresa e per i lavoratori. Tra l’altro, fu tra i primi a denunciare l’assoluta inutilità dell’abolizione dell’articolo 18 prevista in prima battuta dalla Fornero.

Lei, nel suo editoriale di ieri, ha parlato della divisione tra finanza e lavoro: crede che Monti stia alimentando la distanza?

Vede, il governo nasce sul presupposto dell’esistenza di una signoria delle finanza su tutto il resto, oltre che su condizioni esterne estremamente vincolanti. In questa situazione, penso che il governo abbia oggettive difficoltà di azione. E che stia privilegiando operazioni tese e scongiurare il crollo del sistema bancario. Mi auguro, quindi, che entro il 2013 l’emergenza sia conclusa, che venga completamene ripristinata la democrazia e che nessuno si inventi che essa rappresenta un costo che non possiamo permetterci.

Come si sana la divisione di cui ha fatto cenno?

Attraverso una nuova alleanza tra economia reale, lavoro e finanza. A condizione che l’impresa sia più attenta all’economia reale. Da questo punto di vita, credo il governo dovrebbe spronare gli imprenditori ad arricchire le proprie aziende. A reinvestire gli utili invece che staccare dividendi agli azionisti. Ma, prima ancora, lo Stato e le pubbliche amministrazioni, dovranno sanare i propri debiti con le imprese e si dovrà consentire ai Comuni e agli enti locali di investire le proprie risorse per favorire il lavoro e lo sviluppo, attraverso una modifica al patto di stabilità.

 

(Paolo Nessi)

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